Perché la nuova Champions League non ha niente a che fare con la Superlega

Matteo Baldini
Champions League
Champions League / Visionhaus/GettyImages
facebooktwitterreddit

Ogni cambiamento porta in sé una buona dose di smarrimento e di scetticismo iniziale, anche per il mero fatto di dover deviare dall'abitudine e di veder interrompere una routine divenuta solida, un appiglio di certezza di cui farsi forti. Diventa dunque logico che una rivoluzione come quella relativa alla Champions League, ben diversa nella sua formula a partire dalla stagione 2024/25, presti il fianco a giudizi critici e a un'iniziale levata di scudi.

Una reazione doppiamente critica: da un lato i reazionari, coloro che ritengono il mantenimento dello status quo come valore massimo da preservare, d'altro canto chi attacca eccome il sistema e si sarebbe aspettato un cambio di direzione differente, persino più estremo o, comunque, basato su presupposti diversi da quelli seguiti dalla riforma appena ufficializzata.

Le buone vecchie abitudini

L'abbandono della logica dei gironi, l'accorpamento delle 36 squadre in un'unica classifica, la presenza di 8 sfide con 8 avversari diversi e non l'alternanza di andata e ritorno: tutti aspetti che, a ragion veduta, tolgono certezze e interrompono una tradizione (per sua natura consolante, in quanto radicata). Esistono dunque ragioni difficilmente aggirabili o negabili per prendere le distanze o quantomeno per borbottare, con poca soddisfazione, di fronte a uno scenario così profondamente mutato.

D'altro canto, quel che fa rumore, sono le critiche che - quasi per inerzia - riportano in piazza l'eterno tormentone Superlega, brandendolo come a voler dire che, date le novità introdotte, sarebbe stato più opportuno assecondare le intenzioni di Juventus, Real Madrid e Barcellona. Un coro tanto rumoroso e affollato quanto, d'altro canto, privo di reali fondamenta logiche per tenersi su: pur non potendo certo santificare l'operato dell'UEFA e di Aleksander Ceferin appare chiaro, come ribadito proprio da quest'ultimo, che il tema portante e inaggirabile sia quello del "merito sportivo" come criterio basilare, come punto cardine che non consente compromessi.

FBL-UEFA-EUR
Aleksander Ceferin / FABRICE COFFRINI/GettyImages

Un criterio fondante

"Oggi, la UEFA ha dimostrato chiaramente di impegnarsi al massimo per rispettare i valori fondamentali dello sport e difendere del principio di apertura delle competizioni, con qualificazioni basate sul merito sportivo."

Aleksander Ceferin

Il calcio dei coefficienti e del merito storico, con la giustificazione sonante degli incassi e dei diritti TV, rosicchierebbe da dentro l'essenza stessa del suo essere sport e si voterebbe in senso assoluto allo show. Uno show che, del resto, nella sua ripetizione a oltranza andrebbe incontro a sicura inflazione, rinuncerebbe a monte al brivido dell'inatteso, all'esito incerto che (in quanto tale) motiva l'interesse.

Non per la retorica attesa di imprese sportive ai limiti dell'irreale quanto per un patto di fondo, un accordo che non può accettare compromessi: senza merito sportivo salta il banco, vengono meno il senso della vittoria e della sconfitta, si entra al cinema - insomma - e si esce dallo stadio.

Andrea Agnelli, Joan Laporta
Laporta e Agnelli / Quality Sport Images/GettyImages

In bilico tra sport e show

Tornando alla fondata e per certi versi onesta osservazione di Andrea Agnelli, che individuò in Fortnite la vera minaccia per il seguito del calcio e per la sua popolarità, potremmo dunque riconoscere un bivio, con altrettanta onestà: un calcio che rinuncia al merito sportivo si affranca dal panorama degli sport e approda in modo più aderente a quello dello show business.

Esiste tra l'altro la possibilità di provare realmente a spingersi oltre, a esplorare nuovi orizzonti, senza perciò minare le basi più profonde del calcio in quanto competizione sportiva: il panorama degli eSports, le possibilità ancora incalcolabili offerte dal metaverso, il mondo NFT e le sue già numerose connotazioni calcistiche. Un menù che, davvero, ha in sé la possibilità di fronteggiare a dovere quella concorrenza così insidiosa che Agnelli ricordava.

Diventa invece paradossale e deleterio immaginare che l'unica via per sopravvivere sia, di fatto, rinunciare a ciò che ti ha reso popolare, a ciò che ti ha permesso di entrare nelle pieghe della società in modo così profondo e dirompente, di penetrare nell'immaginario collettivo. Diventa una contraddizione in termini dover rinunciare, a conti fatti, alla tua identità.


Segui 90min su Instagram.

facebooktwitterreddit