Serie A

Cannavaro: "La flessione della Juve non mi sorprende. Inter e Napoli: dico tutto"

Antonio Parrotto
Fabio Cannavaro
Fabio Cannavaro / Aurelien Meunier/GettyImages
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Fabio Cannavaro ha lasciato la Cina e si sta tenendo in mostra, come dimostra la sua avventura in bici tra Napoli e Roma. Il campione del mondo però vuole allenare in Europa e lo dice chiaramente nel corso di un'intervista al Corriere dello Sport: “Torno ad allenare. In questi mesi ho ricevuto tante proposte, in particolare dall’Asia, ma ora voglio misurarmi con l’Europa. Sono stato un mese a Londra, mia figlia vive lì, ho conosciuto un sacco di persone e iniziato una collaborazione con Pini Zahavi. Mi sono dato un tempo, sto fermo fino a dicembre, poi comincio a girare per campi d’allenamento. Ho parlato con Tuchel per seguire il Chelsea, con Guardiola per il City, e mi piacerebbe poter vedere Spalletti a Castel Volturno. Per ora ci sono passato solo in bici. E non mi sono fermato”.

Spalletti?
Lo seguivo anche alla Roma. Ha dei concetti nei quali mi ritrovo perfettamente. Ho visto spesso il Napoli, anche quando ha perso ha sempre giocato. Con l’Empoli e lo Spezia Luciano è stato sfigato: gli hanno portato via i tre punti senza tirare in porta. Tutti a dire che doveva mettere Mertens, che non doveva togliere Zielinski. Chi è sceso in campo ha tirato la carretta. Purtroppo gli infortuni sono stati pesantissimi”.

La Juve?
La flessione della Juve non mi ha sorpreso, la ritengo inevitabile, fisiologica. Non dimentichiamo che ha perso il salva-allenatori, Ronaldo. Con lui partiva sempre da uno a zero. La Juve deve fare i conti con l’usura dei giocatori più importanti e con il ritardo di alcuni giovani che hanno incontrato molte difficoltà. Non mi aspettavo invece il calo del Milan. Non adesso almeno”.

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Fabio Cannavaro / ANNE-CHRISTINE POUJOULAT/GettyImages

Inter?
È davvero completa, e mi fa piacere per Simone Inzaghi, troppe diffidenze nei suoi confronti, non è mai stato considerato un allenatore da grande squadra e invece ha tutto per riuscire: sa come prendere i giocatori, li fa stare bene. Rispetto allo scorso anno sono più liberi di esprimersi e in campo si nota. Io, come Simone, non mi considero un inventore, ho dei princìpi di gioco, i miei concetti, la mia fase d’attacco e la mia fase difensiva. Sono molto esigente, non un semplice gestore. L’esperienza in Cina è stata molto formativa: ho fatto il manager a trecentosessanta gradi, non pensavo solo alla squadra, ho costruito il centro sportivo, lavorato sul nuovo stadio. Evergrande era, per importanza, uno dei primi cinque club dell’Asia. La proprietà è stata subito chiara: mi ha chiesto di ringiovanire radicalmente la rosa, che ho portato da 33 anni di media a 22, ventitré. Non erano tutti Paulinho e Talisca. Un titolo nazionale, due secondi posti, la semifinale della Champions asiatica. In Cina le cose sono precipitate nell’ultimo anno e purtroppo la crisi mi è costata qualche rinuncia pesante”.

Il no alla Fiorentina?
Per due anni ho dovuto dire di no alla Fiorentina che ha giocatori di qualità e una proprietà solida e ambiziosa. Quando ho ricevuto le proposte, i dirigenti dell’Evergrande non mi hanno lasciato partire. Italiano è comunque un’ottima scelta, mi entusiasma. Una volta rientrato in Italia, ho fatto sapere che in Cina non sarei più tornato per ragioni familiari. Fossi rimasto, oggi mi ritroverei in bolla per trenta giorni”.

Mondiale?
Ruben Dias, Cancelo e Bernardo Silva del City, Diogo Jota del Liverpool, Joao Felix dell’Atletico, Bruno Fernandes dello United, Leao del Milan, e qui mi fermo. Dalla nostra parte c’è la consapevolezza di essere i campioni d’Europea e di aver battuto l’Inghilterra a Wembley, anche se Southgate ci ha dato una bella mano ai rigori... A novembre abbiamo pagato lo scotto del mese maledetto, dove noi italiani andiamo storicamente in difficoltà. Me lo ripeteva spesso Maldini, Cesarone, prima dello spareggio con la Russia. Non voglio nemmeno pensare che Roberto non ce la faccia: la seconda eliminazione di fila sarebbe un dramma”.


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