Torino

È ora di parlare del Toro di Juric

Francesco Gavatorta
Ivan Juric, tecnico del Torino
Ivan Juric, tecnico del Torino / CPS Images/Getty Images
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Per parlare di cosa sia il Torino oggi bisogna partire da Verona, e precisamente dall'ultima immagine che abbiamo di Jurić sulla panchina dei gialloblù. Non è un ritratto di campo, con la cornice di una panchina, ma al chiuso di una sala stampa. La partita con il Napoli si è appena chiusa per 1 a 1 con il gol di Faraoni, e la prima domanda che Massimo Ugolini di Sky gli pone è relativa alla grinta che gli scaligeri hanno messo in campo contro i partenopei, con quel pareggio che schianta i sogni d'Europa della squadra allenata da un uscente Gattuso.

Mentre ascolta la domanda il volto del tecnico croato si fa contratto, come se fosse stata messa in dubbio non solo la sua lealtà ma qualcosa di più profondo, come una specie di istinto primordiale che ne regola il percorso nella sua fase più intima e profonda. La risposta sembra una slavina, che neanche l'indignazione di Ugolini può fermare.

"Questa è subito una grande cagata."

Ivan Jurić, 23 maggio 2021

L'intervista sfila via in un due minuti, con Caressa che prova (senza riuscirci) a calmare quella furia che viene riversata sul malcapitato di turno. Un'energia che sembra già legare l'allenatore di Spalato alla sua nuova squadra. È come se mentre parla, Jurić stia già indossando la casacca granata della sua nuova squadra, quella casa passionale e malinconica che è il Torino FC.

Sofian Kiyine, Wilfried Singo
Azione di gioco in Venezia-Torino / Maurizio Lagana/Getty Images

Se dovessimo usare un archetipo, Jurić sarebbe un Fuorilegge che vive in nome della libertà la sua vita da non allineato, allo scopo di lasciare un segno nel mondo: colui il quale incarna la ribellione come senso della propria esistenza. Il profilo giusto per guidare il Toro di Cairo, società in fase di transizione perenne, il cui presidente è costantemente contestato e una tifoseria mai veramente arresasi al non esser più la grande squadra che ha dominato nel '900. Un dimensione potremo dire allergica a qualsiasi innovazione del "calcio moderno", inteso come molock di costumi ed economie che hanno svilito il mondo delle bandiere degli spalti pieni.

Chi meglio di un ribelle può mettersi alla testa di una struttura per vocazione dedita alla ricerca dei fasti passati, castigati dal sistema mainstream (secondo le logiche novecentesche che contrapponevano ai granata la "squadra dei padroni", i cugini della Juventus) e con una precisa vocazione alla sofferenza?

Un ribelle, Jurić, che come tutti gli eroi impossibili da inscatolare è anche talentuoso, molto: per dirla con un manga, se il calcio fosse il mondo di Ken Shiro, Ivan il croato sarebbe Juza la Nuvola.

Un allenatore che ha saputo sviluppare nella sua carriera un calcio propositivo, moderno, per certi versi più avanti rispetto ai tempi che correvano in Serie A, spudoratamente onesto ai limiti dell'essere offensivo, mai banale per questo.

Ecco: ci sono mondi che sembrano nati per incontrarsi e fondersi generando qualcosa di nuovo.

Jurić e il Toro sembrano essere destinati a essere qualcosa di simile, quasi fossero stati concepiti in epoche diverse per ritrovarsi in un futuro indefinito.

"Fra Lukic, Linetty, Verdi e Baselli, chi ha caratteristiche da trequartista? Nessuno.""

Ivan Jurić, 21 agosto 2021

Quest'affinità elettiva si scarica sul campo.

Fedele alla difesa a 3 come il suo mentore Gasperini, appassionato di musica metal e con una trafila in provincia da maestro del calcio, Jurić al Torino si scontra da subito con la real politik cairorese, e non fa niente per mostrare un certo malessere, complici le cessioni compensate con pochi arrivi (Berisha a parametro zero, Pjaca in prestito dalla Juventus).

È onesto, a costo di sembrare brutale, sottolineando le mancanze del suo gruppo.

Fino a fine agosto la tensione fra società e allenatore sembra abbastanza palpabile (d'altronde, i poli uguali si respingono) fino a quando in un susseguirsi di sorprese gli ultimi giorni di mercato arrivano Zima, Praet e Brekalo, prelevato dal Wolfsburg dopo che Messias sceglie di andare al Milan.

Questo per dire che il preambolo di questa storia non è che sia tendente al bello stabile.

In effetti, i granata cominciano malino con due sconfitte contro Atalanta e Fiorentina. Poi però qualcosa cambia (saranno forse proprio i nuovi acquisti? Chissà), e si comincia a vincere: Salernitana e Sassuolo, prima di spaventare la Lazio di Maurizio Sarri e andare a pareggiare (c'è da dire, con qualche rimpianto) con il Venezia di Paolo Zanetti.

Ogg il Torino veleggia a mezza classifica e guardandolo con il senno di poi, si può dire anche con previsioni decisamente rosee, viste le premesse.

Vanja Milinkovic-Savic
Torino FC v SS Lazio - Serie A / Jonathan Moscrop/Getty Images

Questo perché il Toro di Jurić ha cominciato a macinare gioco, e anche di buon livello.

Guardandolo sembra di osservare una specie di piccolo trattato di calcio degli anni '20 (del nuovo millennio, ovvio) ma con un'essenza ancestrale, come se le azioni sul campo siano estratte da un riflesso dell'anima del club. Tratto semantico del gioco granata è l'aggressione, chiave per affrontare qualsiasi situazione di gioco.

Per questa ragione giocare contro il Torino è tremendamente difficile, un po' come provare a correre quando hai di fronte una folla che ti cammina in senso contrario in orario di punta.

I giocatori di Juric tendono a ricercare la verticalità con un possesso palla misurato e mai fine a se stesso, frutto della continua mobilità degli interpreti in campo che garantiscono in ogni situazione linee di passaggio pulite e gestibili. L'obiettivo in fase di possesso è creare quanto prima la superiorità per liberare l'ala al cross o portare in profondità la punta, in un gioco gradevole ed efficace.

Al di là di come i granata giochino la palla, l'elemento "speciale" si manifesta quando il Torino perde il possesso palla. A quel punto emerge una specie di tratto genetico che si manifesta con una riaggressione feroce sul portatore di palla dell'altra squadra.

Wilfried Singo
Wilfried Singo of Torino FC in action during the Serie A... / Nicolò Campo/Getty Images

Il Toro tende a non lasciar respirare l'avversario, in ogni zona del campo e con tutti gli uomini: un'interpretazione del Gegenpressing "fedele alla linea", e verrebbe dire alla maglia, che è marchio di fabbrica di Jurić fin dai tempi del Genoa e che proietta i granata in una dimensione europea, in attesa dei risultati almeno in quello del gioco.

La sensazione del campo è riscontrabile anche nei numeri.

La continua ricerca del possesso si traduce in un buon volume di occasioni ma soprattutto in una difesa che sta performando bene: 9 gol fatti per 6 subiti, terza miglior difesa del campionato a pari punti con l'Atalanta, meglio solo Napoli e Milan.

Non è un caso che nella classifica degli Expected Goal a favore il Torino sia nono (8.77) mentre negli XGa si collochi in terza posizione (4.97, a un soffio dal Milan con 4.75). In effetti, dei sei gol presi due sono stati calci di rigore, di cui uno abbastanza banale contro la Lazio a tempo scaduto. Per dire, con quei quattro punti in più oggi il Toro sarebbe a 12 punti, a ridosso della zona Champions al pari di Roma e Fiorentina.

Guardare i granata giocare è una scarica di nervi, mentre ti rimane attaccata addosso la netta sensazione che il margine di miglioramento sia ampio: un po' per gli uomini che sono in campo, un po' perché in sole sei partite un'identità non può dirsi completamente acquisita.

In una Serie A che in questi primi turni ha mostrato un generale incremento della qualità nell'impostazione tattica e nella proposizione della propria identità di gioco, il Torino di Jurić si distingue, lasciando sperare di poter assolvere il ruolo di squadra rivelazione.

Un premio effimero che a volte porta anche degli exploit in termini di risultati: auspicabile, visto il blasone della società granata.

E poi, riportare il Toro a vivere l'ebbrezza delle alte quote di classifica (basterebbe anche un piazzamento in Europa League, per dire) sarebbe un bel risultato per Jurić. Certamente, il giusto coronamento di carriera per il "Ribelle" più preparato del nostro calcio, che forse può ancora stupirci in positivo.

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