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Non solo de Ligt: la strategia della Juve con i giovani è piena di contraddizioni

Andrea Gigante
Matthijs de Ligt
Matthijs de Ligt / ANP/GettyImages
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Il passaggio di Matthijs de Ligt al Bayern Monaco non rappresenta solo la perdita di un difensore titolare ad appena un mese dalla ripresa del campionato, ma getta anche dubbi su quella che è la gestione che si fa in casa Juventus dei giocatori giovani.

Forbes si è scagliato duramente contro la policy bianconera in materia di promesse tant'è che - a loro avviso - l'olandese avrebbe maturato la decisione di lasciare Torino proprio dopo aver constatato l'impossibilità di crescere ulteriormente. Il Bayern - continua il magazine - è la squadra che da sempre domina la Bundesliga, ma sa anche come vincere una Champions e - soprattutto - è una società che sa valorizzare veramente i giovani.

Le cifre dell'affare de Ligt mettono nero su bianco che la sua avventura bianconera è stata fallimentare. Nel 2019 la Juventus lo pagò la bellezza di 75 milioni di euro e il classe '99 portava con sé l'etichetta di "next big thing" del calcio olandese. Dopo appena tre stagioni viene rivenduto a 67 milioni, ben 8 milioni in meno rispetto al prezzo iniziale. Non si può parlare di minusvalenza dato che di mezzo ci sono ammortamenti vari, ma è evidente che il suo valore sia rimasto invariato.

Allora de Ligt ha solo sprecato tempo? Non ce la sentiamo di pensarla così dato che, a soli 22 anni, ha ancora una lunga carriera davanti. Tuttavia, non sarebbe la prima volta che un giocatore dalle buone speranze si trasferisce alla Juve e finisce col perdersi nei meandri della Continassa.

Senza andare troppo lontano nel tempo, basti citare l'anno e mezzo di Dejan Kulusevski all'ombra della Mole. Dopo una stagione incredibile al Parma, l'esterno svedese ha scelto Torino per consacrarsi ma lì ha trovato un Andrea Pirlo ancora acerbo per una panchina così di rilievo e un Massimiliano Allegri che non è solito dar corda a questo tipo di giocatori istintivi, che detestano essere imbrigliati in schematismi tattici. Al Tottenham si stanno godendo i dribbling e le giocate che alla Juve non si sono mai visti.

Un altro esempio recente è quello di Federico Bernardeschi, neoacquisto del Toronto. Quando si è trasferito a Torino nel 2017 i tifosi bianconeri chiedevano che gli venisse assegnata la numero 10, appena lasciata orfana da Paul Pogba. Questo per dimostrare quanto intorno al giocatore di Massa Carrara ci fossero delle aspettative abbastanza alte. La forte concorrenza, una scarsa fiducia da parte degli allenatori e - a essere onesti - le sue difficoltà nel gestire certe pressioni hanno fatto sciogliere l'hype attorno a lui come neve al sole. Chi se lo sarebbe aspettato 5 anni fa che la sua carriera sarebbe arrivata a un punto così morto da indurlo a trasferirsi in Canada!?

A circa un mese dall'inizio della nuova stagione c'è curiosità di vedere all'opera altri tre giovani della rosa juventina: Manuel Locatelli, Federico Chiesa e Dusan Vlahovic. Il centrocampista ha disputato una discreta prima annata in bianconero ma è stato comunque un lontano parente del giocatore che abbiamo potuto apprezzare al Sassuolo.

Discorso diverso per Chiesa che prima del grave infortunio aveva dato seriamente l'impressione - confermata anche dalla vittoria a Euro 2020 - di poter diventare uno degli esterni più forti al mondo e la speranza è di vederlo al 100% il prima possibile.

Le aspettative più alte ricadranno però sulle spalle dell'attaccante serbo, chiamato a trascinare la squadra a suon di gol. Dopo un avvio impressionante, culminato con la rete all'esordio assoluto in Champions League, Vlahovic ha visto ridimensionarsi la sua media realizzativa a causa del gioco poco propositivo promosso da Allegri. Anche in questo caso le qualità del giovane non sono in discussione, ma la Juventus sta gestendo nel modo migliore i propri talenti?


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