Roma

Il coraggio di Mourinho va oltre la sua retorica: lo dimostra Zalewski

Matteo Baldini
Zalewski e Mourinho
Zalewski e Mourinho / Silvia Lore/GettyImages
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Il racconto legato all'approdo di José Mourinho alla Roma, fin dall'annuncio arrivato sostanzialmente in contemporanea a quello dell'addio di Fonseca, si legava - perlomeno a priori - alle possibili garanzie che il mondo giallorosso avrebbe finalmente vissuto: un mercato fatto di colpi prestigiosi, non soltanto di nomi validi in prospettiva, e la necessità di poter competere per il vertice, assecondando quella che da sempre è la cifra associata allo Special One (al netto di stagioni meno trionfali come le più recenti).

Come ogni storia, però, anche questa ha trovato il verso di cambiare traiettoria in corso d'opera e di somigliare a qualcosa di differente da ciò che, in linea di massima, si poteva prospettare: dalle telefonate ai giocatori di grosso calibro, vere o immaginate che fossero, si è passati a un mercato estivo con pochi colpi d'esperienza (solo Rui Patricio), fatto di innesti che difficilmente, in linea teorica, avremmo associato a Mourinho stesso.

Jose Mourinho coach of AS Roma celebrates after Nicolo...
Mourinho in Roma-Bodo/Glimt / Insidefoto/GettyImages

Non solo: anche l'addio di Dzeko in direzione Inter poteva apparire in controtendenza rispetto all'idea di una Roma targata Special One, col bosniaco che - in quanto nome di peso - poteva essere un elemento assolutamente in linea con le prospettive tracciate dal tecnico. Il mercato condotto dalla Roma in estate, però, non è stato il solo tratto di potenziale discontinuità rispetto alle idee associate inizialmente all'arrivo di Mourinho: anche la sua proverbiale retorica, quel suo modo di fare talvolta istrionico e persino provocatorio, ha lasciato spazio a un equilibrio per certi versi sorprendente, a una versione apparsa più morbida e "matura" (addirittura sottotono, per i fedelissimi dello Special One che ricordavamo in Serie A).

L'atteggiamento del portoghese trovava poi sponda in una Roma che, per forza di cose, si rivelava in cerca di un'identità anche sul campo, con diversi interrogativi e qualche lacuna denunciata dal tecnico stesso: memorabile, del resto, il modo diretto con cui Mourinho è arrivato a definire la panchina a disposizione. Una panchina di "ragazzini" che, in tutta onestà, non dava all'allenatore la sensazione di avere le spalle coperte e di poter ruotare al meglio gli elementi in campo, adottato una logica di turn-over.

Josè Mourinho, Nicola Zalewski
Zalewski accanto a Mourinho a Trigoria / Silvia Lore/GettyImages

La stagione della Roma ci ha regalato dunque un cambio di passo, una sorta di metamorfosi tracciata su due diversi binari, entrambi fondamentali: da un lato la retorica di Mourinho è tornata a somigliare più da vicino a quella che eravamo abituati a ricordare, quella fatta di gesti eclatanti e di "fotografie" di grande impatto mediatico, tra la provocazione (più o meno tra le righe) e la voglia di spostare pressioni e riflettori, di enfatizzare o di sedare gli animi in base alle necessità del momento.

D'altro canto, valutando questioni ancor più di sostanza e impattanti sul campo, occorre capire come siano cambiate le valutazioni dello stesso tecnico riguardo alle alternative a disposizione: a margine dei quarti di Conference col Bodo/Glimt Mourinho si è detto soddisfatto della panchina, finalmente appagato dalle alternative a disposizione.

Una convinzione figlia sì del mercato invernale, con l'arrivo soprattutto di Sergio Oliveira e di Maitland-Niles in seconda battuta, ma connessa anche al grande coraggio che Mourinho ha saputo dimostrare nel valorizzare i prodotti del vivaio giallorosso e nel mantenere vivo quel rapporto (storico) tra la prima squadra della Roma e le sue giovanili, come tratto identitario fondamentale. Non, dunque, rare apparizioni e comparsate a giochi fatti: Felix Afena, Edoardo Bove e Nicola Zalewski (in misura ancora maggiore) hanno reso chiaro quanto il portoghese sia pronto a scommettere su chi merita, a rimescolare le gerarchie e a non negare spazio ai più giovani (parliamo rispettivamente di un 2003 e di due 2002).

Il caso di Zalewski merita una menzione particolare, considerando come il classe 2002 abbia saputo rimescolare le gerarchie sulla fascia sinistra tanto da scendere in campo nelle ultime 7 partite giocate in Serie A dalla Roma (5 volte da titolare) e nel fondamentale ritorno dei quarti di Conference, regalando soprattutto in quest'ultimo frangente una prestazione da incorniciare.

Il ragazzo di Tivoli ha saputo, a conti fatti, superare Vina e Maitland-Niles tra le soluzioni adottate come quinto di sinistra nel 3-5-2 che Mourinho sta utilizzando e si è rivelato disciplinato, lucido e talentuoso anche nel trovare soluzioni offensive, come il filtrante per lanciare Zaniolo verso il 3-0 col Bodo. Un impatto, quello di Zalewski, che ancor più della retorica di Mourinho - delle sue abilità nella gestione del momento a livello mediatico - premia il coraggio del tecnico come primo segreto del buon girone di ritorno e del percorso europeo della Roma (unica italiana ancora in corsa).


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