Storie di calcio

La storia dietro all'esultanza: come e quando è nata la Robot Dance di Crouch

Matteo Baldini
La robot dance
La robot dance / PAUL ELLIS/GettyImages
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La ripetizione di un'esultanza, la sua trasformazione da singolo gesto a routine, si accompagna in modo spontaneo e diretto a una forma di sacralizzazione, di rito che suggerisce ancor di più quanto il calcio sappia oltrepassare i propri limiti, rendendosi a tratti religione. Un automatismo che in Italia conosciamo bene e pratichiamo con naturalezza, con la predilezione storica per la ricerca estetica associata al pallone, per l'isolamento ideale della giocata come opera d'arte e non come mero gesto finalizzato a un risultato.

La stessa esultanza finisce per ricalcare quello stesso schema, per diventare l'amplificatore (in chiave autocelebrativa) di quanto accaduto a livello tecnico: la quintessenza di un simile meccanismo la si riscontra nel gesto tipico di Cristiano Ronaldo dopo un gol, nel suo mostrare i muscoli, divenendo la statua di se stesso. Crogiolarsi nella perfezione, un inno al bello.

Crouch and Defoe at hotel
Crouch e Defoe / Jamie McDonald/GettyImages

Chissà se anche nel contesto inglese riscuoterà lo stesso successo la volontà di dare dignità artistica a un pallone che rotola, quel che è certo - però - è che lo stesso calcio inglese ci consegna la più lampante delle eccezioni, un polo diametralmente opposto rispetto all'autocompiacimento, all'ambizione di elevarsi. Peter Crouch non può che rappresentare un caso isolato, quantomeno raro, in un mondo patinato e autoreferenziale, un panorama incapace di guardarsi allo specchio e poi ridere, come obbligato a prendersi sul serio per sopravvivere.

La Premier? Niente di serio

Non è una storia di numeri e nemmeno una passeggiata tra i record, è una via alternativa all'essere calciatore, un approccio che si esprime nei gesti, nei comportamenti e nelle parole divenute citazioni. Una legge c'insegna, abbiamo imparato a scoprirlo, come l'esultanza apra le porte su un mondo e sappia dire più delle parole di cosa sia fatto un calciatore (un uomo, ancora prima). Crouch ce lo conferma, trovando un equivalente perfetto - sotto forma di esultanza - di un fisico così sgraziato, di movimenti che non conoscono vanità, una rappresentazione fotografica del suo modo d'intendere la propria carriera di calciatore.

"Alcuni giocatori non sorridono neanche quando segnano, non riesco a capirlo"

Peter Crouch

Volendolo coniugare in termini giovanilistici potremmo parlare della perfetta consapevolezza di essere cringe, di risultarlo, senza però averne alcun timore, anzi sguazzandoci. E non si tratta di voler estrapolare forzatamente significati nascosti, si tratta di Crouch stesso che raccontandosi a The Guardian spiega: "Forse piaccio ai tifosi perché sono uno di loro. Alcuni calciatori restano intrappolati in se stessi. Io sono fortunato, mi divertivo e le persone potevano immedesimarsi. Alcuni giocatori non sorridono neanche quando segnano, non riesco a capirlo".

Peter Crouch
Peter Crouch col Liverpool / OLIVIER MORIN/GettyImages

Un sorriso sgraziato ma sincero, così come sincero era il divertimento dei suoi gol e del suo stare in campo, una sorta di rivalsa per niente amara nei confronti di chi, ai tempi delle giovanili e nelle esperienze fatte nelle serie minori, non riusciva a credere che uno spilungone di quel calibro (quei due metri di altezza, privi di muscoli guizzanti) potesse farcela, potesse diventare qualcuno come calciatore. Tutto questo, insomma, trova una rappresentazione speculare nella sua esultanza più iconica (anche se ripetuta solo di rado): la leggendaria robot dance.

Come e quando è nata la robot dance

Siamo nel 2006, a pochi giorni dall'inizio dei Mondiali di Germania. L'Inghilterra si prepara ad affrontare il girone composto da Svezia, Trinidad e Tobago e Paraguay, si prepara con le amichevoli contro Ungheria e Giamaica, a pochi giorni dal debutto al Mondiale. E quale miglior modo per scaldare i motori se non una bella festa a casa di David Beckham? Proprio quel party vide nascere la robot dance, in modo assolutamente casuale: Crouch non si era certo frenato, concedendosi qualche drink e lasciandosi andare, tanto da lanciarsi nelle brillanti idee che l'alcool sa suggerire e tanto da assecondarle.

Pensò che, andando verso il bagno, avrebbe potuto fare qualcosa di stupido, per il solo gusto di far ridere i compagni di squadra. Si lanciò dunque in un improbabile balletto, in movimenti robotici resi ancor più scoordinati dall'euforia alcolica del mondo. Un momento ripreso a sua insaputa e divenuto subito un must tra i compagni di Nazionale: da lì la richiesta di ripetere assolutamente quella follia anche in campo, in caso di gol.

Crouch non si fece pregare e già contro l'Ungheria, dopo il gol del 3-1 all'84', mantenne la promessa. I compagni intanto, dal canto loro, lo circondarono come stessero aspettando solo quel suo show. Uno spettacolo che trovò anche un suo bis con la Giamaica, il 3 giugno, quando Crouch si concesse addirittura una tripletta (6-0 il finale) e, ancora una volta, quel momento di festa.

Il ritorno della robot dance

Chissà che proprio quel sorriso, quella naturale capacità di non prendersi sul serio, abbia in qualche modo tracciato un solco tra il Crouch calciatore e i tanti campioni più celebrati e più ricordati di lui: le cose serie accadevano eccome, sul campo, tra acrobazie e sponde fondamentali per i compagni, tra gol di testa (è il giocatore ad averne segnati di più in Premier, 53) e di rapina.

E poi qualche magia, qualche gol in aperta contraddizione con la poca grazia e una faticosa coordinazione: un morbido tocco per alzarsi il pallone, fuori area da posizione defilata, e una parabola morbida che vola in porta, tra l'incredulità generale, in Stoke-Manchester City del 24 marzo 2012.

Proprio con la maglia dello Stoke, indossata dal 2011 al 2019, Crouch si concesse un nuovo scherzo, un gioco dei suoi: il primo febbraio del 2017, contro l'Everton, segnò in avvio il gol che gli permise di raggiungere quota 100 reti in Premier League e si concesse ancora una volta la robot dance (dopo 11 anni dal gol contro l'Ungheria). Celebrò ancora una volta col sorriso, il suo e quello dei suoi tifosi, coi Potters che - di fronte a quella assurda danza - esplosero in una vera ovazione.


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