Napoli

Insigne e l'addio al Napoli: prima dei giudizi c'è un probabile rimpianto

Matteo Baldini
Lorenzo Insigne
Lorenzo Insigne / Ivan Romano/GettyImages
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L'epilogo della storia di Lorenzo Insigne con la maglia del Napoli riporta prepotentemente in ballo l'eterno scontro tra il concetto di bandiera e il criticato, anche aspramente, richiamo del portafogli e delle ambizioni professionali svincolate da ogni ombra di attaccamento. Un contrasto spesso figlio di speculazioni, connesso ad aspettative fin troppo romantiche e inesorabilmente disilluse, persino anacronistiche nella loro ripetizione.

Del resto potremmo chiederci se militare a lungo in un club sia un criterio sufficiente per diventarne bandiera, possiamo domandarci se possano esistere anche bandiere a presa più rapida o calciatori, al contrario, rimasti in eterno in un club senza però diventarne fino in fondo dei simboli. C'è poi il richiamo dell'attualità, il contrasto forte tra i simboli di Napoli (anche stereotipati) e un Canada come frontiera lontana anni luce, fredda, con meno calore e meno colore.

L'esercizio di critica nei confronti delle scelte professionali dei calciatori è una costante nella vita del tifoso, lo si è visto del resto in estate con l'addio di Donnarumma al Milan ma lo si è capito a più riprese, con tanto di prediche e di turbamenti per uomini che, di fronte all'amore di un popolo, scelgono di girarsi altrove. Esistono, accanto al moto emotivo dei tifosi, questioni contrattuali, di rapporto tra società e calciatore e di vita sportiva, faccende che rendono più arduo un giudizio e che, in fondo, ci fanno comprendere quanto sia complesso immedesimarsi in professionisti che agiscono un campo così peculiare (per durata della carriera, per cifre in ballo, per pressioni).

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Insigne saluta il pubblico / TIZIANA FABI/GettyImages

Potremmo anche citare un paradosso, quello della lunga militanza come timbro non sufficiente per far sbocciare del tutto un amore: Insigne è quarto assoluto sia per presenze che per gol segnati nella storia del Napoli, pronto a superare Diego Armando Maradona per reti realizzate in azzurro (manca appena un gol per raggiungerlo). Eppure, al di là del ruolo cruciale di Insigne nella storia recente dei partenopei, non è mai mancata una dose di critiche, non sono mancate incomprensioni, screzi mescolati con la passione.

Lo stesso capitano azzurro è ben consapevole della natura doppia e complessa del proprio rapporto con la piazza, nonostante le 415 presenze e i 114 gol collezionati in azzurro: "Ho avuto degli screzi qualche volta coi tifosi e mi dispiace. Molti non mi hanno compreso del tutto. Credo di aver sempre assicurato che il Napoli non venisse meno all’impegno in campo. Ho un carattere particolare. So scherzare con tutti, ma all’inizio tengo le distanze. Per alcuni tifosi è superbia, sembra che me la voglia tirare. È solo un atteggiamento di difesa. Qualcuno non mi ha mai compreso al 100%" ha recentemente affermato Insigne, a Rivista Undici.

Lorenzo Insigne, Luciano Spalletti
Insigne e Spalletti / Francesco Pecoraro/GettyImages

Parole che suonano ancor più amare se lette oggi, associandole alle scene dell'incontro col Toronto FC, con quella che diventerà la sua nuova realtà, per la firma sul contratto quinquennale col club di MLS. Il rapporto di luci e ombre con la piazza si unisce poi alle schermaglie infinite sul rinnovo, a un'offerta fatta al giocatore per restare ancora insieme senza però rispondere alle sue esigenze, alla sua voglia di veder riconosciuti anche economicamente un ruolo e un peso specifico fondamentali nelle dinamiche azzurre.

Accanto al mare di giudizi e di critiche, di possibili ruggini qualora l'addio si consumasse in estate e non già a gennaio, resta un rimpianto più che mai probabile, quasi sicuro. Quello di un palmares che conta Coppa Italia e Supercoppa italiana ma è privo fin qui di uno Scudetto, del sogno riportare a Napoli il titolo visto per l'ultima volta con Maradona in campo. Un'idea che ci porta, considerati i soli 30 anni di età di Insigne, a vivere come una beffa l'addio di un calciatore che, più di chiunque altro, sarebbe entrato nella leggenda se si fosse reso protagonista di un miracolo sportivo tanto atteso in città: un paio d'anni in più, almeno per provarci ancora, sarebbero apparsi uno scenario ideale per arrivare alla parola fine con uno spirito diverso.


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