Il "Mollo"... molla. Malesani: "Calcio? Basta, non alleno più! Ora faccio altro"

Alberto Malesani
Alberto Malesani / Marco Luzzani/Getty Images
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I più giovani lo conoscono per le sue conferenze stampa rimaste nella storia, ma i più attempati anche e soprattutto per essere stato artefice del Parma vincitore della Coppa Uefa edizione 1998/99. Parliamo di Alberto Malesani, ormai da tempo fuori dal mondo del calcio e con un'occupazione totalmente diversa. L'ex tecnico, tra le altre, di Parma, Fiorentina, Sassuolo e Verona, ha rilasciato una lunga intervista a cuore aperto al sito ufficiale della Roma.

Alberto Malesani al Parma
Alberto Malesani al Parma / Getty Images/Getty Images

È davvero convinto che non possa più essere utile al mondo del calcio?
“Ormai è così. La decisione è maturata con razionalità nel corso di questi anni. Quando senti che ti allontanano un po’, è inutile insistere - le sue parole riportate dal Corriere dello Sport -. A un certo punto mi hanno messo dalla parte degli allenatori che consideravano finiti e con il tempo l’ho accettato. Non c’è problema, mi esprimo in un altro mondo. Venivo dal mondo aziendale prima e oggi ci sono tornato. Quasi chiudendo un cerchio. A volte ho provato del dispiacere, ma non traumi. Quelli proprio no. Di una cosa sono rimasto male, invece…”.

Di cosa?
“Che l’esperienza in questo paese, e di conseguenza nel calcio, non venga premiata. Come detto, prima di fare l’allenatore venivo dal mondo aziendale. Per 17 anni ho lavorato per la Canon Italia. In Giappone, le persone con più esperienza le riprendevano in sede sfruttando la loro conoscenza. Non le buttavano via”.

Le manca tanto allenare?
A questa domanda rispondo sempre la stessa cosa: uno che ha fatto per 26-27 anni il professionista, ad alti livelli, il calcio non può sparirgli dall’anima. In particolare, a uno come me, che ha vissuto questo sport sempre a duecento all’ora, 24 ore su 24. La cosa che più mi è mancata finora è il prato verde, il pallone, l’aspetto didattico, la tattica che si fa giornalmente con la squadra, il creare qualcosa. L’allenamento globale, quotidiano. Altre cose non mi mancano, francamente. Ma questa sì, mi mancherà sempre. E per sempre”.

E quanto pensa al calcio ogni giorno?
“Il giusto. La mattina mi vado a prendere il giornale quando faccio colazione. Leggo, mi tengo aggiornato, mi informo. Guardo soprattutto le partite che mi interessano”.

Tipo quali?
“Di Europa League e Champions League le seguo tutte. Il campionato italiano non lo seguo interamente. Guardo le gare del Verona. E anche di altre squadre”.

Con un occhio sempre attento alla tattica?
“In Serie A l’aspetto tattico è preponderante. Nel tanto vituperato campionato italiano è sempre difficile vincere una partita. Per chiunque. Perché il nostro è un calcio di precisione, maniacale. Anche io mi diverto a vedere una partita di Premier, ma quello che vedi in quei tornei lì – così come pure in Liga - non lo vedrai mai in Italia. All’estero si vedono match più aperti, movimenti di giocatori meno precisi. L’Atalanta è una squadra che gioca molto aperta, ad esempio, non bada molto alle coperture preventive quando attacca, ma deve essere sorretta da una grande condizione fisica per arrivare al risultato e alla prestazione. Gasperini è uno dei migliori allenatori in Italia. Lui si è espresso bene dove ha trovato giovani da lanciare. E la sua mano deve essere totale. Con i giocatori meno affermati è più facile lavorare, trasferire determinati concetti. Mentre con quelli più esperti e di fama forse è più complicato portarli dalla propria parte”.

Per un allenatore è più importante avere un’idea giusta o saper trasferire quella stessa idea ai giocatori?
“È importante l’idea, prima di tutto. E quella deve averla l’allenatore. Questa idea deve essere supportata dalla società e poi condivisa con i giocatori. E qui entra in ballo l’abilità di leadership”.

Alberto Malesani al Sassuolo
Alberto Malesani al Sassuolo / Claudio Villa/Getty Images

C’è un collega in Italia in cui rivede – almeno in parte – le sue idee?
“Io sono un po’ restio a fare paragoni. Ogni essere umano ha un modo di esprimere le proprie capacità, le proprie idee. L’emulazione è durissima, ed è anche un grave errore. Ci si può aspirare a questo o quello, ma in realtà ognuno ha il suo stile”.

Fonseca le piace?
“Mi piace, almeno per quello che vedo da fuori. Ma sui giudizi verso i tecnici non vado oltre perché li dovrei vedere lavorare nel quotidiano. Posso dire, però, che si vede una direzione nella sua squadra”.

Qualche giocatore del campionato italiano che l’ha colpita più di altri?
“Andando per ruoli tra i difensori dico Kumbulla, un centrale molto interessante cresciuto qui a Verona. Per quanto riguarda i centrocampisti, Barella ha qualcosa in più di altri. Tra attaccanti, mezze punte, mi piacciono tanto Papu Gomez e Lukaku. Ma loro sono meno giovani…”.

Alejandro Gomez
Alejandro Gomez / Emilio Andreoli/Getty Images

Nel suo anno alla Fiorentina ha allenato Grabriel Omar Batistuta. Com'era lavorare con lui?
“Batistuta resta il giocatore che ogni allenatore vorrebbe. Non faceva distinzione tra un allenatore e un altro. Sapeva prendere da tutti i tecnici il bello e il buono. È una cosa che lo ha reso unico. Un ragazzo che ha sempre lavorato sodo. Mi diceva: “Io mi devo allenare più di altri, non ho grandi proprietà tecniche”. Però aveva potenza, fiuto del gol, elevazione. Non ho mai visto una costanza del genere in un atleta. Sarebbe da prendere a esempio”.

Firenze cosa ha significato per la sua carriera?
“Vede, a volte si creano i grandi gruppi in cui c’è una miscela di tutto. Un’idea che è condivisa da tutti. Firenze è stato un miscuglio di questo tipo qui in cui erano coinvolti anche tifosi. Eravamo un corpo unico. È stato un anno splendido, intenso. Si era creato l’ambiente perfetto. Anche se non abbiamo vinto, ma ci siamo andati vicini con un ottimo cammino in Coppa Italia e la qualificazione nelle coppe arrivando quinti”.

A Parma ha vinto, invece.
“Forse è stata l’unica volta in cui ho avvertito dal club l’esigenza di dover vincere. Con quella squadra, quella qualità di rosa, era anche normale avere aspettative. E qualcosa l’abbiamo portata a casa. Non era facile, eh, non è mai facile vincere. Alla fine, uno solo alza la coppa”.

Alberto Malesani e la Coppa Uefa vinta
Alberto Malesani e la Coppa Uefa vinta / BORIS HORVAT/Getty Images

La Roma l’ha mai cercata in passato?
“Il mio nome girò quando Zeman fu esonerato nel 2013. Mi sarebbe piaciuto allenare Totti e De Rossi. Dopo Rivera, come giocatore, ho amato Totti. Aveva una visione di gioco oltre i 180 gradi. Roba da Maradona. Francesco era eccezionale, lo stesso vale per De Rossi, centrocampista forte e intelligente”.

Nel suo staff, negli ultimi anni, ha sempre portato Ezio Sella, che nella Roma è stato anche allenatore in prima in un paio di momenti storici. Che rapporto c’è tra voi?
“Un grande rapporto di amicizia, nato sui banchi di Coverciano. Dal punto di vista umano è una grande persona. Uomo vero, onesto. Devo dire, io non avevo mai avuto un allenatore in seconda, un assistente, un collaboratore. L’ho fatto con Sella perché avevamo affinità dal punto di vista tattico. Mi dispiace solo di aver iniziato con lui quando la mia carriera non era più al top. I risultati non ci hanno confortato, soprattutto a Sassuolo dove non c’è stato dato tanto tempo, ma ci siamo divertiti. Ezio avrebbe meritato una carriera diversa, aveva capacità tecniche e umane per sfondare. Ma questo è un mondo complicato. Nel calcio e fuori”.

Oggi il mondo complicato lo è ancora di più con il Covid.
“Bisogna stare molto attenti, tutti. È una cosa grave, anche i giovani devono saperlo. È una guerra silenziosa. E chi la sottovaluta sbaglia”.

Come la vive questa emergenza?
“Ho la fortuna di essere nelle aziende delle mie figlie, do loro una mano. Siamo in pochi, non ci sono assembramenti. A contatto con la natura si è più rilassati, forse. La si vive con relativa tranquillità. Però il timore resta. Il Veneto, la nostra regione, è stata una delle prime zone colpite dal Coronavirus”.

La sua azienda cosa rappresenta?
“Per me è un orgoglio. L’orgoglio di aver dato vita ad una creatura mia, di famiglia. È una roba che senti dentro. Più di una squadra di calcio, che quella comunque appartiene alla società. In questo caso la società sono io, siamo noi. Certo, se non avessi guadagnato due soldini con il pallone, sarebbe stata dura, però ci siamo. E facciamo vino, un prodotto che fa parte dell’eccellenza di noi italiani”.

Che ruolo ha nella catena organizzativa?
“Io mi occupo di campagna, di potature. Dal punto di vista amministrativo/commerciale ci sono le mie figlie. Però resto presente. Sono sempre un curioso, in tutte le cose che faccio e che mi coinvolgono. Mi sento giovane, una da rinfrescare continuamente. Inoltre, posso dirle un’altra cosa…”.

Prego.
“Credo anche che così facendo, ho dato da lavorare anche ad alcune persone. Invece di andare a Montecarlo a fare il pensionato, credo di aver fatto un’opera socialmente utile”.

È stato anche utile e interessante ascoltare le sue parole, mister.
“Dico la verità, non sempre mi va di rilasciare interviste, soprattutto se sollecitato – come nel suo caso – in qualità di ex di qualche squadra. Alla lunga, mi annoia. Ma questo è un problema mio, lei o chi per lei non c’entra, fate il vostro lavoro. È giusto così. Però oggi mi ha preso in un giorno in cui mi andava di parlare. E l’ho fatto volentieri”.


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