Se i numeri fossero l'unico riferimento a cui guardare, nel calcio, diventerebbe semplice e quasi matematico anticipare i destini dei protagonisti: il riscontro statistico offre già in sé delle risposte, chiarisce in modo eloquente ogni interrogativo sulla resa di una squadra, di un singolo oppure di un allenatore. Eppure, nonostante la potenziale oggettività dei numeri, lo spazio per il dubbio s'insinua tra le statistiche e smonta le certezze. Lo scenario in cui Paolo Vanoli raccolse la Fiorentina - dopo la decima giornata - era palesemente drammatico, così come per qualche giornata (anche dopo l'addio di Pioli), l'idea di immaginare i viola in Serie A nella prossima stagione richiedeva uno slancio anche irrazionale di fiducia. Ora, dopo la trentatreesima giornata, la prospettiva è diversa e la salvezza è a portata di mano.
I risultati non bastano?
Che Vanoli abbia saputo lasciare un proprio segno sulla stagione viola è un dato di fatto, rappresentato proprio dai numeri: dal suo arrivo in poi i viola sarebbero al nono posto in classifica, così come sarebbero noni valutando il girone di ritorno fin qui o addirittura terzi considerando le ultime dieci giornate (5 vittorie, 4 pareggi e appena un sconfitta). Non mancano poi aspetti più specifici su cui Vanoli potrebbe far forza per conquistare una conferma, al netto di un contratto che durerà solo fino a giugno, con opzione unilaterale di rinnovo in mano al club.
La tenuta difensiva nelle ultime uscite (tre gol presi nelle ultime sei), il rilancio di singoli dati spesso per persi (Fagioli, Ndour e Parisi sono esempi indicativi), la capacità di individuare una veste tattica alternativa a un 3-5-2 (o 3-4-2-1) che non ingranava. Ai dati oggettivi potremmo aggiungere gli umori e le voci dello spogliatoio, pronto a individuare in Vanoli un fattore chiave della svolta, di una risalita dagli inferi apparsa a lungo utopistica. Eppure, come detto, le certezze vacillano: al di là di quanto affermato dal Corriere dello Sport nei giorni scorsi - l'unico a dare per probabile la conferma di Vanoli - fioccano le indiscrezioni sul futuro della panchina (da Grosso alle tante piste estere che Paratici starebbe valutando).
Voglia di novità ed effetto Conference
Proprio da Fabio Paratici si può partire per comprendere la ragione del dubbio: non certo per sfiducia del nuovo DS verso il tecnico quanto, evidentemente, per la possibile volontà del dirigente di lasciare il proprio timbro sul nuovo corso viola, scegliendo personalmente il nuovo allenatore. Un'idea che trova sponda nell'umore della piazza e nella voglia di novità che, dopo una stagione faticosa, serpeggia a Firenze. Il punto di partenza è la riconoscenza verso Vanoli, sarebbe ingeneroso il contrario, ma l'auspicio imperante appare quello di un nuovo ciclo dal respiro diverso. Vanoli si trova, suo malgrado, a essere vittima delle circostanze: arrivato in emergenza, in una situazione ai limiti della disperazione, non ha certo potuto puntare sulla ricerca del gioco e, come spesso ribadito, ha avuto la necessità di ripartire dall'ABC, di mettere insieme i pezzi necessari per portare la nave in porto (quello della salvezza).
I punti ottenuti contro Verona e Lecce, due scontri diretti in ottica salvezza, hanno in sé tutto il peso di un traguardo da raggiungere e - in entrambi i casi - si è trattato di vere e proprie prove di resistenza, di prove di compattezza e unità mosse dalla voglia di conservare la categoria. Una Fiorentina spesso passiva, pronta a chiudersi e a guadagnare secondi, lontana da qualsiasi input propositivo: un doloroso imperativo del momento più che una scelta di campo. Il tecnico, dunque, si trova a metà tra due direzioni opposte: i risultati lo premiano, la volontà generalizzata di voltare pagina lo può affossare. Uno scenario che, inoltre, ha visto nella Conference League (eliminazione ai quarti col Crystal Palace, con disfatta all'andata) un ulteriore aspetto da stigmatizzare: probabile che solo l'impresa in Europa avrebbe potuto imprimere un timbro diverso sul futuro di Vanoli.
