Il Kaiser e il Profeta ai Cosmos - EP.2: New York sedotta e abbandonata

Johan Cruyff, Franz Beckenbauer | 90min
Johan Cruyff, Franz Beckenbauer | 90min /
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New York, 30 agosto 1978

Ho passato la notte disteso sul letto fissando il soffitto. Sembravo un bambino che il giorno prima di partire per le vacanze con i propri genitori non riesce a dormire per il troppo entusiasmo. Eppure all'eccitazione ha fatto da contraltare un certo senso di paura, quasi di ribrezzo: Franz Beckenbauer e Johan Cruyff, ossia due dei calciatori più forti che la Terra abbia mai visto, nonché miei idoli, giocheranno nella stessa squadra, ma a essere onesti l'idea che un evento storico di tale portata debba verificarsi negli Stati Uniti non mi fa proprio impazzire.

Non fraintendetemi, ammiro molto gli americani e in particolare il loro senso d'appartenenza e lo spirito con cui reagiscono alle difficoltà, ma se c'è un difetto che trovo davvero insopportabile è che peccano troppo di presunzione, pensano di poter prendere qualcosa che magari ha una tradizione centenaria, metterci il loro zampino e credere di migliorarla.

La New York style pizza ne è la prova lampante ma anche con il calcio non scherzano.

Credendo che il pallone fosse troppo noioso per i loro palati sopraffini - e la cosa fa molto ridere se pensate che vanno matti per il baseball (sport noioso per antonomasia) - hanno deciso infatti di rivoluzionarlo introducendo delle regole che definire scellerate sarebbe un complimento. Nello scorso articolo vi ho spiegato l'avversione degli yankees per i pareggi, considerati una piaga da depennare a ogni costo, e il calcio non fa di certo eccezione. Sì, nella NASL non esiste la parità, avete capito bene. Se al termine dei 90 minuti non c'è un vincitore a decretarlo sono gli shootout, ossia dei "rigori di movimento" in cui il tiratore parte dalla metà campo e palla al piede deve battere il portiere in un 1vs1 in un tempo di 5 secondi. Senza dilungarsi troppo sugli effetti nefasti dell'americanismo applicato al pallone, vi basterà sapere che qui negli States il minutaggio di gioco è decrescente (ossia si parte dal novantesimo fino ad arrivare allo zero, come nel basket), che nella classifica cannonieri vengono conteggiati anche gli assist e che la linea del fuorigioco è più alta rispetto all'Europa.

Disattivo la sveglia ben prima dell'orario impostato e mi dirigo in cucina per bermi una tazza di un caffè che sta lì da almeno due giorni. La butto giù in fretta e senza pensarci due volte, come si fa con gli sciroppi per la gola con quel saporaccio orribile, e corro a vestirmi. L'appuntamento per ritirare l'accredito per la partita è alle 10 in punto ma voglio ritagliarmi un po' di tempo per passeggiare e tastare l'umore dei tifosi in giro per la città.

Appena scendo di casa non faccio in tempo a percorrere 100 metri che un tale mi consegna un foglietto di carta. Lì per lì credo che sia il solito volantinaggio ma sul pezzo di carta è stampato un teschio incappucciato recante la scritta "Welcome to Fear City", Benvenuti nella Città della Paura. Ne avevo già sentito parlare. È ormai da diversi anni che New York non è più un posto tranquillo per vivere, tant'è che le forze dell'ordine raccomandano a cittadini e turisti di non andare in giro al tramonto perché i crimini, anche quelli efferati, sono diventati sempre più frequenti. I volantini servono a mettere tutti sull'attenti ma anche a protestare contro il sindaco e le istituzioni che non prendono provvedimenti.

Non ti ricordi cos'è successo nel primo episodio? Dagli di nuovo un'occhiata

Appallottolato e gettato il grottesco disegno nel primo bidone della spazzatura, vado a prendere la metro e mi reco nel posto che meglio rappresenta la potenza degli USA: il World Trade Center, cuore pulsante dell'economia a stelle e strisce. Ogni volta che mi fermo a osservare i due imponenti grattacieli, le Torri Gemelle, devo confessarvi che provo una sorta di orgoglio, un nazionalismo per un paese in cui sono sostanzialmente un ospite ma che, com'è accaduto anche per molti altri, mi ha dato una possibilità. E per questo gliene sarò eternamente grato.

Proseguo il mio giro per il quartiere e noto, mio malgrado, che non si respira affatto un'aria d'attesa. Sembra una mattinata estiva qualsiasi, non il preludio di uno degli eventi sportivi dell'anno. Le spiegazioni sono due: o sto esagerando io ingigantendo quella che è in effetti solo un'amichevole, oppure i newyorkesi non comprendono la portata della partita di stasera.

Si è fatta l'ora di andare a ritirare l'accredito, quindi mi precipito al Giants Stadium. Ad attendermi c'è una coda smisurata formata da colleghi giornalisti e altri addetti ai lavori che a quanto pare mi faranno compagnia sugli spalti. La situazione mi imporrebbe di starmene ad aspettare pazientemente il mio turno, ma - ahimè - non so starmene con le mani in mano. Noto che uno steward si è allontanato lasciando colpevolmente scoperta una porta il cui accesso è consentito ai soli autorizzati e mi ci fiondo dentro approfittando della calca generale.

Percorro un crocevia infinito di corridoi e in lontananza vedo una luce abbagliante: sono arrivato al campo di gioco e i Cosmos hanno appena ultimato l'allenamento di rifinitura. Faccio attenzione a non farmi notare perché se dovessero scoprirmi direi addio all'accredito, ma non appena mi si presenta l'occasione salto fuori per provare a intercettare un giocatore e porgli un paio di domande. Sono fortunato perché il primo a capitarmi a tiro è nientemeno che Vladislav Bogicevic, leggenda dello Stella Rossa di Belgrado e del calcio slavo in generale che conosce benissimo Cruyff perché l'ha già affrontato in amichevole qualche anno fa. Balzo fuori dal mio nascondiglio - non posso dirvi dov'ero nascosto, sono trucchi del mestiere - e mi fiondo su Bogicevic rivolgendogli una frase molto semplice (non sapendo quale fosse il suo livello di inglese): "Vladislav, cosa ne pensi di Johan Cruyff?". La risposta è altrettanto elementare, e per certi versi scontata visto che gli ho chiesto un parere su uno dei migliori calciatori della storia, ma il suo "Mr Cruyff è il meglio del meglio" suona come la più armoniosa delle musiche dato che quella dichiarazione l'ha rilasciata soltanto a me e che quindi ho guadagnato un vantaggio, seppur minimo, sui miei colleghi. Il mondo dei giornalisti è davvero duro, fidatevi. Raccolto lo scoop mi accingo a fare marcia indietro per tornare nella hall del Giants Stadium con la stessa leggiadria con la quale mi sono allontanato poco fa quando a un tratto vedo un'altra luce, stavolta però la fonte non è il sole, ma Beckenbauer in tutta la sua magnificenza e regalità.

Il Kaiser passa a pochi metri da me e gli faccio la stessa domanda (evidentemente ero troppo confuso per fargliene una più articolata). Si vede che è abituato ai cronisti impiccioni, tant'è che non mi degna di uno sguardo e non sembra nemmeno dare peso a quello che è a tutti gli effetti un intruso. Però mi risponde dicendomi "È il migliore". La Classe riconosce la Classe.

Non so spiegarvi cosa sia successo tra il momento in cui ho parlato con Beckenbauer e quello in cui ho fatto dietrofront per prendere l'accredito, ero troppo emozionato per essere lucido. Probabilmente qualcuno della sicurezza mi avrà notato ma forse a vedermi sarà stato lo stesso steward che si era allontanato e che, per non ricevere a sua volta un rimprovero per la sua negligenza, ha fatto finta di niente.

Nel pomeriggio recupero le ore di sonno che non sono riuscito a trovare durante la notte. A cullarmi è il sogno di un fraseggio nello stretto tra Cruyff e Beckenbauer. Mi risveglio sudato, confuso e assetato, ma soprattutto con la luna già in cielo. Si è fatto tardi.

Avrò speso in taxi più in questi giorni che in tutti i 30 anni che ho vissuto a New York, però si tratta di un'emergenza, non posso affidare al trasporto pubblico la mia puntualità per un evento così importante.

Do al tassista una quantità indefinita di banconote e corro a più non posso verso l'ingresso. Mostro il badge superando senza problemi i controlli ed eccomi, sono dentro. I Cosmos hanno veramente esagerato. Ma non in senso negativo, non è l'esagerazione pacchiana tipica degli americani. Sembra di essere in un tempio costruito ad hoc per onorare il calcio. Il tabellone indica un numero, 50.757: è il totale degli spettatori presenti. Altro che poco entusiasmo, i newyorkesi sono accorsi in massa. La mia postazione è molto elevata, mi trovo esattamente a metà tra due firmamenti di stelle: quelle sacre del cielo e quelle profane che stanno in campo. I giocatori entrano uno alla volta, accolti dal fragore del pubblico e dalle immancabili cheerleaders. I primi a uscire dal tunnel sono gli ospiti, una squadra composta dai migliori calciatori del mondo messa in piedi a posta per l'occasione e denominata World All-Star. Dopo il portiere brasiliano Leao è il turno di Rivelino, un monumento del calcio verdeoro. Allenatore d'eccezione è Cesar Menotti, commissario tecnico dell'Argentina fresca vincitrice del Mondiale. Indossa dei pantaloni e una giacca bianchi con una camicia dalla fantasia floreale; sembra quasi un turista capitato lì per caso.

Anche la divisa dei padroni di casa è bianca, ma presenta gli immancabili bordi verdi di colletto e maniche. Il contesto della partita fa trasparire un clima leggero, attestato anche dai sorrisi di giocatori e allenatori. Ma Beckenbauer e Cruyff non sono lì per scherzare. Il tedesco entra in campo con tutta la sua austerità; dal modo solenne in cui corre e dalla testa sempre fissa sul terreno sembra che porti sulle spalle il peso di un'antica monarchia di cui deve onorare il nome. All'ingresso del Profeta olandese la folla impazzisce ma Cruyff, che per l'occasione indossa la maglia numero 30, non bada all'entusiasmo dei tifosi accorsi lì per lui. Anche lui ha un'aria severa, quasi triste. Quando Giorgio Chinaglia prova ad abbracciarlo mettendogli una mano sulla spalla lui quasi sembra allontanarsi per impedirglielo. O almeno è la mia sensazione da quassù.

Un altro scroscio di applausi arriva al momento dell'ingresso della guest star della serata: sua maestà Pelé. Il brasiliano è accolto come una divinità e non può essere altrimenti visto che è merito suo se New York sta iniziando ad apprezzare il soccer. O'Rey è stato il primo grande acquisto dei Cosmos e ha vestito la maglia biancoverde per 2 anni, segnando 31 gol in poco più di 50 presenze. Ma a prescindere dai numeri, Pelé ha portato in America una passione per il calcio che sembrava solo un miraggio. È stato un pioniere.

Non sono mai stato un esperto di tattica ma per mia fortuna negli USA ce n'è davvero poca. Tutto è affidato all'estro dei singoli, ai loro dribbling, ai passaggi illuminanti o alle azioni in solitaria. Questo è da un lato scoraggiante perché il livello del palleggio e della qualità generale del gioco è piuttosto basso, ma dall'altro rende senz'altro più alto il numero di grandi gol e gesti tecnici. Alla fine è anche questo che conta nel calcio, no?

Dato che nel mio lavoro mi piace sempre dare un taglio originale ai fatti che racconto, non mi soffermerò sulla partita in sé - la sintesi potrete benissimo leggervela su un altro giornale - ma sulla prestazione di Cruyff e Beckenbauer e in particolare sul modo in cui i loro talenti si sono intrecciati.

Il primo tempo si conclude con gli ospiti in vantaggio grazie al super gol di Rivelino. Cruyff è impreciso sotto porta, evidentemente deve togliersi un po' di ruggine di dosso. Di qui la scelta di impiegare Beckenbauer in una posizione più avanzata rispetto al solito in modo da alleggerire il peso offensivo sulle spalle dell'olandese. L'ex Ajax alterna gravi errori, uno su tutti a pochi metri dal portiere avversario, a giocate geniali, come il filtrante con cui manda in profondità Chinaglia. Il Kaiser è invece il polmone dell'attacco, prende palla a centrocampo e suona la carica presentandosi spesso anche nell'area avversaria.

Ed è proprio da una di queste incursioni che nella ripresa scaturisce il pareggio dei Cosmos. Beckenbauer dialoga con i compagni e finisce nell'insolita posizione di ala sinistra, dopodiché fa partire un cross che Chinaglia controlla alla perfezione e gira in rete con una rovesciata da cineteca. Che gol di Long John! Dieci minuti più tardi gli All-Star tornano in vantaggio con Cuellar ma è proprio quando la partita sembra finita e il risultato indirizzato che Cruyff sale in cattedra. Dopo un secondo tempo piuttosto opaco, l'olandese porta a spasso tre difensori in area di rigore e con un colpo di tacco trova Seninho, che con una gran botta sul secondo palo fissa il punteggio sul 2-2. Che partita! Un assist per Beckenbauer e uno per Cruyff: i due geni del calcio illuminano New York.

Non era scontato che tra Cruyff e Beckenbauer scoppiasse l'amore calcistico. In primis perché non è detto che i grandi giocatori riescano a fare grandi cose insieme. Poi perché da loro ci si poteva aspettare un certo risentimento visto che tra gli anni '60 e i '70 si sono contesi lo scettro di Re del Pallone. Il destino li ha sempre messi l'uno contro l'altro, e non parlo solo della finale del Mondiale del 1974 ma anche dei Palloni d'Oro (2 per il tedesco, 3 per l'olandese) e delle Coppe dei Campioni (3 a testa). Purtroppo, ed è una tendenza che mi sembra sempre più dominante nel calcio, i titoli che si vincono sono indice della caratura di un giocatore. Cruyff e Beckenbauer lo sanno, ma il loro amore per il calcio è talmente grande da aver messo da parte il loro trascorso, il loro passato da perenni avversari, per pensare solo a divertirsi in un'amichevole giocata a migliaia di chilometri dai loro paesi.

Torno a casa consapevole di aver assistito a uno spettacolo meraviglioso e non vedo già l'ora di seguire anche la seconda partita. Il 4 settembre si terrà infatti la sfida con l'Atletico Madrid e fino ad allora i miei due idoli avranno affinato ulteriormente la loro intesa, sarà ancora più bello!

Aspettative che mi hanno fatto andare a dormire con il cuore e gli occhi sazi di calcio. Ma l'emozione ha fatto presto a trasformarsi in angoscia. Al mio risveglio ricevo una telefonata dal mio editore che, come al solito, mi dà una notizia inaspettata che mi lascia a bocca aperta:

"Johan Cruyff ha lasciato New York, nessuno sa dove sia".


Questo articolo rientra nel genere del narrative journalism (giornalismo narrativo). Esso consiste nel raccontare storie realmente accadute attraverso espedienti e tecniche romanzesche. Il tutto per garantire maggior immersività e coinvolgimento emotivo da parte del lettore. Il protagonista della storia è inventato, ma le vicende relative a Beckenbauer, Cruyff e i NY Cosmos sono vere.

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