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Perché la nuova maglia dell'Inter è un esempio riuscito di rinnovamento

Matteo Baldini
La nuova maglia nerazzurra
La nuova maglia nerazzurra / Nicolò Campo/Getty Images
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Tra i motivi che accompagnano ciclicamente l'attenzione estiva dei tifosi spicca senz'altro quello, prodigo di attese e di aspettative, legato alla maglia della propria squadra del cuore in vista della stagione successiva, un'attesa che del resto tocca anche appassionati e cultori del genere, pronti a dedicarsi a tutte le valutazioni del caso pur senza un coinvolgimento sentimentale diretto. Spesso il criterio con cui tifosi e appassionati abbracciano o respingono un nuovo kit si lega esclusivamente a una logica di tradizione: quando questa viene rispettata il lavoro trova un'accoglienza di critica positiva, quando lo sponsor tecnico si spinge troppo in là ecco invece che il club viene accusato di mere speculazioni commerciali, di non curanza per il senso identitario della società, di fatto per la sua storia.

Gli ultimi anni, ormai gli ultimi decenni, sono infarciti di esempi efficaci in tal senso, di passaggi più o meno a vuoto e di esperimenti tanto audaci quanto messi in archivio come pagine infelici della storia "estetica" di un club. La maglia dell'Inter per la stagione 2021/22, a fronte di una prima reazione certo orientata allo stupore, potrebbe concedere (anche in ottica futura) un qualcosa di diverso, guadagnando alla lunga terreno rispetto allo scandalo della prima occhiata. Vediamo perché questa maglia, senz'altro originale e fuori dagli schemi, ha le carte in regola per scoprirsi un esperimento riuscito:

1. Accompagna il cambiamento

Inter Logo 2021
Il nuovo logo dell'Inter / MIGUEL MEDINA/Getty Images

Lo stupore dovuto alla nuova maglia così anticonvenzionale ha trovato il suo antipasto già nell'arrivo del nuovo logo dell'Inter, un cambiamento che è andato a collocarsi in un contesto più ampio che ha visto negli ultimi anni diversi club ripensare (in modo più o meno radicale) la propria immagine. Un logo inedito su una maglia totalmente nel solco della tradizione sarebbe apparso fuori contesto, è dunque coerente (per la prima maglia home col logo IM al posto del precedente) optare per soluzioni più all'avanguardia o per idee che spingano, almeno a una prima impressione, sul pedale dell'innovazione più che su quello consolante del riferimento passato.

2. Identità e tradizione

Roberto Gagliardini, Andrea Ranocchia
Gagliardini e Ranocchia con la nuova maglia / Nicolò Campo/Getty Images

La scelta rivoluzionaria e innovativa, potenzialmente, arriva a tramutarsi in un passo più lungo della gamba, un salto nel vuoto che non trova appigli nelle fondamenta di un club, nella sua storia e che, insomma, non fa risuonare alcun senso identitario. La chiave è proprio l'individuazione di tratti inediti che si inseriscano su un solco comunque presente, un discorso che nel caso della maglia della Juve 2019/20 (quella a quarti) sembrò leggermente forzato nel racconto ma che qui, con la trama a pelle di serpente, richiama efficacemente il Biscione simbolo di Milano e della stessa Inter. Una maglia dunque, quella in questione, che riesce a trovare un tratto di continuità forte pur con un'estetica che guarda avanti.

3. Legame con la città

Aspetto senz'altro connesso al precedente in modo dirompente: la trama a pelle di serpente e la seconda maglia (che riprende a dire il vero un design già visto in passato) citano un simbolo noto di Milano, amplificando al contempo quel che il nuovo logo dice e suggerendo appunto IM come I'M Milano, con l'intenzione di rendere riconoscibile la connessione tra il club calcistico e il capoluogo lombardo. Un'idea che, nei piani della società, dovrebbe rendere lampante e immediata il collegamento tra l'Inter e la città di Milano anche fuori dai confini nazionali, andando a giovare (almeno nelle intenzioni) sia al discorso sportivo che alla promozione della città stessa.

4. Un progetto green

Guardare avanti continuando a rivolgersi alle consuete tecnologie, senza dunque puntare sull'innovazione nei materiali e nei processi di realizzazione, sarebbe un esercizio venato di ipocrisia e dunque, come nel caso di altri club, anche qui si è voluto puntare su una maglia realizzata con materiali riciclati: nello specifico si tratta di divise fatte almeno al 95% di bottiglie di plastica riciclata. Soluzioni, quelle adottate da Nike, che mirano al ridimensionamento sensibile di sprechi ed emissioni di carbonio.

5. Un'idea originale

Federico Dimarco
Dimarco in amichevole / Nicolò Campo/Getty Images

Spesso la volontà di sorprendere da parte di club e sponsor tecnici si scontra con una carente originalità nelle scelte, andando cioè a ripescare soluzioni già adottate in passato e rielaborandole con un mero restyling. In questo caso il passo in avanti è effettivamente audace e, almeno a una prima occhiata, non sembra ricondurre ad altre idee riprese e riadattate con poco sforzo su un nuovo kit. Di fatto si tratta di un buon modo, anche a posteriori, per far restare impressa la maglia 2021/22 nella mente dei tifosi e per darle dunque un senso che vada anche al di là del mero esperimento provocatorio.


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