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Pochettino e il paradosso delle figurine: il broncio fatale di chi vince

Matteo Baldini
Messi e Pochettino
Messi e Pochettino / FRANCK FIFE/Getty Images
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Che il Paris Saint Germain abbia i tratti dello schiacciasassi è un fatto, che lo possa essere persino a prescindere dal terzetto dei sogni è un'altra possibilità verosimile almeno nel contesto della Ligue 1, ma è altrettanto chiaro che talvolta non sia sufficiente essere una corazzata sulla carta per poter arrivare al risultato auspicato. La scorsa stagione lo ha detto senza mezzi termini, il titolo al Lille è qui a dimostrarcelo così come la Supercoppa di Francia, e il nuovo fantasma con cui fare i conti vive sul fronte europeo e vede in Mauricio Pochettino il protagonista di un surreale scenario in cui il punteggio pieno in classifica, in campionato, non basta per allontanare ruggini, voci e casi dannosi.

Mauricio Pochettino
Pochettino in conferenza stampa / John Berry/Getty Images

Ce l'ho, mi manca

Che il mercato del Paris Saint Germain sia una sorta di mercato 2.0 è sotto gli occhi di tutti, sia per il livello dei nomi arrivati nel club di Al-Khelaifi sia per le dinamiche che hanno visto condurre e completare gli affari. Non più mere schermaglie tra club, in un incrocio dinamico tra richiesta e offerta, ma un'attesa con finale scritto: contratti faraonici sul tavolo, scadenze che incombono e agenti pronti a sfregarsi le mani, trovando il nuovo Eldorado del pallone.

Un contesto che ribalta tutti gli schemi precostituiti del mercato: perché non puoi avere sotto contratto 5 portieri che sarebbero titolari in mezzo mondo? Perché non puoi immaginare di avere Di Maria o Icardi come rincalzi? Perché mai i simboli di Real e Barcellona non possono ritrovarsi fianco a fianco come compagni di squadra? Decenni di luoghi comuni rovesciati sulla porta di un nuovo modo d'intendere il mercato, tra figurine e videogames, con logiche che vedono l'allenatore nelle vesti del collezionista pronto a giocare la mano giusta, a pescare assi via via diversi. Un panorama che non considera un contraltare non da poco: un uomo, persino un atleta di fama mondiale, non è una figurina o almeno non accetta così pacificamente di esserlo diventato.

Lionel Messi, Neymar Jr
Neymar e Messi / Xavier Laine/Getty Images

Il broncio di chi vince

La prospettiva di trovarsi a punteggio pieno, con 18 gol fatti e 6 subiti alla sesta giornata di campionato, appare agli occhi degli allenatori del mondo come una chimera, un sogno a cui ambire senza pensarci due volte. Un sogno lontano da qualsivoglia rischio di scomodità, che a livello teorico dovrebbe farti dormire sonni tranquilli.

Eppure, per assurdo, c'è chi si trova in questa situazione e, al contempo, potrebbe persino invidiare un ipotetico scenario da serena metà classifica, con la gente che ti acclama per un punto strappato fuori casa senza sapere come. Il confine tra allenatore e collezionista di figurine è netto, anche volendo pensare al tecnico come figura chiamata a gestire un gruppo di stelle, di prime donne: qui siamo oltre, siamo nell'ambito dei supereroi e delle aziende in forma d'atleta, di chi sposta milioni con un post, di chi diventa emblema appena muove un passo.

Ecco dunque che dal possibile caso Donnarumma, eroe di Euro 2020 tenuto in panchina a discapito di uno stipendio da capogiro, si passa a un nuovo e più doloroso spigolo: Leo Messi che esce dal campo al 76' contro il Lione e ti guarda storto, con malcelata aria di sfida, generando un vespaio che parte da Parigi e arriva in pochi minuti fino in Spagna, per volare poi in Argentina e amplificarsi in modo virale. Pochettino ha parlato di rose da gestire e di scelte fatte "per il bene della squadra" ma ci sono sguardi e gesti che portano in sé macigni, fantasmi con cui convivere persino al di là dei punti fatti: il rischio più grande per un allenatore.

Ripensando agli Spurs

E la storia di Pochettino, nello specifico, ci consegna riscontri importanti e probabilmente significativi. La parentesi più felice della vita dell'argentino come tecnico è indubbiamente quella che lo ha visto guidare il Tottenham fino alla finale di Champions League, mantenendolo costantemente tra le prime della classe in Premier tra il 2014/15 e il 2018/2019. Quel che torna alla mente ripensando a quel Tottenham, però, non sono certo i colpi milionari o i nomi arrivati per avere una copertina in più: si parla di un nucleo di giocatori, uno zoccolo duro, composto da Lloris, Alderweireld, Vertonghen, Dele Alli, Eriksen, Kane e Son, con altri protagonisti pronti ad avvicendarsi e a inserirsi in un meccanismo oliato.

Harry Kane, Mauricio Pochettino
Pochettino e Kane / Craig Mercer/MB Media/Getty Images

Un'idea di squadra e un contesto sportivo diametralmente opposti a quello parigino, a quello di Al-Khelaifi e delle figurine: lo sguardo di Messi supera dunque per assurdo il peso dei punti per chi, e non è certo un difetto, ha costruito la propria fortuna sull'identità di squadra, sul gruppo e sulla continuità.


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