Opinioni

Perché in Europa esiste già una Superlega

Matteo Baldini
Grealish, Messi e De Bruyne
Grealish, Messi e De Bruyne / Visionhaus/GettyImages
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L'aprile del 2021 ha visto affacciarsi, senza prima avvertire, scenari da molti vissuti come apocalittici, prospettive che lasciavano intendere la fine del calcio per come lo conosciamo e la contemporanea ascesa di un modello diverso, senz'altro elitario, che permettesse al pallone di rendersi concorrenziale verso l'infinito panorama di intrattenimento che, oggi, ognuno di noi ha in mano (con particolare riguardo alle giovani generazioni). Il progetto Superlega ha alla base dunque un concetto, ribadito spesso da Agnelli come manifesto programmatico, che prende il largo rispetto a un calcio fatto di identità da preservare, rispetto a un'idea vissuta come stantia e superata dai fondatori di questo nuovo modo d'intendere il pallone.

Agnelli e Ceferin
Agnelli e Ceferin / ANDREAS SOLARO/GettyImages

Retorica e sostanza

Inutile però girarci intorno, il discorso finanziario reclama una legittima priorità: l'emergenza Covid-19 ha accelerato un processo già in atto e ha reso la crisi impossibile da nascondere sotto il tappeto, riducendo al minimo introiti vitali per club già indebitati fino all'inverosimile, radendo al suolo i più deboli e intaccando anche chi sembrava intoccabile, eterno. Non è un caso se, seppur con proporzioni diverse, i tre club che tuttora difendono strenuamente l'idea Superlega e la cullano fanno parte di quel novero di società alle prese con grattacapi a livello finanziario: il caso del Barcellona è il più eclatante, cristallizzato nelle lacrime di Messi al momento dell'addio, e racconta di un club che a marzo era ben oltre il proverbiale orlo del precipizio, con una gestione rivelatasi disastrosa e toppe successive troppo ridotte per arginare quel che era venuto a crearsi. Se Atene piange, però, è certo che Sparta in rida: al debito da 1,35 miliardi dei Blaugrana fa eco un Real Madrid che, dal canto proprio, ha detto addio alle campagne acquisti faraoniche e, in estate, è arrivato a perdere un uomo simbolo del calibro di Sergio Ramos (in direzione PSG, proprio come Messi) insieme al suo partner di difesa Varane. In casa Juve, pur con proporzioni diverse rispetto agli altri club promotori della Superlega che tuttora ritengono valido il percorso, esiste comunque un discorso avvicinabile alle Merengues: i bianconeri hanno aumentato più di chiunque altro (il Real è secondo, secondo uno studio di offpitch.com) il debito a lungo termine e, come del resto è sotto gli occhi di tutti, il mercato stesso della Juve si muove ormai costantemente sul fronte dei prestiti biennali con riscatti da pagare in un secondo tempo, con tanto di cessione di un CR7 divenuto sempre più pesante da sostenere nonostante i numeri importanti sul campo.

Tifosi contro la Superlega
Reazione dei tifosi alla Superlega / Chloe Knott - Danehouse/GettyImages

"Il calcio del popolo"

Lo strumento retorico di opposizione alla Superlega, strumento più che mai efficace a stretto giro, fu quello del rimando diretto ed esplicito a un calcio "popolare", allo sport come momento di partecipazione collettiva in cui il sogno e l'identità trovavano un loro palcoscenico, tra miracoli sportivi e tifoserie innamorate della loro maglia. Chiaro che, a livello mediatico, argomenti simili possano avere un risalto decisivo, impossibile da frenare, tanto da condurci al racconto secondo cui la Superlega sarebbe stata sconfitta sul nascere da una sorta di ribellione popolare, di ricongiungimento utopistico tra tifosi, proprietà e istituzioni calcistiche internazionali. Un idillio che però ha avuto le gambe corte, considerata un'estate ricca di stravolgimenti per gli amanti del "calcio del popolo": Leo Messi con una maglia diversa da quella del Barcellona, Sergio Ramos suo compagno di squadra dopo una vita da rivali, Donnarumma decisivo per gli Europei che si trova a partire in panchina al PSG nonostante uno stipendio da capogiro (il tutto parlando sempre di trasferimenti conclusi senza esborso per il cartellino).

Achraf Hakim, Georginio Wijnaldum, Gianluigi Donnarumma, Sergio Ramos, Lionel Messi
I nuovi acquisti del PSG / Catherine Steenkeste/GettyImages

Conflitto inevitabile

Uno scenario che fa capire come, di fatto, una forma sottile di Superlega riesca a farsi spazio neanche troppo elegantemente, tra ingaggi insostenibili per la maggior parte dei club e una forza contrattuale sempre più centrale di agenti e intermediari rispetto ai club. Non parliamo semplicemente della piccola società costretta ad arrendersi di fronte alle ambizioni dei giganti del calcio, come nella natura delle cose quando si tratta di professionismo, parliamo di realtà che si trovano ad essere subalterne pur avendo tutti i crismi per ritenersi storicamente big (basti pensare al Milan o all'Inter campione d'Italia e al mercato condotto). Un contesto particolarmente critico e complesso poiché privo di quell'uniformità che, sulla carta, lo strumento del Fair Play Finanziario avrebbe dovuto garantire: le frequenti prese di posizione di Tebas, presidente della Liga, fanno intendere al meglio come lo strumento in questione venga riutenuto inadeguato e per niente paritario anche dalle stesse istituzioni e dalle leghe nazionali, tanto da dar vita a un vero e proprio conflitto.

Javier Tebas
Javier Tebas / Arnold Jerocki/GettyImages

Il peso sempre maggiore dei club-stato, pensando al caso PSG e ancor di più al clamoroso sbarco saudita nel mondo del calcio europeo col Newcastle, sembra destinato ad accentuare sempre di più un concetto strisciante di Superlega, una dimensione diversa e del tutto ridimensionata della storia dei club (anche dei più prestigiosi) per assecondare logiche differenti, spesso incontrollate e pronte a generare team all star inarrivabili per i comuni mortali, anche per i più titolati. Resta evidente il nodo decisivo del criterio sportivo e della meritocrazia, aspetto tuttora garantito anche di fronte allo strapotere economico di dati club, ma è chiaro come (in assenza di regole valide per tutti e universalmente recepite) anche competizioni sulla carta meritocratiche rischino di diventare pesantemente condizionate e prevedibili, un giochino in mano comunque a un élite lontana anni luce dal resto del mondo.


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