L'Italia e i 5 eterni tormentoni del "movimento da ricostruire"

Matteo Baldini
Italia - Macedonia
Italia - Macedonia / Claudio Villa/GettyImages
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La notte dell'11 luglio 2021, la lunga notte italiana di quella particolare data d'estate, vedeva scorrazzare e inseguirsi fiumi di macchine e motorini, ci vedeva riuniti (per quanto si potesse fare) sotto l'euforica ebbrezza di una vittoria inattesa, di una gioia arrivata senza che nessuno l'avesse pretesa. Doveva essere una tappa di avvicinamento, è stato un tappo da stappare.

Quella notte era fatta di suoni e tormentoni, chi urlava O Tiraggir senza un apparente motivo, chi ricordava il ritorno della Chiesa al centro del villaggio, chi reclamava abbracci per fissare ancor di più l'euforia, per tatuarsela addosso. Poi, a tutti gli effetti, il risveglio. Un hangover dilatato nel tempo, durato ben otto mesi, e ancor più severo, rigido, senza possibilità di reazione. In mezzo, poi, tanti crocevia: vittorie obbligate divenute pareggi, rigori di uno specialista andati insolitamente storti, una collezione di occasioni perse (sempre però col conforto interiore di essere campioni d'Europa, un andrà tutto bene pronto a sedare ogni turbamento).

Qual è lo spazio tra l'euforia del sogno e lo spettro della crisi? Quanto è distante la sicurezza di chi può ottenere tutto dalla malinconia di chi si ritrova con un pugno di mosche? Si tratta, a quanto pare, di una semplice fessura, di un piccolo passo, di rigori sbagliati e di gol subiti quando la partita sembra ormai finita. Eppure, pur in quel minimo spazio, si trova la forza per rispolverare quell'universo di dietrologie e di ricette pronte all'uso: ci si erge a maestri del nuovo corso e si sciorinano consigli, indicando direzioni. Tornano sempre, sicuri e inesorabili, i tormentoni del "nuovo corso per rilanciare il movimento".

1. Un tetto agli stranieri

UC Sampdoria v Udinese Calcio - Serie A
L'Udinese esulta / Getty Images/GettyImages

Siamo pienamente nell'ambito dei tormentoni, non di quelli destinati a durare un'estate e via ma - al contrario - di successi capaci di tornare attuali a più riprese, attraversando i decenni.

Un evergreen delle ricette post-eliminazione: in Italia giocano troppi stranieri, basta, regolamentiamo tutto. Che le squadre italiane diano grande spazio a talenti venuti dall'estero è un fatto, in percentuale solo la Premier League ha più tesserati stranieri rispetto alla Serie A, ma al contempo occorre anche trovare un equilibrio nelle valutazioni: la società che pesca talenti sconosciuti all'estero per renderli poi realtà luminose del calcio è da esaltare o da biasimare?

Il grande club che rende titolare un ragazzo del vivaio è ammirevole oppure goffo? Il punto di equilibrio non può che trovarsi nell'intreccio tra esigenze dei club e delle Nazionali, due lingue che fin qui - in effetti - si sono spesso rivelate straniere l'una per l'altra.

2. Il cambio di CT

Roberto Mancini
Roberto Mancini / Claudio Villa/GettyImages

Pochi mesi fa si tessevano le lodi di Roberto Mancini come condottiero in grado di risollevare un movimento calcistico dalla proprie ceneri, adesso c'è chi lo addita come stesso autore dell'ennesima debacle e come primo artefice di questa.

Considerazioni schizofreniche perfettamente in linea con le logiche del calcio, in cui il baratro che porta nelle profondità abissali è sempre lì a portata di mano, anche degli eroi: ci hai portati sul tetto d'Europa? Non fa niente, c'è l'effetto revival 2006 Cannavaro-Lippi che merita spazio, c'è un Gattuso rimasto senza una panchina, puoi farti da parte insomma.

Dal trionfo alle discussioni sui cambi e sulle scelte di formazione nell'arco di un baleno: nell'occhio del ciclone, come accaduto del resto a Ventura a suo tempo, è finito anche Roberto Mancini. E fino a pochi mesi fa sarebbe apparsa solo pura fantascienza.

3. Rovesciare i vertici

Gabriele Gravina, Luiz Felipe, Nicolo Barella, Leonardo Bonucci
Gravina con gli Azzurri / Claudio Villa/GettyImages

E insieme alle critiche dei 60 milioni di commissari tecnici che popolano il Paese ecco, inesorabili e altrettanto puntali, le levate di scudi nei confronti delle istituzioni del calcio.

Se Tavecchio a suo tempo apparve come bersaglio fin troppo agevole, per una fama mediatica del resto più volte compromessa e messa in discussione, adesso è il turno di Gabriele Gravina: il numero uno della FIGC non ha gettato benzina sul fuoco, parlando dopo l'eliminazione, ma è evidente la sua posizione tra incudine e martello, dove la prima è la voglia di far crescere la Nazionale ed il secondo è il richiamo costante dei club e delle loro esigenze.

Non manca insomma una parte di opinione pubblica che, ritenendo il mancato approdo a Qatar 22 un fallimento del sistema, spinge per le dimissioni (che per inciso non sono sul tavolo) del presidente federale.

4. Il ricambio generazionale

Lorenzo Insigne, Ciro Immobile
Immobile e Insigne / Claudio Villa/GettyImages

Insieme alla folta presenza di stranieri emerge sovente anche il riferimento alla rottamazione di un gruppo e al necessario avvicendamento con nuovi protagonisti.

Spazio al nuovo che avanza insomma, senza guardare in faccia nessuno e senza farsi prendere dalla facile nostalgia: gli idoli di ieri pronti a diventare ormai oggetti arrugginiti da mettere via, dall'altro lato - invece - scalpitanti ragazzini pronti a prendere in mano le sorti di un Paese calcistico.

Salvo poi, nell'arco di un paio d'anni e di fronte a un nuovo fallimento sportivo, diventare loro stessi i rottamati, in una sorta di circolo vizioso senza soluzione di continuità e senza traccia di equilibrio.

5. Le squadre B

Fabio Miretti, Luca Guidetti, Federico Carraro
Miretti in Under 23 / Jonathan Moscrop/GettyImages

Altro ritornello pronto a riaffacciarsi come i tormentoni sulle spiagge estive è quello delle squadre B, del famoso modello spagnolo che già da tempo bussa alle nostre porte ma che - fin qui - ha trovato una risposta come minimo parziale, se non nulla.

Solo la Juve, del resto, vede la propria Under 23 giocare in un contesto professionistico mentre le altre squadre non hanno cavalcato l'onda che sembrava, invece, poter dare nuove opportunità di crescita ai giovani dei vivai in un contesto di professionismo, con un filo diretto poi con l'approdo in prima squadra.

Anche in questo caso, del resto, il richiamo mediatico di modelli importati dall'estero diventa di facile presa, l'ennesima ricetta a buon mercato pronta a tornare in ballo nei momenti bui.


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