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Pato a The Players' Tribune: "Cosa mi è successo? Ho iniziato a sognare troppo"

Andrea Gigante
Alexandre Pato
Alexandre Pato / Dino Panato/GettyImages
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Ammettilo: quando hai visto quel gol al Barcellona, anche tu hai pensato che Alexandre Pato sarebbe diventato l'attaccante più forte del mondo, che avrebbe potuto vincere il Pallone d'Oro, che avrebbe portato il Milan verso un'era ricca di successi. Quanti condizionali.

Ma cosa è successo a quel brasiliano rapido e letale sotto porta? Come mai ha rimediato così tanti infortuni in carriera? A dare una risposta a questi interrogativi è stato lo stesso Pato, che ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti in una lettere pubblicata su The Players' Tribune. Leggiamone i passi più interessanti.

Sui primi anni con l'Internacional:
"Non ero minimamente pronto per il settore giovanile dell’Internacional. I più giovani dovevano fare di tutto per i più grandi: lavargli le mutande, pulirgli gli scarpini e andare al distributore di benzina per comprare le patatine. Facevano un gioco che si chiamava Marcar o Gado in cui chiamavano un ragazzo, prendevano un pezzo di legno e glielo sbattevano sulle gambe. AHIA. Orrore totale. Piangevo tanto. Mi nascondevo nella mia camera. Non potevo dirlo a mia madre, perché sapevo che il giorno dopo sarebbe venuta lì per riportarmi a casa. Quindi le dicevo: “Ohhh, va tutto alla graaaande!”. Il calcio? Divertimento totale. Passai rapidissimamente dall’Under 15 alla Prima squadra. A 17 anni presi parte al Mondiale per Club segnando in semifinale e giocando contro il Barcellona in finale. Lì è quando incontrai Ronaldinho. [...] È magico. Non è reale. Quel giorno non ero un rivale, ero un fan. Nel tunnel gli dissi: “Tieni la tua maglia per me”. La partita praticamente non mi interessava! Una volta finita non facevo altro che chiedere: “Dov’è? Dov’è?”. Tutti corsero per prendere la sua maglia, ma mantenne la sua parola. La diede al più piccolo. Questo è Ronnie. Come sapete, il Mondiale per Club è IMPORTANTISSIMO in Brasile. Quando vincemmo 1-0, fu il momento più importante della storia dei Colorados. Presto ci ritrovammo a festeggiare su un camion dei vigili del fuoco per le strade di Canoas. Io tenevo il trofeo e la gente gridava il mio nome. Sette anni prima non avevo mai giocato a calcio a 11. E adesso ero Campione del Mondo".

Perché proprio il Milan:
"Avete mai giocato con quel Milan alla PlayStation? Erano incredibili!!! Kaká, Seedorf, Pirlo, Maldini, Nesta, Gattuso, Shevchenko… Sheva era inarrestabile! Il Fenomeno, il VERO Ronaldo. Avrei potuto giocare con lui. Che formazione. Avevano appena vinto la Champions League. Il Milan in quei tempi era la squadra. Pensavo, Quando è il prossimo volo?".

Un futuro sfavillante:
"Le aspettative erano altissime. La cosa certa era che io fossi il super talento. Giocavo già per il Brasile. La stampa scrive di te, i tifosi parlano di te e anche gli altri giocatori ti esaltano. Amavo le attenzioni. Volevo che si parlasse di me. Ma sapete cosa è successo? Ho iniziato a sognare troppo. Anche se continuavo a lavorare duro, la mia fantasia mi portava in posti di tutti i tipi. Nella mia testa avevo già il Pallone d’Oro in mano. Non potevo evitarlo. È davvero difficile non lasciarsi travolgere. Avevo sofferto tanto per arrivare lì. Quindi perché non godersela?  Quando vinsi il Golden Boy che mi consacrava come miglior giovane d’Europa nel 2009, non pensavo al Pallone d’Oro. Mi stavo solo divertendo e OPA!   — un premio. Quando vivevo nel presente ero inarrestabile. Ma la mia mente rimaneva incastrata nel futuro.

I continui infortuni:
"Nel 2010 ho iniziato a essere infortunato tutto il tempo. Non avevo più fiducia nel mio corpo. Aveva paura di quello che la gente potesse dire di me. Andavo ad allenarmi pensando, Non posso infortunarmi. Se mi infortunavo non lo dicevo a nessuno. Una volta mentre stavo recuperando da un problema muscolare ebbi una distorsione alla caviglia e continuai a giocare. Era gonfia come un pallone ma non volevo lasciare la squadra. Uno dei miei difetti era che volevo accontentare tutti. Mi sentivo così solo. All’Internacional sono sempre stato super protetto. Tutti facevano qualsiasi cosa per me. Non sapevo niente di infortuni, preparazione fisica o dieta — perché non ne avevo bisogno. Dovevo solo pensare a giocare. [...] Oggi ogni giocatore ha un team che lo segue no?! Dottore, fisioterapista, preparatore. All’epoca solo Ronaldo ce lo aveva. Non avevo parenti vicino. La mia famiglia era ancora in Brasile. Avevo un agente, ma non si occupava di tutto come fanno gli agenti ora. Chiaramente il Milan aveva i medici e lo staff, ma dovevano seguire 25-30 giocatori. Non potevano stare con me tutto il tempo".

Sulla sua carriera:
La mia carriera sarebbe potuta andare diversamente? Sicuro. Ma è facile guardare indietro e dire cosa avrei dovuto fare. Quando sei lì certe cose non riesci a vederle. Quindi nessun rimpianto. Guardo il lato positivo. Sono in forma. Mentalmente sto alla grande. Amo ancora il calcio.

Trovi la lettera completa su The Players' Tribune.


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