Gabriel Omar Batistuta, il Re Leone

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Con quale materiale si costruisce un eroe? Deve per forza essere infrangibile, duraturo e capace di resistere agli anni, al logoramento. O forse un eroe popolare deve lasciare uno spazio di fragilità attraverso il quale noi riusciamo ad affacciarci, uno spazio che lo renda vicino e non irraggiungibile. La storia di Gabriel Omar Batistuta cammina sul filo e si sporge una volta sulla potenza incontrollabile e una volta sulla fragilità umana. Ma non è la sola apparente contraddizione a segnarla, c'è anche altro: per essere popolari occorre una dose inevitabile di ruffianeria? Sembra di no, sembra anzi che essere uomo possa significare (grazie al cielo) aver bisogno di uno spazio proprio e privato, di una quotidianità che non sia quella della folla prima scettica e poi esultante, del giornalista che ti telefona a tutte le ore del giorno, di coloro che ti stanno vicino solo perché in quel momento sei, appunto, un eroe.

Gabriel Batistuta
Gabriel Batistuta / Getty Images/Getty Images

E sulla stessa linea, del resto, questa storia è anche nata: come se il calcio lo avesse tirato dentro con uno strattone. Qui non si parla di un bimbo che giocava spensierato per le vie della città, si parla di qualcosa di più tiepido: il calcio non fu un ripiego, sarebbe eccessivo dirlo, ma di certo non era la sola strada possibile e neanche il primo sport preso in considerazione. Il basket e la pallavolo avevano la priorità, l'amore per il calcio sbocciò tardi: fino ai 16 anni, di fatto, non si allenò mai col pensiero di fare il calciatore sul serio. E per molto tempo, a casa Batistuta, quella del pallone non era necessariamente la strada giusta. Un po' la stessa cosa che successe dopo, negli anni alla Fiorentina: tutti che volevano portarlo in trionfo e lui, di risposta, non si lasciava trasportare. Alcuni, così, lo raccontavano come distaccato, come lontano dall'amore della gente. Il tempo ha saputo spiegare tanto e ridefinire un'immagine scomoda che il Re Leone si è portato dietro a lungo: il fraintendimento nasceva pensando che il destino di un eroe fosse quello di cedere all'abbraccio spesso invadente del suo popolo: il destino di Batistuta era quello di un ciclone che arriva, spazza via le difese e torna a casa. E casa è dove ci sono i tuoi spazi, gli animali che pascolano sui tuoi terreni, i paesaggi conosciuti e amati fin da piccolo. Ma non solo: gli amici che ti erano vicini quando eri El Gordo e non il Re Leone. Dopo, sotto le luci della ribalta e con la benedizione della ricchezza e della popolarità, era troppo facile esserci, per niente impegnativo starti vicino.

E poi c'è la solitudine, quella fisiologica di chi lascia il proprio Paese e attraversa l'oceano ma anche quella del condottiero, chiamato a essere qualcosa in più rispetto agli altri e a spronarli, chiamato insomma a cedere parte della propria forza ai compagni. La potenza tirata fuori sul campo, negli anni d'oro, ha avuto un certo periodo di incubazione, è servito tempo per poterla sprigionare: i primi tempi, a Firenze, non ci riportano a istantanee di gloria e di successo. Pochi gli amici veri, quelli che c'erano a prescindere; la voglia di arrivare in Italia, in quello che era "il calcio che conta", si scontrava con un mondo davvero diverso da quello lasciato in Argentina.

All'inizio poteva essere l'ennesima storia di una meteora arrivata e ripartita immediatamente, senza lasciare il segno: qualche muso lungo, rapporti non idilliaci coi compagni e un biglietto di ritorno già in tasca. Invece, e proprio qui sta la differenza, le difficoltà non fecero che forgiare ulteriormente quel che sarebbe stato: la memoria di Firenze, da lì in poi, ha visto tracciarsi un segno indelebile. Un prima e un dopo, un decennio consacrato al mito di Batistuta: le sorti alterne della squadra, dalla clamorosa retrocessione del 1992/1993 ai sogni di gloria tra Champions e quel campionato 1998/1999 fatto di rimpianti, con un filo conduttore sempre sulle spalle di quel numero nove. Una certezza granitica, un pilastro su cui si poggiavano i compagni più talentuosi e i gregari, un riferimento il cui peso divenne ancor più evidente nel momento dell'assenza e dell'addio.

GABRIEL BATISTUTA
GABRIEL BATISTUTA / Shaun Botterill/Getty Images

Al presente tante cose sfuggono, per assumere un senso differente con gli anni. Non sempre quando qualcuno fa la storia lo si comprende fino in fondo, almeno mentre le cose accadono: questo è il destino di quella generazione che ha conosciuto il calcio e la Fiorentina ai tempi di Batistuta. La rete continuava a gonfiarsi; bomba su punizione da distanza siderale, stop di petto e conclusioni nel sette, stacco di testa irraggiungibile e sempre lo stesso risultato: la corsa alla bandierina prima, la mitraglia negli ultimi anni. C'era sempre una soluzione, un modo per trovare la via del gol anche quando la squadra non girava del tutto, e andava al di là del gioco: succedeva con Ranieri, con Malesani, con Trapattoni. Eravamo abituati male. Firenze ha saputo poi innamorarsi di altri centravanti, del resto si parla di bomber come Toni e Gilardino, ma non ha più scoperto qualcosa di così potente e inesorabile. La potenza era quella del suo tiro, sì, ma non si limitava a questo: si esercita forza spronando il compagno a dare di più, contrastando il difensore più arcigno senza paura, togliendo ogni spazio alla leziosità fine a se stessa. E una forza d'animo così speciale ha più sofferto il passare dei decenni, senza trovare un metro di paragone possibile oggi: la qualità e la tecnica non arrivano lì, neanche se eccelse, e l'ambizione di splendere tra i big non riesce a ricalcare questa strada segnata dalle caviglie a pezzi, dalle lacrime e dalle solitudini prima della gloria.

Roma v Fiorentina X
Roma v Fiorentina X / Grazia Neri/Getty Images

Anche parlare di un finale giusto, per questa storia, diventa diverso da quel che ci si sarebbe aspettati. Non ci sono Palloni d'Oro in bacheca, c'è una Coppa Italia accanto a una Supercoppa in maglia viola e niente di più, prima dell'addio verso la Capitale. Piangere e lasciare un pezzo della propria vita per riuscire a trionfare, a conquistare finalmente lo Scudetto in una nuova casa, quella giallorossa della Roma. Non più il condottiero solitario ma l'ingranaggio di un gruppo costruito per vincere: il gol segnato alla Fiorentina con la sua nuova maglia e la commozione trattenuta a stento chiarirono ancora una volta quanto Batistuta camminasse sul filo, tra eroismo e fragilità umana. Cristallizzarono un momento di sacrificio personale, votato alla necessità (sudata e meritata) di arrivare finalmente alla vittoria. Può esistere quindi un lieto fine? Per qualcuno l'epilogo da sogno sarebbe un nuovo abbraccio tra Batistuta e l'Italia del calcio, magari come dirigente della sua Fiorentina, ma chi ci dice che il finale più bello non sia quello già in scena? Un uomo che cammina sulle proprie gambe nel verde dei propri terreni, negli spazi sconfinati di cui ha sempre avuto bisogno, con Irina a suo fianco. Senza il bisogno della folla, senza dover essere per forza l'eroe di qualcuno.


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