Storie di calcio

La storia dietro all'esultanza: come e quando è nata la mitraglia di Batistuta

Matteo Baldini
Gabriel Batistuta
Gabriel Batistuta / Getty Images/GettyImages
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Ci raccontiamo spesso di seguire il calcio per un'innata passione per il gesto tecnico, per la voglia di assistere a fitte reti di passaggi, di veder magari replicare sul campo quel che una squadra prova in allenamento, con gioia estrema dell'allenatore. Ce lo raccontiamo ma, più o meno consciamente, lo facciamo mentendo.

Se seguiamo con gli occhi i percorsi di quel pallone, con tanto di palpitazioni annesse, lo facciamo per uno specifico momento: per quella sfera che oltrepassa la linea e fa gonfiare la rete. Il fulcro di tutto sta lì e nell'estasi immediatamente successiva, lo sappiamo noi e lo sa chi è in campo: del resto anche in giovane età, non essendo in grado di ricalcare degnamente le gesta del nostro campione preferito, ci divertivamo a imitarne l'esultanza, a scimmiottarne i gesti e a sentirsi per un attimo proprio come lui.

La Fiorentina del 1998/99

Se si ragiona del rapporto con il gol, della frequenza con cui la rete arriva a gonfiarsi, il nome di Gabriel Omar Batistuta si presenta subito e senza bussare. Lo fa, del resto, anche volendo associare il gol a quel che accade subito dopo, all'espressione più o meno incontrollata di gioia, a quei secondi che immortalano l'idillio e lo rendono storia.

Gabriel Batistuta of Fiorentina
La rincorsa di Batistuta / Getty Images/GettyImages

Il significato di un'esultanza basta spesso a se stesso, si spiega cioè meramente con l'esplosione di un desiderio realizzato, ma esistono (e Batistuta ce lo insegna) situazioni in cui quel festeggiamento porta in dote sfumature, storie e aneddoti, connessioni che ci raccontano anche a posteriori un mondo intero. Quel mondo, quello della mitraglia di Batistuta, ci proietta nella Fiorentina e nel 1998, una squadra guidata da Giovanni Trapattoni (subentrato a Malesani in estate) e capace di arrivare al giro di boa come campione d'inverno, col desiderio di poter davvero ambire al successo in Serie A dopo un lungo digiuno.

Firenze sognava e lo faceva in grande, lo faceva certo grazie all'abitudine del Trap alle posizioni più nobili ma, ancor di più, grazie al suo Re Leone. Se Napoli ebbe in Maradona la rappresentazione assoluta del riscatto, dell'idolo posto più prossimo al divino che non all'umano, Firenze ha scoperto il suo simbolo negli anni '90 in un argentino arrivato nel silenzio e ripartito poi tra le lacrime, come un ciclone che ha portato via ogni cosa si ponesse sulla sua strada.

Il ruolo di Luciano Dati

Niente di ruffiano, niente di posticcio, anche le sue esultanze si legavano alla perfezione al momento della squadra, all'umore del gruppo: e se la corsa verso la bandierina, quella che ispirò un noto coro, nacque su suggerimento di Flachi (ispirato a sua volta da Sheringham) si può scoprire come, invece, la mitraglia ideata nel 1998 sia frutto dell'intesa tra Batistuta e un'istituzione viola dei '90, Luciano Dati.

Un massaggiatore, sì, ma sarebbe riduttivo restare fermi sulla definizione e sui compiti pur fondamentali associati al mestiere: istrionico, sorprendente, capace come pochi di fare gruppo e di portare nello spogliatoio momenti di ironia e divertimento, basilari per costruire qualcosa di bello, consolando e rincuorando quando era il caso, giocando quando si poteva.

Ed è chiaro come dal legame tra due pezzi di storia, Bati e Dati appunto, non potessero che sorgere conseguenze significative per il mondo viola, un legame così solido tra l'altro da condurre il massaggiatore a seguire il centravanti ai Mondiali del '98, in Francia. Collaborazione quasi clandestina, in quel momento, e fuori dai crismi dell'ufficialità: le comparsate nell'albergo in cui alloggiava la squadra comportavano movimenti e sotterfugi degni del miglior agente segreto, roba da film di spionaggio, per non turbare gli equilibri dell'Albiceleste e dello staff.

Come nasce la mitraglia di Batistuta

Da lì, da quella trasferta dal sapore così clandestino, nacque il soprannome di 007 associato proprio a Dati e riportato sulla maglia viola che quest'ultimo iniziò a indossare. Una maglia viola con due zeri e un sette, a forma di pistola. "Quando fai gol mi spari", il suggerimento del massaggiatore al Re Leone, con Bati che non se lo fece ripetere due volte: seconda giornata di Serie A a Vicenza, stacco imperioso su corner di Lulù Oliveira dalla destra, colpo di testa e pallone in rete dopo appena un minuto di gioco.

I compagni che corrono verso di lui, l'argentino si volta verso la panchina e inizia a smitragliare, con Dati che intanto si butta a terra, come colpito. La Gazzetta dello Sport del 22 settembre '98, due giorni dopo rispetto al gol, racconta dunque la nascita di un gesto divenuto iconico, amato e imitato: la leggendaria mitraglia di Batistuta.

Un'esultanza che certo non si è fermata a Vicenza e che anzi ha tratteggiato i momenti più alti di quella stagione che si prometteva magica: liberatorio e indimenticabile quello stesso gesto dopo il gol dell'1-0 alla Juve, il 13 dicembre '98, quando tutto sembrava possibile e quella mitraglia pareva in grado di colpire e stendere l'intero panorama delle "sorelle" che comandavano in Serie A. Un gesto "studiato" sì, nato da un'intesa fuori dal campo, ma mai apparso come un vezzo fasullo, sempre coerente con la natura animalesca e potente del suo autore, rabbioso e fuori controllo pur in un gesto replicato tante volte.


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