Opinioni

Il curioso caso di Federico Bernardeschi

Francesco Gavatorta
Federico Bernardeschi
Federico Bernardeschi / Claudio Villa/GettyImages
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Siamo al sessantunesimo minuto di Torino - Juventus, sulla linea del fallo laterale davanti all'area tecnica bianconera. Il risultato non si sblocca, dopo un primo tempo diviso equamente fra i padroni di casa e i cugini a strisce.

La palla è in possesso di Federico Bernardeschi, che prova un improbabile tacco per liberarsi della pressione e scaricare su Alex Sandro che gli sta provando a dettare il passaggio lungo linea. La palla ovviamente sbatte sull'avversario ed esce. Allegri che è lì vicino mentre dà un'indicazione al terzino brasiliano molla un calcio sul fondoschiena al suo giocatore, che va via verso il centro toccandosi la coscia facendo una mezza smorfia di dolore.

La scena è diventata rapidamente un meme, con la maggior parte del pubblico di fede juventina a esprimere una mal celata soddisfazione: alcuni parlano di sogno realizzato, vedendo finalmente dal vivo l'immagine più evocata per indicare il cosa fare quando bisogna dare una svegliata a un calciatore senza più mordente. Altri non perdono occasione per riferirsi alla famosa dichiarazione riguardo la giocata concessa in nazionale, diventata parodia durante gli Europei e ispirazione per alcuni montaggi senza pietà visibili su YouTube.

Il calcio di Allegri al suo numero 20 è un po' l'atto finale di una relazione in crisi da troppo tempo.

Il pubblico juventino ha perso la pazienza nei confronti di Bernardeschi da tempo, imputandogli scarso valore e alterando indifferenza (sempre meno) a fastidio (sempre di più) ogni volta che il toscano entra in campo.
Talvolta non basta neanche vedergli fare qualcosa di decisivo come contro il Chelsea: la reazione del tifoso medio è di disillusione mista a irritazione, come se quel gesto tecnico di qualità sia più frutto del caso, e comunque non sufficiente a riabilitare la sua immagine.

Si può dire che Bernardeschi stia al pubblico juventino come Montolivo stava a quello milanista: una sopportazione condita di insofferenza palesemente mal celata che ha contagiato la stragrande maggioranza dei tifosi, forse persino esasperata se si considera che nel bene e nel male la volontà di dare tutto per la maglia non sembra mai esser mancata. Diciamo che è sempre più raro trovare qualcuno che difenda apertamente Bernardeschi, un po' come succede che Ramsey, il quale a differenza dell'italiano ci mette del suo a farsi prendere in antipatia.

Federico Bernardeschi
Federico Bernardeschi / Jonathan Moscrop/GettyImages

Eppure, anche noi a inizio stagione ci prodigavamo nell'immaginare il campionato 2021/2022 come quello del rilancio per il ventisettenne di Carrara, visto l'Europeo vinto da coprotagonista l'arrivo di Allegri (artefice probabilmente della miglior stagione di Bernardeschi in bianconero, la 2018/2019). Età e qualità non mancano per essere ottimisti, d'altronde.

La domanda che ci stiamo posti è se stia andando veramente così, partendo dal presupposto che sia vero oppure no la vulgata comune che indica Bernardeschi come il più grande equivoco del calcio italiano.

Brocco o incompreso? Sopravvalutato o involuto per cause esterne? Probabile che la verità stia nel mezzo e nessuna delle due teorie sia completamente vera, o completamente falsa. Forse si tratta solo di guardare la prospettiva secondo una logica più trasversale, tenendo conto di un aspetto fondamentale per ogni analisi che si rispetti: negli ultimi cinque anni, al netto della nazionale, Bernardeschi è stato allenato da tre profili di allenatore completamente diversi uno dall'altro, senza riuscire a dare la sensazione di esser arrivato al massimale delle sue possibilità o esser parte di un progetto tecnico ben indirizzato.

I numeri di Federico...

Per contestualizzare un po' lo scenario, partiamo da un'analisi strettamente numerica.

Grazie alla ricchezza di dati che si possono reperire sulle performance di ogni calciatore si è anche in grado di costruire dei trend analitici che fotografino l'andamento di un atleta da un anno all'altro.

Mentre scriviamo la stagione è all'inizio e non si possono ancora trarre indicazioni definitive sulla strettissima attualità: ciò nonostante, alcune indicazioni si possono comunque definire. Ad esempio, la sensazione generale che lasciano i numeri a oggi disponibili è che dall'ultima stagione alla Fiorentina all'attualità in bianconero alcuni indicatori di Bernardeschi siano andati sempre più calando, mentre altri siano rimasti generalmente costanti.

Per definire il percorso di "Berna" guardando le statistiche è quindi meglio prendere a campione delle stagioni completate: di seguito quindi prenderemo a riferimento i dati che fotografano le stagioni che vanno dalla 16/17 alla 20/21.

Partiamo dall'accusa che il tifoso medio juventino muove con più semplicità a Bernardeschi: i gol. Federico per i supporter di Madama segna troppo poco.

In effetti per il carrarese i gol in bianconero sono considerati pochini, partendo dal presupposto che sia un giocatore d'attacco: 10 in totale (7 in Serie A, 2 in Champions League, 1 in Coppa Italia) a fronte dei 23 messi a referto con la Fiorentina fra Serie A, Europa League e coppa nazionale.

Federico Bernardeschi
Federico Bernardeschi / Claudio Villa/GettyImages

In effetti, se si guarda il dato sulle marcature e il numero degli xG procurati dal 2016/2017 a oggi, si nota un calo piuttosto vistoso: da 6.80 nell'ultima stagione con Paulo Sousa a 0,16 nella Juve di Pirlo. In mezzo, le stagioni con Allegri (2,49 e 4,15) e Sarri (4,20). Il numero di tiri a stagione segue il trend osservato per gli Expected Gol: 70 (53 in porta) nel 16/17, 27 (11) nel 17/18, 53 (15) nel 18/19, 50 (9) nel 19/20, 13 (6) nel 20/21.

Ciò che rimane abbastanza costante sono il numero di assist: gli xA nel 2016/2017 sono stati 6,30 per 4 assist totalizzati, mentre nelle stagioni seguenti il rapporto è stato 1,82/6 (17/18), 3,32/3 (18/19), 3,83/1 (19/20), 3,32/2 (20/21).

C'è da dire che alla Fiorentina Bernardeschi giocava di più: basti pensare che nell'ultima stagione in viola ha totalizzato complessivamente 2394 minuti (75' medi a partita), a fronte dei 1088' (40'/partita) con Pirlo. Pur avendo totalizzato 7.150' giocati alla Juve e 6.063' quelli con i toscani, si può dire che in proporzione Bernardeschi abbia giocato di più nella prima parte della sua carriera (sono meno le stagioni in oggetto d'analisi).

... e il ruolo di Bernardeschi

L'ultimo anno agli ordini di Paulo Sousa vede Bernardeschi agire nel ruolo di trequartista libero di svariare su tutto il fronte offensivo. La heat map della sua stagione ci conferma come il suo centro di gravità permanente rimanga stabile nella trequarti avversaria, con le aree di calore che indicano un posizionamento in orizzontale molto vario, a copertura di tutta la larghezza.

Un giocatore che insomma diventa decisivo anche perché messo nella posizione di muoversi molto e cercarsi la situazione dove poter agire, sia essa in fase di costruzione che di finalizzazione.

Quando lascia la Fiorentina, Berna sembra aver completato il suo apprendistato ed è uno dei giocatori su cui anche la nazionale punta di più. Ha 23 anni ed è stato valutato 40 milioni + bonus: il futuro è dalla sua parte. Il suo ruolo è convenzionalmente riconosciuto di trequartista eclettico, che agisce principalmente al centro ma sa disimpegnarsi anche in fascia.

Non è un caso, forse, che anche la Juventus nel comunicato di presentazione parli addirittura di "fantasista", termine sin desueto per gli anni che stiamo vivendo.

"Tra Fiorentina, Crotone e Nazionale, Federico Bernardeschi ha saputo spaziare nei più svariati ruoli offensivi, agendo da vero e proprio fantasista laddove il modulo ha previsto la presenza di un trequartista, ma anche da esterno di attacco in un tridente e da ala in un centrocampo a quattro, impiegato a sinistra ma anche a destra, dove si distingue per la possibilità di rientrare col mancino."

Sito ufficiale della Juventus, 24/07/17

Le premesse sono quelle di un giocatore abbastanza elastico in grado di interpretare con qualità diversi ruoli e per questo adattabile a più moduli: anche per questo la Juve sembra essere il club giusto per valorizzarlo. Da un lato c'è la solidità della società, in quel momento all'apogeo del calcio italiano e continentale. Dall'altra la presenza di un tecnico altrettanto elastico e poco dogmatico come Allegri, che nelle sue prime tre stagioni bianconere ha saputo cambiare spesso modulo e strategia, valorizzando al massimo gli uomini a sua disposizione e giocando molto sulla plasmabilità dei giocatori a sua disposizione.

Con l'arrivo di Matuidi, dopo la sconfitta di Cardiff il tecnico livornese sceglie di puntare con decisione sul tridente con un centrocampo a tre, abbandonando l'esperimento dei tre giocatori offensivi alle spalle di Higuain. Bernardeschi viene così schierato principalmente come terzo d'attacco, in un reparto che conta come esterni anche Cuadrado, Mandžukić (stabilmente adattato a sinistra) e il nuovo arrivato Douglas Costa.

I 908' giocati nel 2017/2018 sono così sostanzialmente confinati sulla fascia destra, con una differenza subito evidente rispetto alla Fiorentina: il baricentro del suo gioco è molto più vicino alla linea di bordocampo, e un po' più arretrato. Si potrebbe dire che il suo raggio d'azione di disloca di un 15 metri verso il basso, concentrandosi in una porzione di campo più misera rispetto a quanto aveva a disposizione quando era in viola.

Questo progressivo allontanarsi dall'area, unitamente al ridursi dei minuti di gioco, segnano un primo passo nel rallentamento della crescita di Bernardeschi. Una tendenza che, contrariamente a quanto ci si aspetti, sembra attenuarsi con l'arrivo di Ronaldo a Torino.

L'anno successivo, infatti, complice anche la presenza del portoghese che obbliga a rivedere i paradigmi allegriani, Bernardeschi gioca clamorosamente la sua miglior stagione in bianconero, coronata dalla prestazione forse migliore della sua carriera. È un caso che il suo baricentro, pur trovando nella fascia destra il suo punto di riferimento abituale, si sia alzato nuovamente? Inoltre, è evidente rispetto alla prima stagione in bianconero come la quantità di spazio occupata sia molto più simile al periodo fiorentino.

La Juve sembra giocare più a ridosso dell'area avversaria e Bernardeschi funge più da equilibratore, rispetto a Dybala che patisce di più la presenza con Ronaldo e non riesce a garantire il medesimo lavoro sulle due fasi. La sua mobilità permette di avere un uomo in più in fase di costruzione, che permette alla Juve di esaltare il ruolo di finalizzatore di CR7. Alla fine dell'anno i minuti giocati da Berna saranno molti di più che nel suo primo campionato in bianconero, 1.578', anche se la media minuti a partita rimarrà tendenzialmente bassa (56'): una possibile causa è il lavoro richiestogli in campo, molto dispendioso in termini fisici, considerato che oltre al lavoro di rifinitura è chiamato a un continuo ripiegamento in fase di non possesso.

Con Maurizio Sarri questa tendenza si accentua, anche se negli occhi rimane la generale sensazione di incompiutezza del collettivo. Bernardeschi viene utilizzato all'inizio dell'anno come trequartista, per poi marginalizzarsi nuovamente sul centrodestra, perdendo di mobilità e venendo coinvolto nel progressivo ingrigimento di tutta la squadra. Siamo già nel pieno della sua fase involutiva, se consideriamo che nel frattempo a guadagnare in termini di importanza è Dybala, forse il vero competitor di questi anni, in grado di togliergli la titolarità durante tutta la sua esperienza juventina.

Sembra che pur rimanendo un giocatore generalmente ben considerato da tutti i suoi allenatori, Bernardeschi patisca molto il venir meno di certezze e l'aumentare della concorrenza interna, e generando come conseguenza il rinunciare a priori a tutto ciò che è relativamente rischioso, dal dribbling al tiro.

L'ultimo anno di Pirlo è all'insegna di 4-4-2 atipico che certamente non aiuta Bernardeschi, che sostanzialmente gioca sempre come ala a sinistra. Pur aprendosi molto sull'intera fascia, il suo gioco rimane limitato a un quinto di campo, schiacchiato dalla necessità di ripiegare nello schema liquido proposto dal bresciano. A dirla tutta, uno svilimento delle potenzialità a Bernardeschi, che compie il percorso involutivo limitandosi a diventare giocatore di quantità più che di qualità.

Questa consapevolezza forse è anche di Mancini, che nonostante lo scarso minutaggio e la stagione in ombra non ha dubbi nel portare comunque Federico agli Europei. Il suo ruolo diventa quello di primo rincalzo per i giocatori d'attacco (tutti, da Immobile a Berardi a Insigne e Chiesa), facendosi valere per l'eclettismo e la dinamicità rispetto a Moise Kean, che rimane a casa.

Al di là della partecipazione a Euro2020, l'analisi di questi cinque anni è chiara: Bernardeschi è passato dal giocare trequartista a quarto di centrocampo a destra, poi terzo d'attacco, poi nuovamente trequartista e mezzala, fino a diventare quarto di centrocampo a sinistra con sparute apparizioni da terzino fluidificante. In questa stagione è stato impiegato anche attaccante con risultati contrastanti: una confusione che non lo ha aiutato a migliorare nelle skill individuali. A vederla con il senno di oggi, sembra che il progressivo allontanamento dall'area di Bernardeschi ne abbia bloccato il percorso, trasformandolo in un giocatore oggettivamente adattabile a ogni situazione di gioco ma che ha disperso il suo reale valore aggiunto, che si esprimeva di più nella fase offensiva.

Teoria che sembra confortata dai dati. Sofascore dal 2018 ha quotato progressivamente al ribasso tutte le valutazioni sui cinque attributi fondamentali, tranne in uno: nella creatività è passato da 78 a 70, nella tecnica da 84 a 69, nella tattica da 59 a 42, nell'attacco da 84 a 66. Unica voce a salire, quella relativa alla proprietà difensiva, che sale da 26 a 36.

Non esattamente il percorso giusto di crescita per un giocatore che nasce trequartista o "fantasista", soprattutto se arrivi a 23 anni e sei bravo a fare un po' di tutto, ma non hai ancora deciso in cosa vuoi veramente eccellere.

Massimiliano Allegri, Federico Bernardeschi, Dejan Kulusevski
Massimiliano Allegri, Federico Bernardeschi e Dejan Kulusevski / Jonathan Moscrop/GettyImages

C'è ancora spazio per credere in Bernardeschi?

Al di là di tutto, c'è una certezza fondamentale su cui non possiamo fare a meno di prender posizione.

A 27 anni, Bernardeschi può ancora vivere una parte di carriera importante. Strutturalmente rimane uno dei calciatori più completi del nostro calcio: corsa e tecnica non gli mancato, il fisico è importante, non si può negare sia elegante nel portar palla e nella fluidità di movimento. Nei fondamentali ha mezzi evidenti a sua disposizione, e pur nelle svariate volte in cui "la giocata non si è concretizzata" (cit.) la sensazione che resta negli occhi sia più di occasione sprecata che non di impossibilità per povertà di mezzi.

Il problema di fondo di Bernardeschi, e mai come in questo caso non si può dire diversamente anche se potrebbe apparire una banalità, sembra essere proprio di testa.

In questi anni, la sua indole sembra quella di rifuggire dalla tensione, come a ricercare continuamente una comfort zone dove poter evitare l'errore. La metafora più esatta che si può trovare, o almeno la più recente, è quel contropiede contro il Chelsea dove Chiesa aggredisce lo spazio palla al piede, quasi ara la fascia senza timore di esser inseguito da due avversari, e lui segue il compagno allargandosi in maniera incomprensibile, come a voler comunicare con il linguaggio del corpo che la scelta più idonea per Chiesa fosse la conclusione e non l'assist. Uno smarcamento dalle situazioni spinose che possono verificarsi anche in presenza di feste un po' misteriose, tipiche della vita di un calciatore di successo.

Un'incertezza atavica, come radicata nella mente e nei piedi e alimentata almeno in campo dal disorientamento tattico cui è stato suo malgrado protagonista. Non sapremo mai se gestito da un unico allenatore con un'idea di calcio univoca e precisa, il Bernardeschi di 23 anni avrebbe potuto crescere più consapevole del suo talento: certamente, avremo probabilmente visto un percorso più strutturato che lo avrebbe migliorato ulteriormente su alcune verticali, dando vita a uno specialista decisivo più che a un factotum adattabile a ogni occasione.

Allo stesso tempo, non sapremo mai se il passaggio alla Juventus sia stata la cosa più utile per lui: forse la scadenza del suo contratto e l'approdo a società e contesti diversi, potrebbe voler dire liberazione non solo per i tifosi ma anche per il proseguo della sua carriera.

E proprio mentre si parla di un rinnovo al ribasso (quasi a dire che anche la società si sia un po' arresa e non si aspetti niente di più) una cosa rimane stoicamente nella mente di chi lo ha apprezzato in passato: il vero Bernardeschi non è quello che abbiamo visto in questi ultimi, confusi anni bianconeri. In caso se ne andasse da Torino, sicuramente resterebbe il rammarico di un percorso che poteva esser esponenziale e che si è conformato attorno una generale mediocrità, inspiegabile per certi versi.

Rimane la consapevolezza di aver visto troppo poco, per uno che a Torino veniva accolto con l'invito di farsi carico della maglia numero 10, e che mestamente oggi si ritrova ai margini dell'attenzione e dell'affetto dei tifosi.

Canovaccio comune di un calcio che non sempre trova gli accoppiamenti giusti, anche fra quelli che sembrano all'apparenza perfetti.


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