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Perché l'approdo di Kylian Mbappé al Real Madrid sarà un passaggio fisiologico

Matteo Baldini
Kylian Mbappé
Kylian Mbappé / Catherine Steenkeste/GettyImages
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Con abilità profetica, in un pezzo del 2003, Samuele Bersani descriveva in poche parole la strenua e logorante resistenza di chi, terrorizzato dalla prospettiva di perdere il patrimonio più vitale, si diceva pronto a tutto per non cedere: "Per la crisi generale si potrebbe licenziare un terzo degli operai ma sarebbe imperdonabile vendere il centravanti, si scatenerebbero delle rivolte popolari". Ancor più profetico, del resto, il riferimento ai tentativi di mobilitazione successivi: "Ci sono trattative per farlo rimanere: tre nuove lotterie, le offerte delle chiese, si darà fondo alle cassette dei risparmi e s'impegnerà l'oro".

Siamo nel paradosso, certo, nell'iperbole che è concessa a chi scrive le canzoni: perché mai i grandi sistemi dovrebbero arrivare a muoversi, ad attivarsi, per spostare le sorti di un calciatore? Forse nel 2003 potevamo effettivamente trovarci nel regno dei paradossi, spingendoci così tanto in là come in quella canzone, ma di anni ne son passati quasi 20 e i contorni si fanno ora meno fantascientifici: un presidente della Repubblica e un ex presidente, Macron e Sarkozy, pronti a mettere in campo tutto il proprio potere diplomatico per scongiurare la ferita di un addio alla Ligue 1 del campione più luminoso di oggi e di domani, erede designato del binomio Messi-CR7 sulla cima dell'Olimpo calcistico.

Kylian Mbappe, Thibaut Courtois
Mbappé in PSG-Real / Shaun Botterill/GettyImages

Al di là del campo

Non si parla soltanto di 181 gol messi a segno in carriera a 22 anni, di un Mondiale già vinto da protagonista quando di anni ne doveva ancora compiere 20, si parla a tutti gli effetti di un'ipoteca sul futuro, di un asset in grado di spostare equilibri e capitali, del timbro di un club (e di un campionato) sul calcio dei prossimi 10 anni almeno. Del resto, se può sembrare iperbolico scomodare le personalità politiche, è altrettanto spinto e audace l'universo di cifre che emerge pensando alla lotta tra Paris Saint Germain e Real Madrid nel nome di Mbappé: 50 milioni a stagione oppure addirittura 60, nelle idee del PSG per riuscire a evitare l'epilogo più doloroso, quello di un addio a parametro zero.

Eppure sembra proprio di essere di fronte a uno di quei casi in cui persino se si spostassero mari e monti, se entrassero in gioco entità ultraterrene, il finale sarebbe scritto. E del resto, quando si parla di PSG, la natura paradossale del discorso emerge in modo evidente: siamo di fronte a un club che da solo paga d'ingaggi il 37% di quanto spendono tutti i club della Ligue 1 (fonte L'Equipe), di una società che vive come sconfitta qualsiasi epilogo che non sia il successo finale e che vive come tremenda ossessione la rincorsa alla Champions League.

Siamo soprattutto di fronte, e il paradosso vero sorge qui, a un club capace di portar dentro Donnarumma, Ramos e Messi e di scontrarsi contemporaneamente contro lo zoccolo duro dei propri tifosi, una sorta di costosa collezione di figurine che comporta equilibri fragili, casi mediatici che si succedono, desideri di fuga come quello dello stesso Mbappé. Fuga verso che cosa? Un percorso, quello di Mbappé, che sembra condurre al Real Madrid come conseguenza più naturale, quasi fisiologica, ben al di là del discorso economico (che del resto non difetterebbe neanche restando in Ligue 1, tutt'altro).

Tra storia e futuro

Si tracciano qui la storia e la carriera di un campione che, logicamente, punta a mantenere saldamente in mano lo scettro del migliore, quello scettro rimbalzato per anni tra Leo Messi (compagno di squadra) e quel Cristiano Ronaldo che ha segnato la storia delle Merengues dal 2009 al 2018.

Un'eredità che Mbappé sente propria a pieno titolo e che difficilmente potrebbe concretizzarsi, anche a livello di risonanza mediatica, restando nel contesto del PSG: un contesto in cui una tripletta non fa notizia, in cui la collezione di campioni non basta a dare entusiasmo e sicurezza, un mondo in cui vincere non è l'unica cosa che conta ma, di fatto, un fastidioso obbligo a cui rispondere per non finire nell'occhio del ciclone.

Dall'altra parte, al contempo, lo stimolo è quello di un club che affianca agli argomenti economici il prestigio della storia, di un'abitudine rodata, quasi esistenziale, a giocare per vincere tutto. Un club che sta rispondendo alla sfida del rinnovamento, alla necessità di scoprire i nuovi Galacticos che non facciano rimpiangere campioni che presto si faranno da parte: Mbappé, insieme a Camavinga, Vinicius e Rodrygo, rappresenterà la stella più brillante di una nuova generazione. La missione di diventare il più grande e di mantenersi tale a lungo, in sostanza, troverà nuovamente nella Liga la sua sede ideale.


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