Roberto Baggio, il Divin Codino

Oct 21, 2020, 10:28 AM GMT+2
Roberto Baggio - I migliori della Serie A negli anni '90
Roberto Baggio - I migliori della Serie A negli anni '90 | 90min
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A Pasadena c'è un caldo a dir poco soffocante, e l'umidità di certo non aiuta. Aggiungiamoci anche giocare alle 12:30, perché se abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno. Ma a chi era venuto in mente di giocare a quell'orario? Certo, certo, esigenze televisive, il fuso orario di nove ore, la finale dei Mondiali bisogna guardarla la sera (in Europa) e così via. Non una grande partita. Si sfidano Italia e Brasile. Un Brasile con molta poca ginga nelle gambe, e un'Italia disastrata da infortuni e squalifiche. Il commissario tecnico degli Azzurri decide comunque di schierare due suoi giocatori che erano ancora doloranti: Franco Baresi e Roberto Baggio, che aveva trascinato la squadra nella fase ad eliminazione diretta, Pallone d'Oro ancora in carica. Paga, però, l'infortunio e non riesce ad essere decisivo. Finisce 0-0, anche ai supplementari. È la prima finale dei Mondiali che verrà decisa ai calci di rigore.

Il primo tiratore è Franco Baresi. Sbaglia.

Dieci anni prima, c'è un altro rigore, ma fa meno caldo. Anche lo stadio, è molto più piccolo, e a giocare non sono due grandi nazionali che combattono per il titolo più importante di tutti. Siamo a Vicenza, e le squadre sono il Lanerossi Vicenza e il Brescia. Siamo sul 2-0 per la squadra di casa, viene fischiato un rigore che può portare i biancorossi sul definitivo 3-0. Rondon, il rigorista, cerca il pallone, ma non lo vede. L'ha già preso un ragazzino, ha 17 anni, senza guardare in faccia nessuno. Lo tira basso, un po' lento, ma spiazza il portiere, come quei tiri a biliardino che vanno così piano, che sono imprendibili. Questo è il primo gol in campionato di un ragazzino destinato a diventare una leggenda del calcio italiano e mondiale.

Roberto Baggio
Un giovane Baggio con la maglia del Vicenza | Alessandro Sabattini/Getty Images

A quel tempo, però, Baggio gioca quasi per hobby. Non lo vede come un lavoro, ma più come le partitelle tra amici, vuole fare bella figura perché c'è tutta la città a guardarlo, ma non sente alcuna pressione. Dà una mano a suo padre in officina, ogni tanto, la stessa officina in cui da piccolo giocava quando pioveva, distruggendo qualche luce e prendendosi una bella ramanzina dal padre. Baggio ritiene suo padre la persona più importante della sua vita, e questo si rispecchia nei suoi valori, quelli del rispetto, dell'umiltà, della sincerità, che sembra ripetere ossessivamente in ogni sua intervista. Rispetto che ha sempre portato in campo, umiltà vera sincera, che gli fa abbassare la testa ogni qualvolta che lo applaudono, o gli fanno i complimenti, o gli dicono grazie, sincerità che l'ha portato troppo spesso sul piede di guerra con i suoi allenatori.

Sul dischetto Márcio Santos. Parato da Pagliuca!

La stagione dopo, siamo nell' '84/85, Baggio è titolare, e diventa l'idolo dei tifosi. È chiaro a tutti, giocatori, allenatori, tifosi che fa parte di un'altra categoria. Segna 14 gol totali, ma soprattutto mostra a tutti il suo tipo di gioco, scatti, dribbling, punizioni, cavalcate che finiscono in rete, insomma Baggio sembra il figlio del calcio anni '70 e '80, e ricorda in molte cose Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico. Nella sua prima intervista televisiva, dichiara di ispirarsi proprio al campione brasiliano, ma aggiunge anche che "Baggio è Baggio" . Le sue prestazioni attireranno le grandi squadre della Serie A, ma alla fine sarà la Fiorentina a spuntarla, per 2,7 miliardi di lire, una cifra altissima ai tempi, per un diciannovenne con poco meno di 50 presenze tra i professionisti, in Serie C1.

Roberto Baggio, Angelo Terracenere
Imprendibile | Alessandro Sabattini/Getty Images

Il 5 maggio 1985 si gioca contro il Rimini, in trasferta. Ormai il suo Vicenza è in dirittura d'arrivo per la promozione in Serie B, della quale è stato assoluto protagonista. Il Rimini ha in panchina Arrigo Sacchi, che Baggio rincontrerà più volte nella sua carriera, che veniva da un anno da allenatore delle giovanili della Fiorentina. La stessa Fiorentina per cui il talento vicentino avrebbe firmato soltanto due giorni dopo. Ma le storie di ogni campione sono incorniciate dalla tragedia, dal dramma, e la storia di Roberto Baggio, forse, stava andando in una direzione troppo perfetta. Mette male la gamba, per cercare di recuperare un pallone e sente un dolore lancinante, come un coltello che passa da parte a parte il suo ginocchio. Si rompe il crociato anteriore e il menisco, e ai tempi questo poteva significare che la tua carriera è finita.

A tirare c'è Demetrio Albertini. È gol!


Ma la storia di ogni campione è anche la storia di come farcela. Baggio, quando parla della sua carriera, nonostante la sua umiltà, non riesce a non far trasparire un moto d'orgoglio e dice che la sua è la storia di uno che non si è mai arreso. Non si è arreso mai, neanche quando a 18 anni subisci un infortunio così tanto grave. Certo, ha avuto momenti di debolezza, come avrebbe potuto non averli? Sapeva che la sua gamba non sarebbe mai più tornata come prima, sapeva che i 220 punti di sutura sul ginocchio avrebbero influito per sempre sul suo gioco. Ma non si arrende, e come lui non si arrende neanche la Fiorentina, che decide di tesserarlo comunque, gli dà fiducia, fiducia che sarà ampiamente ricompensata. Durante la riabilitazione si avvicina alla fede buddhista, che lo aiuterà molto ad ottenere l'equilibrio mentale giusto, per poter raggiungere anche quello fisico.

Roberto Baggio
Alessandro Sabattini/Getty Images

Sì, perché Baggio vive isolato dalla squadra, si dimentica di richiedere le mensilità, chiede persino a sua madre di ucciderlo, perché non sopportava più il dolore e la vista della sua gamba martoriata. La fede lo aiuta, e riesce, dopo un anno, ad esordire con la maglia viola in campionato, contro la Sampdoria. Il concetto di karma, fondamentale nel buddhismo, in occidente è stato spesso frainteso e semplificato, ma a tutti gli effetti non si riesce a spiegare cosa abbia fatto di male Baggio, per meritarsi poi, dopo una settimana dall'esordio, un altro infortunio, allo stesso ginocchio, sempre il menisco. Per quanto questa volta sembra davvero finita, come sempre, Baggio non si arrende.

Tocca a Romário. Gol. 1-1.

Torna per le ultime partite della stagione e riesce anche a segnare il suo primo gol in campionato. È un gol importante, perché regala alla Fiorentina il punto che cercava per ottenere la salvezza, ma a festeggiare sono entrambe le squadre in campo. L'altra è il Napoli, che con quel punto vince il primo scudetto della sua storia, anche e soprattutto grazie a Diego Armando Maradona. Che il primo gol di Baggio sia contro il Napoli di Maradona, nello stadio di Maradona, con una punizione "alla Maradona", va quasi in secondo piano, perché quel gol è molto di più. È l'inizio della leggenda.

Baggio e Maradona
Baggio e Maradona | Etsuo Hara/Getty Images

Con la Fiorentina giocherà altre tre stagioni, lasciandosi alle spalle gli infortuni e rivelandosi come uno dei migliori prospetti del calcio italiano (e non solo). Nella stagione 1988/89 è il capocannoniere della squadra con 15 gol, sotto la guida di Eriksson, anche grazie all'ottima intesa con Stefano Borgonovo, con la quale formava la coppia d'attacco denominata B2. Baggio continua a migliorare il suo gioco, che rimane però semplice, quasi come se giocasse ancora nel campetto con gli amici. I suoi gol più belli seguono tutti la stessa Santa Trinità: tocco-scarto-gol. Nell'annata successiva, la Fiorentina galleggerà in campionato a fatica a metà classifica, ma in Coppa UEFA riuscirà a spingersi fino in finale, trascinata dal suo numero 10.

Per noi c'è Evani. Gol! È 2-1.

La finale di Coppa UEFA del '90 è allo stesso tempo forse la fine del Baggio "più puro", come racconta lui stesso, ma anche l'inizio della sua carriera ad alti livelli. La finale (andata e ritorno) è contro la Juventus, nella prima finale internazionale tra due squadre italiane. Si vociferava da tempo di un interessamento proprio da parte dei bianconeri per Baggio, tra dichiarazioni ambigue sia da parte della dirigenza viola, sia da parte dell'avvocato Agnelli. I tifosi della Fiorentina non presero certo bene queste voci, ma lo stesso Baggio confermò più volte la sua volontà di rimanere a Firenze. La Fiorentina perse la finale (3-1 e 0-0), ma perse anche Baggio. Due giorni dopo è un giocatore della Juventus, per la cifra record di 25 miliardi di lire.

Baggio era davvero legato alla Fiorentina, e questo gesto lo dimostra
Baggio era davvero legato alla Fiorentina, e questo gesto lo dimostra

A Firenze scoppia la guerra civile, senza esagerare. Ci sono rivolte, le masse si riversano contro il presidente della Fiorentina, reo di aver venduto il loro beniamino agli odiati rivali, ma anche lo stesso Baggio, accusato di tradimento. Si temono persino attentati a Coverciano, dove l'Italia (anche Baggio) era in ritiro in preparazione dei Mondiali in casa del '90. Baggio dice di andarsi a giocare i Mondiali ancora da giocatore della Fiorentina. Il suo legame è forte, non vuole essere additato come un voltagabbana, era sincero quando diceva che non si sarebbe mai voluto togliere la maglia viola. Intanto i bianconeri, però, possono godersi l'arrivo dell'erede di Platini.

Ora è Branco, per il Brasile. Gol.

Ai Mondiali, Baggio non parte da titolare, ma riesce a ritagliarsi uno spazio anche grazie a uno dei suoi gol più belli (considerato anche uno dei più belli in assoluto dei Mondiali), che gli permette di giocare ottavi e quarti dall'inizio, fornendo anche ottime prestazioni. La semifinale è a Napoli. Contro l'Argentina di Maradona. Una coincidenza sfortunata, perché lo stadio di un Mondiale giocato in casa, era diviso a metà, tra i tifosi dell'Italia e i tifosi di Maradona. Baggio non parte titolare, al suo posto c'è Vialli, ma appena entra sfiora un gol su punizione. Si va ai rigori, Baggio ne tira uno e non lo sbaglia, come suo solito, basso e angolato. Purtroppo la lotteria si concluderà in favore dell'Albiceleste e l'Italia rimarrà con un pugno di mosche in mano ma anche con la consapevolezza di avere in rosa un giocatore a dir poco straordinario.

Il gol contro la Cecoslovacchia arrivò settimo nel 2002 in una classifica dei gol più belli segnati in una Coppa del Mondo FIFA
Il gol contro la Cecoslovacchia arrivò settimo nel 2002 in una classifica dei gol più belli segnati in una Coppa del Mondo FIFA

Dopo quel Mondiale, Baggio si prende definitivamente il palcoscenico internazionale, diventa uno dei giocatori più amati e acclamati, e a Torino conquista finalmente il suo posto nell'Olimpo. Alla prima stagione segna ben 27 gol, tra tutte le competizioni, non riuscendo però a portare la squadra a qualificarsi per le competizioni europee. Il primo gol lo segna su punizione, sempre al Napoli di Maradona, che però vince 5-1. La Juve è una squadra che non riesce a vincere, né a convincere, e il Divin Codino sembra davvero l'unica nota positiva di tutta la squadra. Affronta anche la Fiorentina. Gioca, cerca il gol, ma quando viene fischiato un rigore, si rifiuta di batterlo, perché il portiere lo conosceva troppo bene. Forse l'unico momento in cui Baggio potrebbe non essere stato sincero. Forse non voleva fare troppo male a quei tifosi che continuavano a fischiarlo. Viene sostituito poco dopo. Dagli spalti viene lanciata una sciarpa. Baggio si china, senza fermarsi, la raccoglie, esce dal campo. I fischi si trasformano in applausi. È perdonato.

Daniele Massaro per l'Italia. Para Taffarel.

L'anno dopo torna sulla panchina bianconera Trapattoni, nel tentativo di riportare la squadra nelle posizioni che più le competono. L'obiettivo viene raggiunto, la Juventus arriva seconda, seppur con un grande distacco dal Milan Campione d'Italia, e Baggio gioca un'altra stagione incredibile, il suo codino scorrazza libero tra le difese avversarie, e segna 18 gol in campionato, nonostante adesso sia Trapattoni che gli fischia, perché torna poco indietro ad aiutare la squadra in fase difensiva. Ma la sua filosofia, il suo unico pensiero è "Prendere la palla e andare dritto in porta". Subisce anche un infortunio, meno grave dei precedenti a inizio carriera, ma che continueranno a tartassarlo per tutta la carriera. Lui stesso, nella sua autobiografia, dirà che ha giocato tutta la vita con una gamba e mezzo.

Roberto Baggio of Juventus FC
Tocco-scarto-gol | Getty Images/Getty Images

La stagione 1992/93 è Baggio che diventa ufficialmente leggenda. La Juventus arriva quarta in campionato, nonostante i suoi 21 gol, che saranno 30, suo record personale, considerando anche Coppa Italia e Coppa UEFA. Proprio nella competizione europea, Baggio trascinerà i suoi compagni fino in finale, grazie ad una prestazione magnifica in semifinale con il PSG, dove segna due gol fantastici, uno dei quali una punizione alla Zico. Questo è l'anno in cui la sua storia raggiunge finalmente i grandi, gli dei. Segnerà anche al ritorno, e ci sarà spazio per un'ulteriore doppietta nell'andata della finale contro il Borussia Dortmund.

È il turno di Dunga. Gol. Il Brasile si porta in vantaggio.

Il primo trofeo sollevato dal Divin Codino è il giusto coronamento di una stagione dove Baggio faceva semplicemente quello che voleva in campo, era imprendibile, non era nemmeno più considerabile l'erede o la reincarnazione di qualcun altro. Baggio è Baggio. Nel dicembre del '93, poi, riceve il premio individuale più importante per qualsiasi calciatore: il Pallone d'Oro. Il primo italiano a vincerlo dai tempi di Paolo Rossi. Roberto Baggio è il giocatore più forte del mondo. Il DIvin Codino è divino per davvero. Ma Roberto rimane un uomo semplice, e il ricordo più bello che ha di quella giornata, quando andò a ritirare il premio, fu la vacanza con la figlia a Disneyland.

Roberto Baggio
Il miglior giocatore del mondo | Alessandro Sabattini/Getty Images

L'anno dopo Baggio si alterna con Alessandro Del Piero nelle gerarchie del Trap, si opera di nuovo al menisco, ma riesce comunque a mettere a segno 17 reti, con una grande stagione, che gli vale (vorrei ben dire, al Pallone d'Oro in carica) la convocazione da parte di Sacchi ai Mondiali '94, negli USA. Questa volta però non è un giovincello alle prime esperienze. Questa volta è il leader assoluto della squadra. L'Italia di Sacchi si mostra molto poco convincente nel girone, che finisce con tutte e quattro le squadre a quattro punti, con la stessa differenza reti. Per i gol fatti, l'Italia si posiziona al terzo posto, e riesce a passare agli ottavi come una delle migliori terze, grazie ad alcune fortunate coincidenze. Baggio non riesce a mostrarsi in tutta la sua bellezza, un po' per via dei soliti infortuni, un po' per colpa del modo di giocare di Sacchi, un po', forse, anche per colpa sua.

Abbiamo ancora una tenue speranza. Roberto Baggio batterà l'ultimo tiro dal dischetto.

Nella partita contro la Norvegia, sempre ai gironi, Sacchi lo sostituisce, e Baggio non la prende bene. "Ma questo è matto" sembra che dica. Dopo i dissapori con Eriksson alla Fiorentina e Trapattoni alla Juve, Sacchi si aggiunge alla lista nera degli allenatori di Baggio. Con la Nigeria, agli ottavi, l'Italia sembra di nuovo in difficoltà, ma questa volta Baggio, nonostante una prestazione opaca, a pochi secondi dal termine, su un'azione classica delle squadre di Sacchi, segna la rete del pareggio e porta la Nazionale ai supplementari, dove poi segnerà anche il rigore della vittoria. A salvarci ci fu anche un intervento sulla linea di Baggio, ma l'altro Baggio, Dino, che ci portò ai quarti.

Il DIvin Codino
Il DIvin Codino | Simon Bruty/Getty Images

Ai quarti gli Azzurri trovano la Spagna. E indovinate chi, negli ultimi minuti segna il gol decisivo? Lui, Roberto Baggio. Che non si accontenta, e in semifinale asfalta la Bulgaria con una doppietta. Insomma, dopo una partenza a rilento, anche se il resto della squadra sembra un po' indietro, Baggio si sta rivelando per quello che è: un campione assoluto. Adesso è il momento più importante, però. Tutto si ferma. È la finale dei Mondiali.

Roberto Baggio contro Taffarel. Ecco Roberto. Alto. Il Campionato del Mondo è finito. Lo vince il Brasile, ai calci di rigore.

Alla fine, il Mondiale l'abbiamo perso. Con un rigore di Baggio. Forse non ha sbagliato, come dicono alcuni, forse ha voluto cercare di segnare a Dio. Anche perché i rigori li tirava sempre bassi. Invece quella volta no. Qui si raggiunge la massima tragedia della storia di Baggio, che verrà sempre ricordato come uno dei più grandi, ma avrà sempre quel dannato asterisco, quell'errore. Se avesse segnato, probabilmente l'Italia non avrebbe vinto comunque, la situazione era molto compromessa. Ma il fatto che sia stato lui a sbagliare, lo stesso che ci aveva trascinato fin lì, con tutta la squadra aggrappata a quel codino, è semplicemente un grosso scherzo. Probabilmente quel rigore torna ancora un po' nei suoi sogni. Sicuramente lo fa in quelli di molti italiani.

Roberto Baggio
Una porta nel cielo | OMAR TORRES/Getty Images

Nel dicembre di quell'anno si classifica secondo nella classifica per il Pallone d'Oro. Un secondo posto che sa di beffa, ancora. Che porta con sè il ricordo di quel rigore. Quell'anno sulla panchina della Juve arriva Lippi, amante del 4-3-3, che poco si adatta però alle caratteristiche del numero 10 bianconero, che infatti gli preferisce spesso il più giovane Alessandro Del Piero. Un altro, l'ennesimo infortunio, permette al futuro capitano juventino di esplodere definitivamente, mentre l'attuale, Baggio, gioca poco, riuscendo comunque a mettere a segno dei gol importanti e prestazioni come quella contro il Parma in campionato, dove Baggio fornisce tre assist, permettendo alla sua squadra di vincere 4-0 e ottenere la certezza matematica di uno scudetto che mancava da nove lunghissimi anni, il primo vinto da Roberto, come lo chiamava in modo informale Pizzul, durante le telecronache.

Un prolungamento di contratto procrastinato, un aumento di stipendio che la Juve non voleva concedere, un allenatore che mai lo ha apprezzato fino in fondo e un giovane che era destinato a prendere il suo posto. Tutto questo ha portato alla scelta della Juventus e di Baggio di separarsi, dopo cinque anni in cui ha vinto, e ha dimostrato tutto il suo valore, purtroppo troppo spesso ostacolato da una squadra non sempre all'altezza e dai soliti, soliti, soliti infortuni.

Roberto Baggio
Baggio esulta con la maglia del Milan | Claudio Villa/Getty Images

Al Milan Baggio trova Fabio Capello, che lo fa giocare, seppur con tante riserve, sostituendolo praticamente sempre. Ma la classe di Baggio non è certo già finita, ma il suo gioco cambia, cerca di adattarsi, perché vuole andare all'Europeo, vuole dimostrare che è tutto tranne che un giocatore finito, come già qualcuno osa additarlo. Quell'anno è il miglior assist-man del campionato, e segna anche gol decisivi per la vittoria dello scudetto rossonero, segnando un rigore nella partita che ha consegnato il titolo al Milan. Questa volta il rigore l'ha tirato, contro la sua Fiorentina.

L'anno dopo, sulla panchina arriva Tabárez, che gli dà fiducia, è titolare e riesce a fornire buone prestazioni, nonostante la squadra non ingrani. A dicembre, l'allenatore uruguaiano si dimette e al suo posto arriva... Arrigo Sacchi. Il primo incontro avvenne al primo infortunio di Baggio, al Vicenza, e sembra non aver portato fortuna al rapporto tra i due. Sacchi dopo il Mondiale, lo aveva escluso dal giro della Nazionale per due anni, facendogli saltare anche l'Europeo del 1996, e al Milan la musica è la stessa: gioca sempre meno, ha sempre meno fiducia, e non riesce a brillare, complice anche la squadra, raramente competitiva.

Roberto Baggio
Getty Images/Getty Images

A Roberto serve una squadra che lo faccia giocare, lui vuole andare in Francia, ai Mondiali del '98, e Capello, tornato alla guida del Milan, lo esclude dal progetto. Sceglie il Parma, ma alla fine la trattativa salta, perché Ancelotti non lo vedeva bene nella sua squadra e Chiesa minacciava un trasferimento in caso di arrivo del Divin Codino. Già, Divin Codino. Baggio va al Bologna, ma quel codino lo taglierà. Capelli corti, un po' bianchi nonostante i 30 anni, sembra un altro. Ma non è un altro, è il solito Baggio. Il solito Baggio che porta 27mila abbonati al Dall'Ara. Il solito Baggio che segna 22 gol in campionato. Il solito Baggio che permette al Bologna di qualificarsi alla Coppa UEFA e alla Coppa Intertoto, che l'anno dopo vincerà, ma senza il suo campione.

Già, Baggio sembra un'eremita. La stagione straordinaria al Bologna lo porta all'Inter, che aveva rifiutato a gennaio per rispetto dei tifosi rossoblu, ma lo porta anche alla convocazione per i Mondiali francesi, chiamato dal nuovo CT della Nazionale, Cesare Maldini. In teoria, parte dietro il solito Del Piero, ma un suo infortunio nella finale di Champions League favorisce Baggio, che parte alla grande con gol e assist nelle partite dei gironi, risultando più volte decisivo. Ai quarti di finale, dopo aver superato la Norvegia, Baggio parte dalla panchina, e sostituisce lo juventino, completando in questa partita la sua trasformazione calcistica. Non segue più quella Santa Trinità, ma raccorda centrocampo e attacco, come un perfetto trequartista d'altri tempi. Ai tempi supplementari, sfiora anche un bellissimo golden gol, che secondo molti avrebbe reso l'Italia la favorita assoluta per la Coppa del Mondo. Così non fu, e l'Italia perde nuovamente ai rigori. Questa volta Baggio segna, ma non basta.

Claudio Villa/Getty Images

All'Inter, Baggio vuole far vedere che ancora è un fuoriclasse. Che lui non si arrende. Esordisce con un gol e tre assist in un turno preliminare di Champions, e continua su una buona strada, segnando anche una storica doppietta contro i campioni in carica del Real Madrid. La strada, però, si fa in salita. La squadra inanella risultati negativi, il gioco è poco ispirato, e si succedono ben quattro allenatori in una sola stagione, tutti con risultati più o meno deludenti. Risultati che chiaramente si ripercuotono sulla squadra, e su Baggio. La stagione si conclude con un nulla di fatto, niente coppe europee e ottavo posto in campionato. Ma nell'annata 1999/2000 arriva sulla panchina nerazzurra una vecchia (e non tanto piacevole) conoscenza: Marcello Lippi.

Lippi di certo non è un suo grande estimatore, e il sentimento è ricambiato. Baggio si rivelerà decisivo nello spareggio Champions contro il Parma, con una stupenda doppietta, che Lippi sembra quasi non festeggiare, sembra aver capito il suo errore, ma senza ammetterlo. Per tutta la stagione Baggio fa tantissima panchina, spesso con la scusante di infortuni e problemi fisici, che Baggio smentiva costantemente. Quando a gennaio, con una grande prestazione da subentrato, toglierà le castagne dal fuoco al suo allenatore, si presenterà poi nel dopopartita con una cappello: "Matame si no te sirvo", uccidimi se non ti servo. Dopo la conquista della qualificazione in Champions, Baggio non può chiaramente più rimanere, ma soprattutto, non vuole.

Roberto Baggio of Brescia
Getty Images/Getty Images

Svincolatosi dall'Inter, Baggio comincia la fase finale della sua carriera. Va al Brescia, convinto dal neo allenatore Carlo Mazzone, l'unico con cui forse sia riuscito a costruire un legame positivo. Potrebbe sembrare un giocatore finito, andare in una provinciale. Ma Baggio è Baggio. E riesce a portare il Brescia ad essere una squadra di metà classifica, permette sempre una salvezza ottenuta con ampio margine. Le sue giocate sono diverse, certo, da quelle di dieci anni prima, corre molto poco e gioca con una gamba sola, a malapena. Eppure le sue giocate fanno ancora impazzire tutti. Il gol contro la Juventus, su lancio di un giovane Pirlo. Il gol direttamente da calcio d'angolo contro il Lecce. E tanti, tanti altri. Gli anni '90 sono finiti, e per un giocatore che sembrava anacronistico in quell'epoca, pensate negli anni 2000.

A Brescia, Baggio si mostra forse nuovamente puro, come a Firenze. Invecchiato, acciaccato, con tanto odio quasi verso il calcio, ma è lui, sì, è lui. È lui anche quando segna una tripletta, con una punizione all'ultimo minuto, nel derby con l'Atalanta. Quello ricordato per essere la causa dell'unica corsa in trent'anni di Carletto Mazzone. È lui anche quando, dopo la partita di addio, a San Siro, dopo la standing ovation di tutto lo stadio, l'abbraccio di Maldini, la passerella in campo, torna negli spogliatoi e pensa "Finalmente".

Il calcio era diventato solo dolore fisico. Sofferenza. Ma doveva continuare. Perché lo doveva ai suoi tifosi. Perché sperava in una chiamata ai Mondiali del 2002 in Corea, che non arrivò, immeritatamente. Baggio non si divertiva più a giocare a calcio, lo ha detto più volte, ma voleva che gli altri si divertissero a guardarlo, quindi giocava, anche con una gamba sola. E faceva divertire tutti. Anche ragazzi, come me, che non l'hanno mai potuto vedere giocare dal vivo, che magari lo hanno visto giocare solo su YouTube, e magari si sono innamorati lo stesso. Il calcio, e i calciatori, oggi, a volte sembrano mancare proprio di quelle caratteristiche che facevano di Baggio, l'uomo che è stato: umiltà, semplicità, sincerità. Ma anche quel talento così tanto straripante da esprimersi anche con una gamba sola. Ah, da quando Baggio non gioca più...

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