Opinioni

Perché immaginare Borja Valero al Lebowski non è solo utopia

Matteo Baldini
Borja Valero
Borja Valero / Marco Canoniero/Getty Images
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Quel che mediamente ci si aspetta da una sessione estiva di calciomercato prevede qualche esubero che cerca fortuna altrove, qualche raro coniglio estratto dal cilindro e ancor più di rado il manifestarsi del Sacro Graal, del colpo da novanta che ti tiene sveglio di notte, nell'attesa spasmodica di vederlo sul campo. Vecchie glorie lasciate libere, finite a rimpolpare la lista dei parametro zero, fanno raramente notizia e, più spesso, iniziano a percorrere i primi passi nel mondo ancora ignoto degli ex calciatori, a lungo temuto ma pronto ad avvicinarsi col suo andamento sinistro.

In mezzo al panorama solito del mercato, però, si affaccia talvolta uno sprazzo di inattesa follia, qualche strada meno battuta e lontana persino dal "calcio che conta". Ad esempio è il caso di Borja Valero, reduce dall'addio alla Fiorentina e forte di un passato ad altissimo livello tra Liga e Serie A, accostato a una realtà del calcio dilettantistico toscano come il Centro Storico Lebowski. Proviamo dunque a capire perché, di fatto, l'idea sia sì suggestiva ma non semplicemente calata dal cielo e avulsa dalla realtà:

Borja Valero
Borja Valero in viola / Nicolò Campo/Getty Images

Cos'è il Centro Storico Lebowski

Il discorso deve necessariamente partire da qui, da quando in piazza D'Azeglio a Firenze prese forma il primo progetto di Lebowski, con tanto di manifesto programmatico e di idee fondanti che tracciavano un solco tra la loro idea di pallone e quella "dei grandi". Nel 2010, in curiosa concomitanza con la nascita della cosiddetta Tessera del Tifoso, muoveva i primi passi una realtà del tutto peculiare nel panorama del calcio dilettantistico: non solo società sportiva ma nucleo ideale di chi crede in un calcio che non veda il tifoso come mero cliente, un progetto che voleva affrancarsi dagli "intrighi di palazzo" e dai veleni per vivere invece a stretto contatto col proprio mondo, la propria gente, in un contesto di autofinanziamento e autogestione che, di fatto, non doveva e non deve dare conto, in modo reverenziale, a chi stava più in alto.

Un progetto che, peraltro, tirava in ballo una gestione orizzontale del club, senza un padre padrone "alieno" da cui dipendessero le sorti della squadra. Un discorso, quello del Lebowski, che aveva radici già forti in quanto accaduto a seguito dell'AC Lebowski in terza categoria fin dal 2005, in un mix di follia giovanile sfuggita di mano e diventata poi una cosa seria. Seria a tal punto da voler prendere in mano le redini di una società di terza categoria e di rendere gli ultras non più un'entità esterna e collaterale ma il motore stesso del club, anche in senso formale e non solo simbolico. Calcio e stadio come sedi di aggregazione, di entusiasmo e partecipazione emotiva, una realtà che poteva trovare nel "calcio minore" una sede ideale in cui realizzarsi, con risultati sportivi peraltro anche sorprendenti negli anni successivi, arrivando dalla terza categoria fino alla Promozione.

Borja Valero
La prima esperienza in viola di Borja / Marco Luzzani/Getty Images

Un calciatore atipico

In questo senso aiuta e non poco l'ironico comunicato diffuso dal CS Lebowski proprio in merito alle voci di un possibile approdo di Borja Valero in grigionero: "Come potremmo quindi essere interessati a un giocatore sincero, sensibile e umile, intelligente, attaccato alla maglia che indossa, consapevole mentre gioca di star rappresentando una comunità, capace di mettersi a disposizione del gruppo? Inoltre, non comprendiamo come Borja Valero possa essere tanto innamorato della nostra città da decidere di rimanerci a vivere una volta finito il percorso calcistico con la Fiorentina. Questo sentimento ci sembra rivelare un bagaglio emotivo che mal si sposa con le ambizioni del Centro Storico Lebowski. A noi i tipi passionali che sanno pensare con il cuore e che sono disposti a mettersi in gioco, si sa, non son mai piaciuti".

Il comunicato prosegue: "Infine, anche il carattere intimo, autentico e semplice della sua comunicazione sui social non ci pare intonato con l’urlata spettacolarizzazione a tutti i costi che il calcio di oggi richiede. Noi non amiamo i giocatori che riflettono sulle mille sfumature della libertà, dell’amore per il gioco e dei suoi valori: il calcio si fa diversamente, perbacco!". Con l'arma dell'ironia, dunque, si riflette sulla natura di Borja Valero come elemento piuttosto atipico nel mondo del calcio, un uomo in grado di sviluppare un legame profondo con la sua città (come di fatto è diventata Firenze per lui e la famiglia), un giocatore che in sostanza riflette sul campo come fuori, tenendosi alla larga dai lustrini e dalle manie di protagonismo ma coltivando invece quello spirito che anche il Lebowski fa proprio da sempre.

Il legame con Firenze

Decisivo in tal senso è, come già anticipato, il legame con la città di Firenze. Un legame che, almeno dal lato di una parte della tifoseria, ha vacillato in occasione dell'addio del Sindaco per raggiungere l'Inter: non mancò chi, in quel frangente, ritenne sopravvalutata l'idea romantica di un idillio per fare invece spazio al richiamo di un ingaggio maggiore e di una piazza più ambiziosa. Il ritorno in viola e le riflessioni su come si consumò realmente quell'addio hanno ammorbidito la situazione, facendo rientrare le critiche più aspre, ma il ruolo decisivo lo gioca poi la realtà quotidiana: una realtà familiare che ha visto Firenze diventare la casa di Borja, della moglie Rocio e dei figli Alvaro e Lucia. Non un legame pubblicizzato perché è conveniente farlo ma un discorso pratico e vissuto nel quotidiano, con la città che col tempo ha imparato a conoscere questa famiglia e a sentirla davvero "di casa", anche al di là del pallone.

Trovarsi a metà strada

In sintesi due storie atipiche, che si discostano dai binari più consueti e già percorsi del calcio, potrebbero in qualche modo incrociarsi a ragion veduta: il Lebowski chiede a ragione che lo si lasci sognare, senza porre limiti alla provvidenza, e l'idea di raccontare a Borja cosa sia quel mondo così particolare potrebbe trovare dall'altra parte una porta non necessariamente spalancata ma comunque socchiusa, quel tanto da lasciar spazio per immagini e idee degne di una scintilla, di un nuovo coinvolgimento che arricchisca entrambe le storie.


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