La sterile crociata: risultatisti vs giochisti, cercando una terza via

Simeone e Guardiola
Simeone e Guardiola / Soccrates Images/GettyImages
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Ogni tempo ha la sua crociata, ogni epoca produce diatribe che tra le righe percorrono la quotidianità di tifosi e addetti ai lavori, animando bar reali e virtuali (con l'accento ormai stabilmente posto sui secondi). Ci sono gli anni del dualismo tra questo e quel campione, coi fanatici dell'uno e dell'altro pronti a tesserne le lodi oppure a denigrare il rivale, ci sono gli anni del tecnico dogmatico che ingabbia e limita il fantasista più talentuoso. Ci sono poi, e lo vediamo a cadenza regolare, i giorni nostri: quelli della ripetuta ed eterna nenia dei giochisti e dei risultatisti.

Uno scontro opinabile già nella scelta dei termini, un duello meramente teorico e di conseguenza traballante sul filo, orientato più sulla sua natura sterile - quella di crociata - che non sull'analisi o sulla voglia di capire dove risieda effettivamente il nodo della questione (ammesso che ce ne sia realmente una). Chi si ostina a scendere su questo terreno, chi abbraccia dunque la logica del dualismo, sposa la posizione teorica secondo cui, a conti fatti, esisterebbero realmente due facce distinte del calcio, due versioni il cui segno di demarcazione - vero punto di non ritorno - è quello dell'estetica.

Pep Guardiola
Pep Guardiola / Soccrates Images/GettyImages

Come al cinema

Il richiamo dell'estetica porta con sé concetti ugualmente curiosi (perlomeno ambigui) se associati al pallone, quello di divertimento in primis così come quello di spettacolo. Ci divertiamo, del resto, tutti allo stesso modo? Potremmo affollare tutti le stesse sale, per vedere lo stesso film, e uscirne comunque ugualmente appagati? Seguendo il filo tracciato da chi si strappa le vesti per il mito del "bel calcio" troveremmo una risposta positiva: lo spettacolo è una cosa sola, il divertimento altrettanto, aboliamo dunque i generi e accalchiamoci di fronte allo stesso schermo.

Restando sul filo della metafora cinematografica rimane la questione della dignità: potremmo immaginare Diego Simeone come il regista di un film di genere, di un horror a basso costo o di una commedia cult partita con poche pretese, tutto materiale che lungo i decenni ha popolato gli incubi dei critici, generato sdegno in chi attribuiva spessore al solo cinema d'essai. Il tutto in una logica esclusiva: esaltare un lato della medaglia con la necessità di affossare l'altro, come per rendere più valido e "alto" il proprio pulpito.

Diego Pablo Simeone
Diego SImeone / Soccrates Images/GettyImages

La questione del DNA

Fuor di metafora, tornando dunque al dualismo mediatico risultatisti vs giochisti, rimane poi inespresso un elemento cardine del calcio stesso, un fattore che inspiegabilmente finisce nell'ombra: quello del DNA, quello dell'identità calcistica che trascende il singolo momento storico e che, a tutti gli effetti, permea una città, uno stadio o una tifoseria. Una chiave di lettura vitale, questa, per comprendere quanto le crociate condotte da addetti ai lavori contro questo o quel tecnico, contro una specifica idea di calcio, risultino in fin dei conti pretestuose, gettate lì senza dar loro sostanza.

I club non sono gusci vuoti, dunque, così come le "idee di calcio" non sono pacchetti che meramente si trasportano altrove e si applicano scolasticamente: anche lo stesso percorso di Pep Guardiola, guru assoluto dei cosiddetti giochisti, dovrebbe rendere chiaro quanto l'applicazione di un dato approccio passi logicamente da un salto "culturale", da un distacco fisiologico tra le varie realtà. Monaco non è Barcellona, Manchester altrettanto.

Ancelotti head Coach
Carlo Ancelotti / Quality Sport Images/GettyImages

La terza via

Un discorso applicabile anche ai cultori del gegenpressing, sulla scia della scuola tedesca: anche in questo senso la replica in senso stretto appare una logica fallimentare, richiedendo invece l'abilità quasi camaleontica di fondere un'idea di calcio a un terreno volta per volta diverso. Quando Ancelotti sottolinea il peso di un'"identità di squadra" trova insomma la via più virtuosa per rifuggire alle ideologie applicate al calcio, a quelle trappole mediatiche e forzate (il guardiolismo, il sarrismo) che di fatto parlano di tutto ma non di campo.

Il campo ci spiega del resto come abbondino i tentativi goffi di importare, decidendolo a tavolino, un'ideologia calcistica all'interno di un contesto dal DNA distante: la breve avventura di Maurizio Sarri alla Juve dice tanto, in una sorta di allergia innata in cui persino i risultati non sono stati sufficienti per sancire una cura, per firmare l'idillio e per assecondare quel proposito espresso dalla dirigenza (di una Juve più europea e più votata allo spettacolo).

Un episodio emblematico, senz'altro, per capire quanto i percorsi di un tecnico siano legati alla quotidianità, alle risorse di un gruppo, alla sintonia con città e dirigenza e quanto, invece, sia riduttivo dover cercare sistematicamente il ricorso al principio, alle ideologie valide soltanto in astratto.


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