Da capriccio di Commisso a motore insostituibile: stiamo capendo Amrabat?

Matteo Baldini
Amrabat
Amrabat / Marvin Ibo Guengoer - GES Sportfoto/GettyImages
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Una delle verità più granitiche riguardo al calciomercato è che questo, ripercorrendone storie e capricci, non ha memoria di sé: si passa cioè istericamente dal bollare un calciatore come colpo dell'anno a metterne in dubbio persino le più elementari doti tecniche, si scoprono talenti dopo averli derisi e si dimentica, appunto, di andare al di là della valutazione assoluta appiattita sul presente.

Se un anno fa, di questi tempi, avessimo immaginato Sofyan Amrabat come pezzo più pregiato di casa Fiorentina, insomma, saremmo scivolati nella fantascienza o in audaci provocazioni, senza il supporto del campo e tantomeno dell'opinione pubblica.

Sofyan Amrabat
Amrabat e il "suo" Marocco / Amin Mohammad Jamali/GettyImages

A lungo, anzi, un tema cardine dei problemi gigliati ha riguardato proprio l'addio di Lucas Torreira e la necessità di sostituirlo con Amrabat, ritenuto a più riprese e ingenerosamente come un calciatore strapagato da Rocco Commisso in nome di un'infatuazione quasi adolescenziale (e non di pragmatiche valutazioni sulle necessità della squadra).

Nell'ottica di ribaltamento ormai tipica, della facilità con cui si sale e si scende dal carro dei sostenitori di un dato calciatore, si è dunque arrivati a una sorta di verità: Amrabat non è soltanto il fulcro del sorprendente Marocco arrivato ai quarti dei Mondiali ma, a tutti gli effetti, rappresenta anche il motore della Fiorentina di Italiano.

Limiti e punti di forza

In questo senso è evidente che gli accorgimenti presi dal tecnico viola abbiano avuto una loro forza, un loro impatto sul rendimento dell'ex Hellas: vestire i panni di Torreira in tutto e per tutto sarebbe stato utopistico, è diventato dunque necessario affiancare ad Amrabat un elemento che potesse vestire più i panni del regista (Mandragora), liberando il marocchino dal compito di essere il playmaker viola.

Rolando Mandragora, Sofyan Amrabat, Stefano Okaka Chuka
Con Mandragora / Gabriele Maltinti/GettyImages

Se Italiano professa da tempo l'idea di rendere "tutti registi" i suoi calciatori, evitando dunque di diventare prevedibile e di avere una sola fonte di gioco, rimane pur sempre chiaro che Amrabat non possa risultare funzionale in quel senso, come regista puro. Probabilmente, dunque, il passaggio al 4-3-2-1 può giovare anche allo stesso Amrabat e permettergli di dare il meglio di sé potendosi appoggiare su un compagno dalle caratteristiche diverse, dalla differente testa calcistica.

Un calciatore liberato

Del resto anche nel 4-3-3 del Marocco è evidente come il punto di forza di Amrabat risieda proprio nella sua possibilità di concentrarsi sulla fase di interdizione, sul controllo dei giocatori di maggior talento della trequarti avversaria, con Amallah e Ounhai più dediti alla costruzione e all'inserimento offensivo.

Se spesso, nell'ottica di valorizzare un calciatore, si parla di "liberarlo dei compiti in copertura" con Amrabat accade il percorso inverso, il marocchino sprigiona al massimo le proprie doti quando non è chiamato a fare l'uomo d'ordine o a dare rapidità alla manovra. Ci permette così di riscoprire una carica agonistica con pochi eguali, un'intelligenza tattica che gli consente di trovarsi al posto giusto e al momento giusto, uno spirito da leader che si riflette poi in un'eccezionale prestanza fisica.

Prima della "cura Italiano" e del nuovo idillio con la piazza, in sostanza, un fraintendimento rendeva impossibile pesare con obiettività il valore di Amrabat: si trattava di aspettarsi da lui una lingua calcistica diversa, un linguaggio non suo. Adesso il misunderstanding appare superato, resta quindi da capire come poter valorizzare fino in fondo un giocatore ritrovato, come costruire un centrocampo che non lo obblighi a vestire panni che non sono i suoi.

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