Il girone a Euro 2024 e i criteri delle convocazioni: la Nazionale secondo Spalletti

Luciano Spalletti
Luciano Spalletti / Pier Marco Tacca/GettyImages
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Ieri sera è stato uno dei protagonisti del Gran Galà del Calcio, dove è stato premiato per quanto fatto lo scorso anno con il Napoli. Adesso però le energie di Luciano Spalletti sono interamente rivolte alla Nazionale, con un Europeo da onorare fino in fondo. Il CT azzurro ha parlato proprio della missione in Germania e dei criteri con cui sceglierà i giocatori da convocare in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera:

Che consiglio darebbe allo Spalletti bambino?
"Gli direi di prepararsi a un mondo in cui niente è mai scontato e tutto è possibile. Spesso mi chiedo se sarei disposto a rifare tutta la fatica della mia vita. La risposta è sì. Il bello del vissuto è lì dentro, in quella stanchezza, in quella testardaggine con la quale si cerca sempre di migliorare. Non da soli, con gli altri. La qualità della vita è il contatto con le persone e le situazioni, il mutare sempre restando sé stessi".

Il suo rapporto con il pallone: "Io ero un ragazzino che passava tutto il giorno al campetto, uno di quelli che bisognava chiamarlo dieci volte, quando faceva buio, perché salisse a casa, uno di quelli che i compiti li faceva la sera, perché prima di tutto c’era il pallone. Che è sempre stato il mio regalo preferito, da bambino. Anche se ne avevo tre o quattro, ne volevo sempre uno in più, dalla nonna. Avevo paura di restare senza".

L'importanza delle sconfitte:
"Io cominciai con le giovanili dell’Avane dove si perdeva sempre, poi proseguii con quelle della Fiorentina, dove si vinceva sempre. E, sinceramente, penso di avere imparato più dalla prima esperienza che dalla seconda. Essere sconfitti è importante, educa, insegna a migliorarsi, educa a vincere. Quella casacca giallonera mi è rimasta nel cuore".

Ma vincere le può portare consensi: "Mah, io non sono uno di quegli allenatori che passano il tempo al telefono con i giornalisti e forse questo in passato mi ha alienato qualche consenso. Io faccio il mio lavoro e cerco risultati. Rispetto tutti e il lavoro di tutti. Però voglio che a parlare, per me, siano i risultati, non i sorrisi".

Sul Napoli: "A Napoli ho lasciato il cuore. Non è immaginabile l’affetto, anzi l’amore che mi sono scambiato con quella città. Mi ha regalato, per la prima volta nella mia storia di allenatore, l’emozione unica di sentirmi parte di una comunità. A Napoli sono stato felice perché ho toccato con mano la felicità dei napoletani e dei miei calciatori. Ho ricevuto sensazioni indescrivibili. Una delle cose più belle che potessero capitarmi nella vita. È stata la mia università di vita, penso sia difficile avere più di quello che ho avuto io e nessuna impresa può meritare quello che i napoletani hanno dato a me. Sono orgoglioso, fiero, di diventare giovedì un loro cittadino onorario".

Cosa si aspetta dall'avventura con la Nazionale? "Vorrei tornasse la Nazionale di tutti e che tutti gli italiani le volessero bene. Per me la maglia della Nazionale è quanto di più alto ci possa essere in uno sport ma allo stesso tempo anche quella che più resta vicina al calcio di strada. Quando da bambini dovevamo giocare contro quelli del giardinetto accanto, speravamo con tutto noi stessi di venire “selezionati” e poter far parte di quelli che vincendo sarebbero diventati gli eroi del quartiere. La proposta di Gravina mi ha reso un uomo felice e orgoglioso anche se ho sentito il peso enorme della responsabilità trattandosi della maglia azzurra di tutti gli italiani".

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I criteri di scelta per le convocazioni per l'Europeo: "Le mie scelte saranno tecniche e anche morali. Vorrò intorno a me ragazzi che ci credono, che vivano con me il morso della responsabilità, ragazzi che conoscano a memoria la storia di questa Nazionale dimostrandomi di voler entrare in quella storia, di volerci provare fino in fondo. Sarò sempre assillato dal bene della nostra Nazionale e, chi vorrà dimostrarmi di voler mettere il proprio talento al servizio della Nazionale, saprà che io sarò ai suoi piedi. Noi dobbiamo restituire all’Italia il bene che ci vuole. Far gioire un Paese intero, che si unisce e dimentica le appartenenze che separano. La maglia azzurra va desiderata prima e onorata poi come un oggetto sacro"

I giocatori l'hanno capita? "In generale sì, ma sento che dobbiamo lavorarci ancora, bisogna che in ciascuno di loro, nei loro pensieri, si creino le abitudini corrette, il senso di responsabilità e la motivazione che ci consentano di essere una Nazionale forte, davvero forte. Io sono contento della qualificazione. Non solo per il risultato, il contrario avrebbe provocato dolore in tutti, ma per il modo in cui abbiamo giocato in tutte le partite. Tutte, ma non tutto il tempo. Perché abbiamo giocato bene per quarantacinque, sessanta o settanta minuti, mai una partita intera. Siamo però sulla strada giusta, in breve tempo"

Sul sorteggio del girone: "Per uno come me, che ha sempre viaggiato in autostop, trovarsi in prima classe lato finestrino è stato bello e motivante. Poi essere in quarta fascia, nelle urne, ci ha fatto arrivare con l’umiltà di chi sa di avere molte squadre davanti, ma non ci toglie la consapevolezza e l’orgoglio di essere l’Italia e che possiamo comunque giocarcela con tutti. Sapevamo che tra le varie possibilità c’era anche quella di trovare tutte squadre forti e purtroppo è andata proprio così. L’unico modo per passare il girone sarà quello di fare subito tutte partite ad altissimo livello. Comunque anche Spagna, Albania e Croazia non saranno felicissime, visto che hanno beccato l’Italia tra le squadre in quarta fascia. Dipende solo da noi, siamo l’Italia. Vale quello che dissi ai miei azzurri prima di una partita difficile: “Ci sono molte cose che da fuori mi spaventavano e ora, dopo averle affrontate, mi entusiasmano. Non mi pongo limiti, dipende solo da quanto riusciremo a migliorare, in primo luogo dentro di noi".

Sui giovani azzurri: "Ci sono tanti giocatori giovani che possono crescere, come Scalvini, Udogie, Scamacca e davanti abbiamo, con Retegui, Raspadori, Kean, Immobile molto più di quanto si pensi. Raspadori, ad esempio, è un ragazzo fantastico: non rinuncia a impegnarsi né in allenamento né nel preparare uno dei suoi esami universitari. Fammi dire anche che Chiesa è uno di quei giocatori che appartengono alla rara bellezza del calcio degli illusionisti. Calciatori come lui fanno la fortuna degli allenatori, ti regalano soluzioni che non esistono in nessuna mia lavagna. Le qualità dei giocatori di talento sono superiori alle indicazioni che un tecnico può dare".

Sul talento:
"Non c’è tecnica senza tattica, e viceversa. Troppo spesso indicazioni rigide, nel tempo della formazione dei calciatori, tolgono il gusto di inventare, di cercare soluzioni che non siano quelle prefissate. Nei settori giovanili si tende a premiare la fisicità precoce senza calcolare che il talento può essere nascosto anche nell’incompletezza fisica, e che lì bisogna cercarlo. Li facciano giocare con la palla, non c’è bisogno che gli allenatori dei settori giovanili facciano il copia e incolla degli schemi miei o di altri".

Sugli italiani all'estero: "Io posso selezionare giocatori italiani in ogni parte del mondo, ma la cosa che mi preoccupa di più è proprio che ci sono pochi italiani titolari, ovunque. E comunque io non cerco scusanti, non alleno i miei alibi. Quello che non va bene, secondo me, è che i talenti italiani che emergono nel campionato primavera vengano poi mandati a farsi le ossa nelle serie inferiori o si siedano in panchina. Io esorterei le società a inviarli a sperimentare le prime divisioni straniere e ad abituarsi alle pressioni, al bisogno di risultati. Il mondo cambia e la nostalgia non aiuta. Il calcio è stato investito dalla globalizzazione e bisogna massimizzarne gli effetti positivi".

Sull'addio di Totti: "Quei fischi mi dispiacquero molto. Io ho sempre cercato di fare il bene della Roma, con la quale abbiamo fatto un bel gioco e ottenuto bei risultati. E ho cercato anche di fare il bene di Totti, che è stato uno dei più grandi giocatori del nostro calcio. Per me, riabbracciarlo è stato come una liberazione".