Milan

Perché vedere Zlatan Ibrahimovic in campo è già un film

Matteo Baldini
Zlatan Ibrahimovic
Zlatan Ibrahimovic / Giampiero Sposito/GettyImages
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Quanti interpreti, protagonisti o comparse che siano, amerebbero fare cinema giocando a pallone? La storia, sia recente o sia quella che ti richiede di scavare indietro nel tempo, è generosa quando si tratta di calciatori che (evidentemente sminuiti dal loro semplice essere atleti) sperano di prendersi un posto sull'Olimpo del cinema, accontentandosi più spesso di un ruolo di meteora nello show business o di qualche riflettore acceso, il tempo di un flash, anche fuori dal campo.

Provocazioni, richieste di attenzione o semplicemente manifestazioni di narcisismo spesso slegate dal rendimento sul campo, tanto da rendere persino fuori luogo tutta questa voglia di apparire, di trovare un palcoscenico.

Più raro, invece, che il cinema scorra già nelle vene dello sportivo, che non sia un'ambizione inseguita con le unghie e con i denti ma, semplicemente, uno specchio di quel che un atleta riesce magicamente a essere: da Eric Cantona a Zlatan Ibrahimovic, punti naturali di contatto tra il calcio e lo show, senza dover forzare niente, esempi più unici che rari del campo che si tramuta in palcoscenico senza neanche il bisogno di chiederlo.

I am Zlatan: il film

Se nel caso di Cantona il riflesso diretto di questo contatto è stato quello di trasferire la propria arte dal campo al cinema, in modo effettivo e persino riuscito, il discorso cambia pensando a Ibrahimovic, del resto ancora in attività: non sono mancate concessioni dello svedese allo show, tra Sanremo e Asterix e Obelix, ma è naturale che adesso sia il film I am Zlatan, in uscita il prossimo 11 novembre, ad attirare l'attenzione (assieme allo spettacolo dato ancora sul campo).

Dopo il documentario Becoming Zlatan, uscito nel 2015, ecco dunque che la vita di Zlatan si tramuta effettivamente in un film, diretto da Jens Sjogren e scritto da Jakob Beckman e David Lagercrantz, tanto da permetterci di vedere la storia dell'attaccante svedese tradotta in storia per il cinema, in sceneggiatura pronta ad attraversare le tappe che in qualche modo ne hanno segnato l'ascesa. Una storia costellata peraltro di momenti che, effettivamente, parevano già tratti da un'opera: citazioni talmente efficaci e frasi ad effetto che, di certo, non avrebbero sfigurato in film di successo.

"Io sono come Cassius Clay. Quando annunciava di voler battere il suo avversario in quattro riprese, lo faceva"

Zlatan Ibrahimovic

Copione senza fine

Parliamo di citazioni effettivamente uscite dalla sua bocca, in circostanze ben chiare, ma anche di frasi consegnate al mito, diventate nel tempo un marchio di fabbrica di un modo di essere (o di raccontarsi). Dall'ambizione giovanile perfettamente rappresentata da "Zlatan non fa provini" al ribaltamento totale delle prospettive, tanto da creare un memorabile "Los Angeles, welcome to Zlatan" a sottolineare una grandezza tale da offuscare quella della città californiana.

Impossibile tralasciare poi le provocazioni e gli attacchi, come raccontando l'esperienza al Barcellona: "Comprare una Ferrari e guidarla come una FIAT". L'espediente del ribaltamento è stato poi ripercorso più volte e in modo efficace: "Non è Zlatan ad avere bisogno dei media, sono i media ad aver bisogno di Zlatan" o "Per me è un onore essere qua ma è anche un onore per te avermi qua", ad Amadeus durante il Festival di Sanremo 2021. Una citazione che però dice forse più delle altre rimane: "Io sono come Cassius Clay. Quando annunciava di voler battere il suo avversario in quattro riprese, lo faceva".

Zlatan Ibrahimovic
Ibrahimovic chiede ancora fischi / Insidefoto/GettyImages

Come al cinema

Il punto è proprio questo: riuscire a restare credibili e autorevoli nonostante una compilation di frasi a dir poco lapidarie che, di norma, porterebbero l'interlocutore a ridere sotto i baffi o a prenderti per uno che semplicemente vaneggia.

Che vivere Zlatan Ibrahimovic da calciatore sia come assistere a un film si spiega essenzialmente con la coerenza che (pur in una certa follia) lo svedese riesce a conservare: un aspetto che, per essere più comprensibile, è stato reso palese ancora una volta in occasione della sfida dell'Olimpico tra Roma e Milan.

Ibrahimovic, nel prepartita a DAZN, ha parlato con occhi di fuoco, come a volersi mangiare la telecamera, e senza tradire la minima ironia ha spiegato di sperare nei fischi del tifo giallorosso, di desiderarli, facendone una fonte di ulteriore motivazione, una ragione di forza e non di spavento.

Nel 99% dei casi i fischi sarebbero arrivati e il giocatore di turno, inerme di fronte a quel baccano, avrebbe recitato il ruolo della comparsa, con un paio di passaggi semplici e una timida prudenza, quasi a nascondersi. Ibra ha fatto l'opposto, ha conservato quello sguardo e ha sbloccato la partita con una micidiale punizione dal limite, concedendosi poi un assist di petto per il gol poi annullato di Leao.

Dopo aver segnato ha poi chiesto ancora i fischi, invitando l'Olimpico a odiarlo per caricarlo. Non un calciatore, dunque, ma l'essenza stessa del cinema, dell'inventarsi come antagonista, come cattivo capace di fare ancor più male se provi a combatterlo, di seguire un copione senza concedersi errori.

Recitare o essere?

Il cinema in Ibra, un po' come accadeva per Cantona e per i suoi assist ricercati in nome dello stupore come apice assoluto, esiste dunque al di là di film, documentari, comparsate televisive: è già sul campo, è fatto di giocate, di sguardi e di gesti rivolti proprio al pubblico, alla platea, senza ombra di pudore. Non è un cinema che sa di posticcio, di artifici messi lì solo per fare effetto, sembra invece attenersi a un copione ben chiaro nella testa, tanto da rendere credibile quel che, per tutti gli altri, sarebbe solo vanagloria, ostentazione fine a se stessa. Tanto da rendere impossibile odiare fino in fondo chi sembra proprio volersi far odiare.


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