Perché le parole di Dusan Vlahovic suggeriscono un epilogo già scritto

Matteo Baldini
Dusan Vlahovic
Dusan Vlahovic / Gabriele Maltinti/Getty Images
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Non è consigliabile tarpare le ali quando si prova a spiccare il volo o trovare ragioni per vedere un bicchiere pieno come se fosse mezzo vuoto, può diventare persino pretestuoso, ma la necessità pensando al rapporto tra Fiorentina e Dusan Vlahovic è una sola: godersi il presente e non spingersi oltre, non azzardare passi troppo lunghi.

Dusan Vlahovic
Caricando i tifosi / Gabriele Maltinti/Getty Images

L'abbraccio collettivo

Il presente, del resto, merita assolutamente di essere vissuto: il ritorno dei tifosi al Franchi ha permesso a Vlahovic di trarre ulteriore linfa e di aggiungere un bonus di carisma e leadership a un repertorio già denso di virtù.

Il ringraziamento di fronte ai cori, con la partita col Toro ancora nel vivo, ha detto tanto e, al contempo, ha enfatizzato l'unione tra la piazza e il suo bomber: 21 gol segnati in una stagione deludente, come la scorsa, sembrano un antipasto in grado di far sognare, in presenza di una squadra ben più in palla e dalla propensione più offensiva come quella di Italiano. Ci sono tutti gli ingredienti, insomma, per immaginare una consacrazione ulteriore e per sancire un impatto altrettanto devastante di Vlahovic in ottica mercato, tra un anno.

Leggendo tra le righe

Detto della necessità di godersi il presente resta comunque evidente un fatto: la vetrina viola ha un gioiello troppo brillante in bella vista, troppo per non invitare i passanti più facoltosi e ambiziosi a fare follie per averlo, prima o dopo. La missione di Commisso, preservare tale patrimonio sportivo almeno a breve termine, non va sottovalutata e sminuita ma, al contempo, le stesse parole del giocatore dopo Fiorentina-Torino hanno lasciato un messaggio tra le righe.

Tra un anno, in sostanza, saremo punto e a capo: "Non ho mai spinto di andare via anche con offerte molto importanti per me e per la società, sono contentissimo e spero che quest'anno faremo grandi cose". Vlahovic non ha imitato quanto fatto da Chiesa l'anno scorso, non ha cioè puntato i piedi per andarsene, ma ha prestato logicamente orecchio alle offerte ricevute, rendendosi conto del proprio valore e, per certi versi), di avere il coltello dalla parte del manico, di essere (insieme all'entourage) la parte forte rispetto al club.

Il nodo contratto

Un rapporto di forza legato a doppio filo alla questione rinnovo, con la necessità di trovare un compromesso, una sintesi, che permetta a entrambe le parti in causa di vivere al meglio anche un probabile addio per spiccare definitivamente il volo, tra un anno. Il nodo potrebbe risiedere in una clausola più alta di quanto preventivato in precedenza, più vicina agli 80 milioni dunque, tanto da tutelare il club in presenza dell'irruzione di società interessate (prospettiva tutt'altro che fantascientifica). Al contempo il giocatore vedrebbe riconosciuto, attraverso un aumento esponenziale dell'ingaggio, il proprio ruolo in questa Fiorentina e uno status ormai innegabile di campione, non più di promessa.

Rocco Commisso
Rocco Commisso / Gabriele Maltinti/Getty Images

Un predestinato che sa di esserlo

La questione si poggia tutta su una profonda consapevolezza, intero fulcro della vicenda: un centravanti come Vlahovic è merce rara, adesso, e lo stesso classe 2000 lo sa bene. Predica umiltà e cultura del lavoro, le predica e le dimostra quotidianamente, ma è totalmente avvolto dalla coscienza di sé, degli scenari illimitati che potrebbero aprirsi col passare dei mesi, scenari di un futuro già segnato di stella pur senza la smania e i capricci che troppo spesso hanno avvelenato gli animi.

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