Sampdoria

19 maggio 1991: la Sampdoria è Campione d'Italia! Cosa rimane 30 anni dopo l'impresa targata Mantovani e Boskov

Alessio Eremita
La Sampdoria Campione d'Italia 1990/91
La Sampdoria Campione d'Italia 1990/91 / Alessandro Sabattini/Getty Images
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Sono trascorsi già 30 anni dalla storica conquista dello Scudetto da parte della Sampdoria. Il 19 maggio 1991 rappresenta la data-simbolo nella storia del club blucerchiato, capace per la prima volta in assoluto di salire sul tetto d'Italia e compiere una delle imprese calcistiche più belle di sempre. Un successo indimenticabile che risuona ancora oggi nella testa di chi c'era e vive nel cuore di chi ha vissuto di ricordi tramandati, nella speranza - un giorno - di poter esultare ancora. Le nuove generazioni hanno potuto ammirare le gesta di Gianluca Vialli e Roberto Mancini attraverso i video sul web, hanno anche apprezzato l'ironia pungente di Vujadin Boskov che tutt'ora sono adattabili a ogni situazione per quanto pragmatiche e veritiere. Ma a essere sinceri, almeno così è successo a me, per interpretare al meglio lo spirito di quei tempi basterebbe ascoltare o leggere alcune frasi - d'amore, aggiungerei - pronunciate dal compianto presidente Paolo Mantovani. Uomo di stile, di mondo. E di calcio.

Mantovani e il concetto di sampdorianità

UC Sampdoria v Atalanta BC - Serie A
Tifosi Sampdoria / Paolo Rattini/Getty Images

“Perché proprio la Sampdoria? Nessuno mi ha mai chiesto perché ho scelto mia moglie tra le tante. E qui a Genova c’erano appena due squadre" - rispose Mantovani a chi gli chiese perché avesse scelto di acquistare il club blucerchiato. "Quando ho preso la Sampdoria ho assunto anche tre impegni. Uno di carattere personale; il secondo non sentire più i tifosi urlare 'Serie A'; il terzo riempire lo stadio. Credo di averli onorati tutti e tre. Boskov? Ha il bruttissimo difetto di tutti i nostri giocatori. È un sampdoriano che allena la Sampdoria, come loro sono sampdoriani che ci giuocano". E ancora: "Eravamo specialisti in sofferenze, da tanti anni ormai alla Sampdoria. Ora cerchiamo di specializzarci in gioie. L’unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria. I tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley e hanno cantato, hanno visto andare via Vialli e hanno cantato. Finché i tifosi della Sampdoria canteranno non ci saranno problemi per il futuro". In poche righe è riassunto il concetto di sampdorianità, l'ingranaggio principale di un enorme meccanismo fatto di passione, speranza e ambizione. C'era anche il talento in quella magnifica orchestra messa in piedi dall'ex direttore sportivo Paolo Borea. Ma tutti sanno che il talento è solo una componente e non costituisce interamente l'insieme. Tutto ruota intorno all'amore per una maglia dai colori brillanti, che affascina e trasmette allegria solo a guardarla.

"Noi siamo Sampdoria"

Claudio Villa Archive
Roberto Mancini e Gianluca Vialli / Claudio Villa/Getty Images

Insomma, la Sampdoria era come una famiglia. A partire dal padre putativo Mantovani e dagli zii Borea e Boskov (lo jugoslavo, oltre allo Scudetto, ha vinto tanto sulla panchina blucerchiata: due Coppe Italia, una Supercoppa italiana e una Coppa delle Coppe); passando poi ai calciatori: gli iconici Gemelli del Gol, alle cui spalle agivano ottimi calciatori del calibro di Lombardo, Cerezo, capitan Pellegrini, Vierchowod, Mannini e tanti altri. E infine lo staff, che ogni giorno viveva a stretto contatto con loro creando un'armonia perfetta all'interno dello spogliatoio. Tutti, nessuno escluso. E come ripeteva spesso il Maestro Boskov, la Samp del '91 un po' assumeva i connotati di una bella ragazza che lasciava chiunque a bocca aperta, un po' riecheggiava nell'aria come fosse bella musica. Grazie Paolo. Grazie Vuja. Grazie ragazzi.


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