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Lulic: "Mi aspettavo più chiarezza dalla Lazio"

Giulia Bianchi
Senad Lulic
Senad Lulic / Insidefoto/GettyImages
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Chiusa la stagione con la qualificazione in Europa League, in casa Lazio c'è stato il classico rompete le righe. Giocatori in vacanza, dirigenti al lavoro per rinforzare la rosa in vista della prossima stagione. E c'è chi è tornato allo scoperto dopo un anno dall'addio. È il caso di Senad Lulic, laterale di centrocampo che ha giocato per dieci anni con la maglia della Lazio, fino all'estate 2021. Ai microfoni del Corriere dello Sport si è lasciato andare a qualche piccola frecciatina nei confronti della dirigenza biancoceleste.

SU CHE FINE AVESSE FATTO- "Sto bene, vivo a Coira, faccio il padre h24, mi godo la mia famiglia, la libertà. Porto i figli a giocare a pallone, mia figlia fa unihockey. Faccio il tassista -dice ridendo Lulic- ma gli ultimi due anni a Roma non sono stati facili".

SUI DOLORI INERENTI ALLA FAMIGLIA- "La mia famiglia era in Svizzera, è stata dura anche per la pandemia. Ho deciso di dedicarmi a loro. Mi riposo e mi ricarico".

SU COSA VUOLE DIVENTARE- "Il 6 giugno inizierò il corso a Coverciano, prenderò il patentino di allenatore Uefa A, non escludo il resto".

COME STA VIVENDO NONOSTANTE L'ADDIO AL PALLONE- "Vivo come prima del calcio, sono un uomo semplice. A Roma ero travolto dall'affetto, un'emozione continua. Qui qualcuno mi ferma, non capita spesso".

SE ANCORA PENSA AL RETTANGOLO VERDE- "Se dicessi no sarei bugiardo. Ma non ho smesso con gli stadi pieni questo mi ha aiutato".

SULL'ANNO DI ADDIO ALLA LAZIO- "Ho voluto staccare, mi serviva tempo per me stesso. Non ho voluto fare interviste anche per non creare casino dentro la Lazio e fuori. Mi serviva calma per ripensare a tutto. Mi sto svegliando un po'".

SULL'INFORTUNIO ALLA CAVIGLIA- "Non è stato un infortunio".

SU COSA INTENDESSE CON QUELLA AFFERMAZIONE- "E' stato un incidente. Tanta gente non lo sa o fa finta. Per fortuna mi è successo a 35 anni. Avevo offerte. ma se avessi continuato avrei avuto bisogno di qualcuno che mi seguisse da mattina a sera".

SUL PERCHÈ DICESSE INCIDENTE- "Ai primi di gennaio 2020 mi faceva male la caviglia, a Brescia avevo preso un colpo. Ho continuato a giocare con i dolori, non c'erano tanti cambi. Tutti mi dicevano che sarebbe passato tutto, che la caviglia era solo infiammata. Alla fine mi sono riposato un anno".

SU COSA FOSSE SUCCESSO- "Dopo le infiltrazioni mi è venuta un'infezione alla caviglia, colpa di un batterio. Mi sono dovuto operare tre volte, una a Roma e due in Svizzera. Dopo il primo intervento continuavo ad avere dolori. Ho fatto le valigie. sono andato in Svizzera".

SE HA AVUTO PAURA- "Il batterio mi ha mangiato i tessuti, i muscoli. Mi hanno spiegato che in casi estremi può essere a rischio la caviglia, possono essere attaccati gli organi, si possono creare infezioni nel sangue. Pensavo fosse una cazzata, non realizzavo che fosse un problema così grave".

SUL SUO RITORNO- "Ho avuto la fortuna di lavorare con fisioterapisti in grado di aiutarmi".

IL SUO RITORNO DOPO L'INFORTUNIO- "Ero orgoglioso di essere tornato. Ho sentito tanti campioni, dopo gli infortuni alla caviglia non sei più com'eri".

SUL RAPPORTO CON LA CITTÀ DI ROMA- "Quando torno a Roma sento un amore incredibile ed è la cosa più bella. Sono orgoglioso dei miei 10 anni laziali. Mi arrivano messaggi mi sento amato".

SULLA LETTERA DI ADDIO ALLA LAZIO- "Non avevo aspettative però mi aspettavo chiarezza. Pensavo che ci saremmo seduti per chiarire cosa fare. Ho provato rabbia, amarezza".

SE FOSSE PASSATA LA RABBIA- "Giochi l'ultima col Sassuolo e non sai cosa succederà, se resti o no. A marzo o aprile mi avrebbero potuto dire che non ero più nei loro piani. Non ci sarebbero stati problemi. E' mancata chiarezza. Avrei continuato volentieri, 5 minuti dopo 10 anni potevano trovarsi. Invece sono partito per le vacanze e in vacanza sono rimasto".

SU CHI LO HA CHIAMATO DOPO IL SUO ADDIO- "Il 30 giugno mi ha detto che non avremmo continuato insieme, che avrebbero preso un altro".

SU CHI TRA INZAGHI E SARRI NON LO VOLEVA NELLA ROSA- "Penso che la mia partenza fosse decisa. Nel calcio si dà la colpa agli altri. Alla fine è passata che fu Sarri a non volermi, ma non penso c'entri".

SUL PERCHÈ NON L'AVREBBERO VOLUTA- "Non lo so. Potevano dirmi “Hysaj è più forte, non ci servi più”. Hanno ringiovanito, sì. Poi è arrivato Pedro nella squadra più vecchia della A".

SUL 26 MAGGIO- "Mi emozionano, dirgli grazie è poco. Ci sarà sempre un legame".

IL RAPPORTO DELLA DATA CON LA TIFOSERIA- "Il 26 maggio è e sarà sempre della Lazio e dei laziali. Non si tocca. E non c’è rivincita".

SE MAI CI SARÀ L'EVENTO- "Se non è successo finora non penso succeda, è tardi. C’era la scusa della pandemia, va bene così. Semplicemente bastava un grazie. I 60.000 dell’Olimpico li ho a prescindere quando vengo a Roma. Ho visto le premiazioni dell’ultima partita e questo mi ha fatto male ancora di più. Mi è dispiaciuto anche per Luiz Felipe, unico non premiato".

SULL'ONORE E IL DISONORE- "Poveraccio, piangeva. Non dev’essere stata una cosa bella neppure per i tifosi. Non bisogna essere incazzati o permalosi se qualcuno va via. Guardi la Juve con Dybala o Romagnoli al Milan. Serve rispetto, a volte manca".

SULLA RINUNCIA DI OFFERTE IMPORTANTI- "Andare via è difficile. Ti comprano a 9, ti vendono a 90. Sono sempre rimasto con amore".

SUL GOL ALLA ROMA- "Ero uno qualsiasi, sono entrato nel cuore dei tifosi, sono uno di loro".

SE FOSSE UN EROE- "Eroe è un po’ esagerato. Mi sono reso conto di tutto dopo anni, quando ti senti parte del Dna dei tifosi. Quel gol è l’immortalità calcistica".

SUL FAMOSO MINUTO 71- "Ero al posto giusto al momento giusto. Sono stato bravo a leggere l’azione, a frenare, a coordinarmi. Non era semplice dopo la deviazione di Lobont. E’ servita fortuna, ma anche voglia di prenderlo quel pallone. Non ero lì per caso".

SU CHI L'AVESSE MANDATA LI? - "Petkovic voleva e vuole che si riempia l’area quando c’è l’attacco da destra. E’ andata come doveva"

SULL'ESULTANZA IMPETUOSA DI QUEL GIL AL 71° MINUTO - "Come posso spiegare un’emozione inspiegabile? Basta vedere le immagini. Non ho dormito per tante notti. Ho regalato un’emozione per la vita, il massimo che si può chiedere".

SULLO STRISCIONE OFFENSIVO DA PARTE DEI ROMANISTI - "Ho lottato per non perdere le dita. Quella frase mi ha fatto male. Non sono tranquillo come sembra, l’orgoglio ce l’ho".

SULLA SUA RESISTENZA - "E alla fine ho preso un bel calcio in c... Neanche un grazie. E’ questo che mi dà fastidio. Ho giocato con dolori ovunque. La gente lo vede".

SUI SUOI GOL DA ALBO D'ORO - "Il mio terzo trofeo da capitano. Solo Nesta ne ha vinti di più. Che orgoglio".

SUI SUOI TECNICI - "Reja mi ha fatto esordire, mi inventò mezzala. Petkovic mi ha scoperto. Pioli e Inzaghi si sono giocati lo scudetto, sono grandi. Simone è cresciuto con noi".

SULLO SCUDETTO SFIORATO - "Un pensiero l’abbiamo fatto. Ma con il minimo non puoi sempre arrivare al massimo"

SUL DIVERBIO CON INZAGHI - "Ho litigato con tutti, anche con Petkovic. Poi passa tutto. Ho litigato con Radu, in ogni partita (risata, ndr). Ci sentiamo, siamo fratelli".

SU CHI L'HA VOLUTO COME CAPITANO - "Dopo Biglia volevamo Radu, non se la sentiva. Ha deciso Inzaghi".

SUL NUMERO DELLA SUA MAGLIA - "Con il 19 sono cresciuto, lo avevo anche il 26 maggio..."

SE HA SEGUITO LA LAZIO QUEST'ANNO - "Lo faccio quando posso. Arrivi quinto, hai fatto il tuo.Ai tifosi auguro la Champions".

SUL FATTO CHE SARRI SI FOSSE LAMENTATO DELLA CONTINUITÀ - "Si dice da anni. A Roma non è mai facile, c’è pressione per la rivalità cittadina. Manca tanto alla Lazio per fare il salto... Peruzzi ha detto che non è facile lavorare, servirebbe più sincronismo, un progetto che coinvolga tutti, tranquillità. E qualche giocatore in più, anzi quest’anno la panchina era un po’ più lunga".

SE SOGNA DI ALLENARE LA LAZIO - "Ora non ci penso... Quando inizi da allenatore devi anche capire se ti piace".

SULL'AMAREZZA - "La Lazio e i suoi tifosi sono dentro di me".


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