Venezia

Il Venezia sembra una squadra di Football Manager (ma può funzionare davvero)

Matteo Baldini
Gianluca Busio
Gianluca Busio / Enrico Locci/GettyImages
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Aleggia sempre sulle neopromosse l'idea di doversi affidare per necessità, quasi da contratto, a un esercito di esperti mestieranti abituati a calcare campi spelacchiati di periferia, gente col pelo sullo stomaco che conosce come le proprie tasche la fatica di restare aggrappati a una categoria.

Scenari fatti di sudore e risultati difesi con ogni mezzo, un immaginario che non lascia spazio per protagonisti inesperti, nomi esotici o scommesse e che, quando ci si azzarda a tanto, presenta come inevitabile conto una disfatta condita da un bilancio ingeneroso tra gol fatti e gol subiti quando arriva il tempo dei bilanci.

Esperienza e conoscenza del campionato in cui si gioca: due ingredienti spesso ritenuti basilari che però, a quanto pare, il Venezia ha voluto sovvertire per individuare una nuova via, quella del talento come lingua in comune, della voglia di farsi conoscere e di imporsi come motore principale della squadra, ancor prima di stantie leggi non scritte da rispettare per salvarsi.

Ridgeciano Haps, Josè Maria Callejon
Haps, un fattore contro i viola / Maurizio Lagana/GettyImages

Un italiano, un francese e un tedesco

Osservando la rosa del Venezia si capisce subito quanto l'idea alla base della costruzione della squadra stessa prenda le distanze dal consueto ritornello, quello dell'esperienza come virtù ineludibile per chi punta a salvarsi.

L'altro aspetto che balza all'occhio è la folta presenza di elementi che, al di là del discorso anagrafico, arrivano da contesti calcistici lontani da quello italiano e raramente percorsi dagli uomini mercato di Serie A, soprattutto pensando a formazioni neopromosse e col dichiarato obiettivo di salvarsi: nella sessione estiva di mercato sono arrivati, tra gli altri, due statunitensi, un francese, un islandese, un olandese di origini surinamesi, due belgi, un israeliano, due nigeriani, un gallese, un austriaco e (successivamente, a parametro zero) l'argentino Romero.

Un quadro a dir poco variopinto, emblema di un calcio che non si pone paletti di frontiere o non cavalca a priori alcun orgoglio di appartenenza, vedendo nel talento e nei valori tecnici e umani il vero passaporto necessario per entrarne a far parte.

David Okereke
David Okereke / Maurizio Lagana/GettyImages

Come Football Manager

Per certi versi le logiche che emergono dal tipo di costruzione realizzata dal Venezia, dal tipo di lavoro svolto anche sul mercato, potrebbero raccontare superficialmente storie di infatuazioni un po' estemporanee, di cotte un po' buttate lì per il talentino di turno o per il giovane di belle speranze tirato fuori dal cilindro.

Logiche che potrebbero ricalcare più il brivido videoludico regalato a Football Manager allo stuolo infinito di allenatori virtuali pronti a vantarsi, come un Pippo Baudo d'altri tempi, al grido di "l'ho inventato io!" riferito al talento esploso a sorpresa. Quel che all'apparenza emerge dunque come una sorta di folle mix multiculturale ed esotico, privo di un legame coerente "di curriculum" per spiegare un approdo in Serie A, nasconde tutt'altro, cela cioè un lavoro di scouting attento e prolungato, mosso soprattutto dalla volontà di costruire un progetto a lungo termine e che non paghi solo nell'immediato.

Andare a prendere giocatori esperti con un importante vissuto nella categoria, magari ultratrentenni e svincolati, avrebbe risposto alle solite esigenze che si accostano a una neopromossa ma, al contempo, non avrebbe lasciato spazio per un discorso ad ampio respiro e di certo più ambizioso e solido a medio-lungo termine.

Paolo Zanetti
Paolo Zanetti / Enrico Locci/GettyImages

Margini di crescita

La sfida del Penzo tra lo stesso Venezia e una Fiorentina indicata spesso, fin qui, come una potenziale rivelazione ha reso chiaro un messaggio: per costruire un progetto coerente e credibile non occorre necessariamente attingere alla rosa dei soliti noti, ripercorrere gli stessi schemi a oltranza.

Quella vista contro i viola è una squadra, in tutto e per tutto, una formazione cioè coesa e ben messa in campo da Paolo Zanetti, capace di costruire un'intesa e una compattezza pur con tante lingue diverse e con identità sulla carta così slegate, trovatesi a coesistere in modo quasi schizofrenico a una prima occhiata.

L'aspetto più accattivante e meritevole di attenzione, seguendo il percorso di questo Venezia, risiede proprio nella possibilità di conciliare finalmente un mercato "creativo" (nel senso virtuoso del termine) con l'esigenza di raggiungere obiettivi concreti, di fare punti e non arrancare: un modello in apparenza folkloristico che, e il campo ce lo suggerisce già oggi, finirà per avere più autorevolezza e credito del previsto.


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