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La crisi d'identità e il vicolo cieco dei "risultatisti": il seme dei guai della Juve

Matteo Baldini
Sarri e Allegri
Sarri e Allegri / Marco Canoniero/GettyImages
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Per addentrarci nelle dinamiche di una crisi, dove per crisi s'intende naturale smarrimento di fronte a una situazione ricca di aspetti ambigui e contraddittori (senza il premio del risultato), occorre immedesimarsi nella vita di qualcuno. Occorre insomma provare a immaginarci come chi, per una decina d'anni, ha inanellato una sequenza apparentemente inarrestabile di successi personali, di traguardi ambiti e ottenuti: fantastichiamo dunque su un individuo che sul lavoro ottiene promozioni in seguito, dalla vita sociale e sentimentale più che mai appagante, qualcuno che ha poco di più da chiedere alla propria esistenza rispetto a ciò che ha.

Forse qualche viaggio più lungo in Europa, quello sì, come unico tarlo che lo segue e lo divide da un appagamento totale. Poniamo insomma il caso che dopo l'ennesima promozione, festeggiata magari con una birretta a casa e non più con eventi di gala, gli baleni in testa l'idea di poter diventare qualcosa di più, qualcosa di diverso. Ecco che quel completo così impeccabile diventa stretto, che quella macchina che altri invidiano diventa solo ordinaria, che quel preciso taglio di capelli diventa un limite.

The Juventus Club Crest
Juventus / Visionhaus/GettyImages

Il seme della crisi d'identità della Juve

"Potrei essere qualcosa di diverso, qualcosa di più", è un chiodo fisso, un ticchettio insistente nella testa. I risultati sono arrivati, sì, ma non basta: c'è un mondo là fuori, da esplorare, e un cambiamento è la sola via possibile per farcela. Ecco dunque che quello stesso uomo di successo perde i suoi soliti appigli: si prende una pausa dal lavoro, si fa crescere i capelli e la barba, affronta la vita in modo diverso. Qualcosa di affine al percorso intrapreso dalla Juventus nella fase che la vide reinventarsi, pensiamo al restyling del logo ad esempio, e che la vide accogliere Maurizio Sarri dopo gli anni dei successi di Massimiliano Allegri.

Sì, insomma, vincere è l'unica cosa che conta però potremmo anche provare a spingerci oltre, ad ampliare lo sguardo: l'Europa era il palcoscenico ambito e la regola (in teoria) prevedeva che senza essere "più belli" in Europa non si potesse proprio andare, non si avesse residenza. Qui si entra dunque nel discorso spinoso, quello dell'identità: lo smarrimento attuale trova lì il proprio seme, il proprio punto di partenza, e da lì in poi si dipana lungo innumerevoli strade.

Cristiano Ronaldo, Maurizio Sarri
Cristiano Ronaldo e Sarri / Nicolò Campo/GettyImages

Una Juve che provò quasi pudore per quel che era, per come veniva percepita rispetto ad altre realità sportive di successo, perse il filo e tutt'ora cerca di ritrovarlo: l'unico esito possibile, di fronte a una simile ambiguità, è quello di una certa schizofrenia, di direzioni contraddittorie che si avvicendano tra loro e lasciano fermi al palo. Sostenibilità e successo, bellezza e pragmatismo, esperienza ed entusiasmo: ossimori (veri o apparenti) che dicono tanto.

Il primo a incastrarsi in questo gioco di contrasti, apparentemente assurdi, diventa proprio Massimiliano Allegri: il risultatista per eccellenza (ammesso che significhi qualcosa) rifiutato ora, respinto, da chi fa del successo la propria cifra distintiva, da chi bada da sempre al sodo. Il problema dei cosiddetti risultatisti nasce proprio lì: se il punteggio è ciò che ti definisce diventa altrettanto evidente che, se questo non ti premia, non esistano impianti retorici ulteriori a cui aggrapparsi.

Massimiliano Allegri
Max Allegri / Stefano Guidi/GettyImages

Cercando una strada

Uno Zeman o un Sarri, un Sacchi o un Guardiola, hanno dietro di sé un mondo di idee, un immaginario, che talvolta permette di spingersi oltre l'esito del campo (quando serve); Allegri dal canto proprio firma la propria stessa condanna nel momento in cui professa il suo pragmatismo assoluto: se vinci vai bene, se non lo fai no. E al contempo diventa altrettanto schizofrenico ciò che accade in seno alla piazza, senza la possibilità di individuare una linea comune: l'esaltazione per Pogba e Di Maria si affianca all'idillio per Miretti e Fagioli, la sete di risultati si accompagna alla richiesta di un "gioco più propositivo".

E più Allegri si rende la personificazione mediatica di quel motto (vincere è l'unica cosa che conta) più il rifiuto si fa perentorio, più si cerca altro. Si scivola ancor di più nei meandri del paradosso: chi ricerca un fantomatico DNA bianconero pensando a Montero (rischiando invece l'effetto Pirlo bis), chi addirittura torna a pensare all'estetica e si proietta su De Zerbi (prima che finisse al Brighton).

Una contraddizione ormai fisiologica, fatta di schegge impazzite, che potrebbe trovare pace solo di fronte a una compattezza, a un'unità d'intenti, in seno alla società. Qualcosa di utopistico in un contesto in cui i giocatori arrivano come salvatori della Patria e diventano rincalzi nell'arco di pochi mesi, in un ambiente che accoglie eroi e poi volta loro le spalle nel giro di poche partite: un terreno instabile, fondamenta poco solide per costruire e capire, una volta per tutte, chi si vuole essere.

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