L'idillio, le burrasche e la Fiorentina come famiglia: cosa rimane dell'era Commisso

Il risveglio di Firenze ha portato con sé la notizia della scomparsa di Rocco Commisso, annunciata nella notte dalla Fiorentina: una notizia che, per addetti ai lavori e persone vicine al club gigliato, non risulta certo come un fulmine a ciel sereno, fa seguito a un lungo percorso di cure (citato nella nota ufficiale) e a una lunga malattia. Un percorso che, da tempo, rendeva impossibile per il presidente far sentire la propria vicinanza - di presenza - in un momento complesso sul fronte sportivo, un tratto di forzata discontinuità rispetto a chi, appunto Commisso, aveva sempre fatto il possibile per conoscere direttamente i protagonisti del mondo viola, per accompagnarli nella loro avventura fiorentina e per enfatizzare quel senso di famiglia sempre rivendicato.
L'assenza come segnale evidente e concreto di una situazione critica, l'impossibilità di approfondire ciò che riguarda la salute del presidente a livello mediatico e, d'altro canto, una piazza che reclamava a gran voce una presa di posizione di fronte a un momento sportivamente drammatico. L'ambiente fiorentino, nelle prime fasi del percorso di Commisso come presidente nel 2019, visse una chiara forma di idillio collegata direttamente alla discontinuità dalla freddezza imputata spesso alla gestione precedente, a un senso di distacco e disincanto che (agli occhi dei tifosi) caratterizzò l'ultima fase dell'era Della Valle. Ritrovata emotività che si accompagnava al richiamo ad ambizioni importanti, legate anche alle infrastrutture e agli asset del club, alla volontà di procedere rapidamente e in modo risoluto, come riassunto dal noto "fast fast fast".
Il primo Commisso fece propria, poi, la volontà di puntare su una Fiorentina all'insegna di uno zoccolo duro di italiani, per costruire un senso identitario più forte, e al grande rilievo dato al vivaio, alla possibilità di costruirsi in casa i protagonisti di domani. Un input iniziale espresso concretamente col Viola Park, vera eredità lasciata dal patron viola a Firenze, come asset cruciale e in grado di elevare il prestigio del club. Dall'idillio si è poi passati a fasi diverse, a un rapporto burrascoso e segnato anche da toni aspri: Commisso pronto a rivendicare quanto fatto, una parte della piazza (e dei media) a denunciare un approccio comunicativo distante da ogni forma di autocritica. Una spaccatura che, peraltro, trovò una scintilla ulteriore nei casi che accompagnarono la nascita del Viola Park, con tanto di liste di indesiderati e di voci critiche pronte ad alzarsi di conseguenza.
Impossibile, poi, nascondere il peso specifico della scomparsa di Joe Barone nel marzo del 2024: Commisso perse in quel frangente il proprio braccio destro, un uomo di fiducia, un vero e proprio pilastro nel contesto viola (pensando ai rapporti con le istituzioni ma anche alla gestione del club in tutte le sue sfaccettature, come factotum). Il rapporto con Barone risultava emblematico rispetto alla visione di Commisso, in merito alla gestione della Fiorentina e della stessa Mediacom, espressione di un approccio "familiare" alle proprie aziende, al proprio impero economico. Proprio tale approccio è stato spesso oggetto di critiche anche nel contesto viola, come a voler chiedere un cambio di rotta rispetto ai soliti noti (Ferrari, Pradè e Goretti) e scelte più connesse al merito che non a un rapporto di fiducia immutabile costruito nel tempo.
L'arrivo di Paratici a Firenze (dal prossimo 4 febbraio) segna in questo senso un cambio di paradigma, che assume un peso evidente in concomitanza con la scomparsa del presidente: ci sono indizi sul futuro del club? Non può essere data per scontata la volontà di vendere la Fiorentina, da parte della moglie Catherine, la strada è totalmente da tracciare sia a livello di auspici della famiglia che di effettive offerte sul tavolo (di cui si è spesso vociferato, con tutte le smentite del caso). O meglio: ogni indicazione di Commisso e ogni pianificazione relativa al futuro sono rimaste interne alla famiglia, senza che mediaticamente prendessero piede illazioni a tale riguardo.
L'arrivo di Paratici, con ogni evidenza, emerge come fattore chiave per mantenere stabilità e autorevolezza in un momento di forzata transizione. Ciò che resta, al di là dell'eredità sportiva e di un Viola Park in grado di arricchire il profilo del club (e il suo valore), è ovviamente anche il rimpianto per quei trofei solo sfiorati, per tre finali disputate e perse, timbro amaro su un percorso che - con un successo da celebrare - avrebbe assunto tutt'altro sapore.
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