La Superlega fallisce, il guaio rimane: è una vittoria ma c'è poco da festeggiare

Matteo Baldini
Apr 21, 2021, 10:24 AM GMT+2
Calciatori contro la Superlega in Premier
Calciatori contro la Superlega in Premier / Pool/Getty Images
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Il tema trascinante e accentratore, nella crociata rivolta contro la nascente Superlega, è stato quello del tifo come espressione d'identità opposto a logiche speculative, al calcio come mera fonte di guadagno, come spettacolare macchina da soldi. Dopo l'ennesima notte di fuoco, segnata di fatto dall'accantonamento (provvisorio?) del progetto Superlega, sarebbe segno di avventatezza e di superficialità celebrare il fallimento di quell'idea come una vittoria della visione romantica del pallone, come un'affermazione della volontà popolare rispetto a quella dell'élite. In prima battuta verrebbe senz'altro da viverla così, come un monito per chiunque voglia azzardarsi a deprivare il calcio del suo aspetto identitario e prettamente sportivo, ma più in profondità risulta chiaro che non ci sono troppi botti da sparare o troppi caroselli da far partire.

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Perez e Agnelli / GERARD JULIEN/Getty Images

Le ragioni per cui, pur con la deriva Superlega sventata, ci sia comunque poco di cui rallegrarsi non sono neanche troppo nascoste od oscure: l'idea stessa portata avanti da Perez, Agnelli e dai loro omologhi degli altri club nasce del resto da una malattia del pallone, dalla necessità di rilanciarsi o persino di respirare in un momento di profondo affanno anche in corrispondenza con la pandemia. In questo senso basta osservare la situazione debitoria dei club coinvolti, con cifre impressionanti che lasciano intendere come la necessità di ripensare al sistema calcio non sia una mera invenzione di pochi nell'ottica di arricchirsi ma una reale fotografia del momento. L'errore concettuale della Superlega non consiste, insomma, nel riconoscere l'abisso ma nell'intendere un torneo elitario e chiuso come la giusta soluzione per risalire a galla: anche a livello pragmatico, facendone una questione di bacini d'utenza e di introiti, eliminare la parte competitivo-agonistica (o confinarla in un angolo) e tagliare fuori le realtà meno potenti significa indebolire le fondamenta dell'intero movimento: affinché esista il mondo delle stelle e dei lustrini è vitale che sopravviva, e non arranchi, anche la base, anche il motore più viscerale ed emotivo da cui si snoda il resto.

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Proteste contro la Superlega / Chloe Knott - Danehouse/Getty Images

Altro aspetto critico, che di certo non scompare, è la mancanza di connessione tra i vertici dei club coinvolti e l'anima stessa delle società: non a caso non sono mancati, soprattutto nel panorama inglese ma non solo lì, allenatori e giocatori pronti a prendere le distanze dal progetto a cui i loro stessi club stavano per prendere parte. Basti citare Guardiola, Klopp, Kroos, Sterling, Bruno Fernandes (oltre a numerose bandiere dei club più prestigiosi) per capire quanto il progetto Superlega fosse svincolato dall'area sportiva, tenuta a margine della decisione tanto da farla sentire tradita. Stando così le cose, dunque, i motivi per cui celebrare il fallimento latitano sempre più: come se non bastasse, a questo punto, diventa anche complesso immaginare un dialogo costruttivo a livello istituzionale tra UEFA, Federazioni e proprietà implicate nello sviluppo della Superlega, così come risulta arduo comprendere come quelle stesse proprietà si porranno nelle leghe di cui fanno parte. I botta e risposta degli ultimi giorni, con accuse di tradimento e tanto veleno, rendono chiaro quanto l'orizzonte si prospetti conflittuale e difficile da riassestare in senso diplomatico, a livello istituzionale come di rapporti umani (il caso Ceferin-Agnelli è emblematico in tal senso).

Fans Respond To News Of Football Super League
Reazioni in Italia alla Superlega / Laura Lezza/Getty Images

Ultimo, ma decisamente non ultimo, un tema citato anche da Agnelli nella sua difesa dell'idea di Superlega: l'allontanamento delle giovani generazioni dal calcio. Se da un certo punto di vista tifo e identità restano connessi, pensando alla passione calcistica tramandata di padre in figlio e vissuta nel quotidiano, è evidente come la chiusura degli stadi abbia dato un nuovo colpo di grazia al rapporto tra calcio e mondo esterno, rafforzando sempre di più una bolla costituita già dal "calcio spezzatino" e dal diffondersi di nuove, infinite, modalità di fruizione. Non è certo una bugia o un'invenzione dei creatori della Superlega, al di là della possibile strumentalizzazione del tema, ma è chiaro che anche in tal senso dovranno essere adottate delle strategie (in Italia soprattutto) tali da riavvicinare i tifosi allo stadio e da annullare il contrasto tifo vs business che da anni ci perseguita.

Una vittoria di Pirro dunque: lecito essere soddisfatti per l'accantonamento del piano Superlega, senz'altro, ma rimane evidente come i problemi da risolvere per rendere il calcio più sostenibile siano una realtà: l'auspicio è che questo punto di non ritorno, condito da due giorni di follia, rappresenti la base per prendere ulteriore consapevolezza dei punti critici da affrontare e per aprire davvero gli occhi.

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