Juventus

Esistono allenatori adatti per la Juventus?

Francesco Gavatorta
Max Allegri
Max Allegri / (Photo by Jonathan NACKSTRAND / AFP) (Photo by JONATHAN NACKSTRAND/AFP via Getty Images)
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Quando mercoledì sera, dopo la sconfitta con il Benfica, l'hashtag #AllegriOut arrivava alla settima posizione dei più twittati al mondo, probabilmente anche qualche dirigente della Juventus dev'essersi chiesto se il cambio allenatore potesse essere una soluzione a risolvere il problema di una squadra sempre più in crisi.

Per la prima volta a 0 punti nei gironi di Champions League dopo due giornate, la trasferta a Monza si presentava come una specie di partita della vita, da vincere non solo per la classifica ma per dare un po' di respiro prima della sosta a un gruppo che comincia a perdere pezzo per pezzo tutte le certezze.

Cinque giorni dopo, dopo che Gytkjaer chiudeva in gol un'azione (l'ennesima) che risulterà decisiva per l'1 a 0 finale, quel discorso è tornato a esser ancor più attuale, pur in presenza di una società storicamente attenta a non dare troppi scossoni sulla panchina a stagione in corso, anche nei casi più disperati.

Christian Gytkjaer
AC Monza v Juventus - Serie A / Emilio Andreoli/GettyImages

Cosa dovrebbe fare la Juventus, oggi o alla fine della stagione? Restate con Allegri o virare verso qualche altro profilo? E se sì, quale? Qui, si direbbe fossimo fra amici, "casca l'asino".

Perché qualsiasi scelta prenda la Juventus oggi o domani, potrebbe rivelarsi errata: al netto del profilo dell'allenatore, delle sue capacità e anche della rosa che avrà a disposizione. Non è più "solo" questione di Allegri, ma di cosa chiedere a quella figura.


Tutte le storie cominciano con la rottura di un equilibrio.

In questa, la frattura apparentemente insanabile che sembra esserci fra la Juventus e la figura dell'allenatore potrebbe essere ricondotta proprio alla scelta di esonerare Allegri, nel 2019. Com'è noto, una decisione presa più dall'area tecnica della società e mai fino in fondo condivisa da Andrea Agnelli, che nel frattempo aveva avvallato e fortemente voluto l'acquisto più oneroso e prestigioso della storia bianconera, Cristiano Ronaldo.

Nel salutare, il tecnico dei cinque scudetti scelse quasi di lasciare un testamento alla società e a tutto il mondo bianconero, diretta emanazione delle prese di posizioni espresse prima con la nota diatriba cominciata con Adani, nipote se vogliamo di quella che si era verificata anni prima con Sacchi.

"Giocar bene o male dipende da quello che è il risultato finale. I media sono alla fine sempre condizionati dal risultato. Il calcio è strategia, non sempre si può giocare bene, ma quelle che ti fanno vincere o perdere gli scudetti sono proprio le partite dove giochi male. Uscire dal campo e dire “però abbiamo giocato bene” non fa per me. Ricordo a Cagliari, dove dopo le prime cinque sconfitte mi dicevano che giocavo bene, ma a me importava poco. A Cardiff per esempio, il Real Madrid ha difeso meglio di noi, riuscendo però a vincere. Io a 52 anni non ho ancora capito cosa significa giocare bene. Credo nella vita ci siano categorie. Ci sono vincenti e perdenti. Se un allenatore non vince mai nulla ci sarà un motivo. E credo che chi vince sia sempre più bravo degli altri".

Stava tutto lì, l'Allegri-pensiero. Una sintesi perfetta e senza sbavature di un principio che assumeva i contorni di un Vangelo lasciato ai posteri cosmico e indiscutibile. E in effetti, forse è così è stato interpretato.

Da allora, per una sorta di incantesimo, attorno alla Juventus si è creata una spaccatura: non parliamo di quella in seno alla tifoseria, che rimarrà negli annali più come fenomeno caricaturale di inizio millennio che come reale dibattito, ma quella che ha in qualche modo colpito la società frammentandone la visione.

Maurizio Sarri
Juventus v AS Roma - Italian Serie A / Soccrates Images/GettyImages

Il risultatismo, da sempre un mantra della casa, assume contorni dogmatici. "Vincere è l'unica cosa che conta" viene innalzato a concept generator, ma associato a una visione unica, che per la prima volta diventa un'emanazione diretta di una chiave di lettura, quella allegriana. Allo stesso tempo, però, per rispondere a una presunta tendenza del settore, si sceglie la direzione opposta.

Questo nonostante fra chi sembra subire una fascinazione a questa visione ci sia anche il presidente, che al momento di richiamare Allegri, un po' forse per sottolineare una distanza fra quanti chiedevano di basare l'impianto di gioco su principi diversi, cita il giorno della presentazione quel concetto diventato manifesto di un certo modo di vivere il calcio (che con il tempo peraltro si è snaturato dal suo significato di partenza): "Ci tenevo a essere io vicino a Max nel giorno della sua presentazione, inutile dilungarsi sul palmares e sul ciclo vincente forse irripetibile con la Juve, condividendo la teoria del "corto muso"".

Un'indicazione di merito che sottolinea un credo, a maggior ragione di due anni improntati su una direzione eguale e contraria: vincere è l'unica cosa che conta, ed è quella roba lì.

Questa nuova consapevolezza aumenta gli interrogativi: non è chiaro come Sarri sia riuscito a planare sul pianeta Juventus, così come non è stato mai definito quali siano stati i motivi per cui l'allenatore di Figline Val D'Arno per cui sia stato allontanato e il perché con tanta decisione la società abbia virato su un allenatore inesperto ma certamente dai propositi innovatori come Andrea Pirlo.

Quelle scelte sono sembrate casuali, apparenti figlie di una contingenza più che un'urgenza progettuale basata sul gioco del calcio: lo spirito con cui ci si era indirizzati anche sull'acquisire un certo tipo di giocatori (De Ligt, Kulusevski, Demiral, Chiesa, tutti giovani proiettati a un calcio più dinamico e arrembante) è stato diametralmente smontato nel corso di due estati, con il nuovo corso in panchina proprio con Allegri e il conseguente ritorno a una strategia più conservativa, con profili più esperti e adatti a un gioco improntato all'attesa.

Al di là della valutazione specifica sul dove avrebbero portato i tre progetti tecnici (uno ancora in corso, con un contratto lunghissimo) rimane la sensazione di una casualità, un'urgenza, più definita da rapporti personali che frutto di una precisa e definita vocazione atta a definire la forma della Juventus nel futuro.

Perché anche fosse quella allegriana la chiave tattica con cui si intende il calcio, quale sarebbe l'allenatore in grado di darvi continuità, essendo quest'ultima personalizzata in tutto e per tutto e dichiaramente in antitesi con le nuove tendenze che il calcio sta mostrando?

Cosa fare quando prima o poi Allegri dovrà lasciare la Juventus?

La figura dell'allenatore, che oggi più che mai definisce il purpose con cui una società di calcio incarna la sua visione di questo sport, sembra esser diventata la figura meno importante, e anzi viene scelta e valutata secondo criteri difficili da comprendere, con una disparità di trattamento nelle varie stagioni da lasciare disorientati anche i più placidi degli osservatori.


Quando il City Football Group Ltd nel 2016 sceglie di affidare il Manchester City a Pep Guardiola, forse il più iconico allenatore in Europa, definisce un ambizioso piano d'espansione per tutte le franchigie facenti parti del gruppo: tutte dovranno assumere il gioco di posizione come proprio punto di riferimento. Guardiola diventa l'equivalente della stella attorno cui tutti i satelliti potranno rifarsi: racconta Alfonso Fasano nel libro "Pep Guardiola - Il calcio come rivoluzione infinita" che addirittura gli esercizi d'allenamento vengono condivisi con gli allenatori delle altre società ( New York City, Melbourne City, Torque, Girona, Mumbai City, Lommel, Troyes e Palermo) nel tentativo di sviluppare un'intelligenza collettiva che si propone di generare il miglior calcio del pianeta.

Josep 'Pep' Guardiola
Manchester City v Borussia Dortmund: Group G - UEFA Champions League / James Gill - Danehouse/GettyImages

Un posizionamento talmente forte da pretendere un progetto pluriennale e investimenti strutturali consistenti, che viene però gestito con una leadership forte e una continuità spiccatamente inglese, considerando la Premier come la patria di alcune delle esperienze in panchina più longeve e iconiche (Ferguson e Wenger su tutte).

Una leadership, fattore questo importantissimo e indispensabile, che sceglie di perseguire un percorso partendo da una visione di calcio condivisa e indiscutibile.

Se oggi un alieno arrivasse e chiedesse: "Qual è secondo la Juventus il calcio del futuro?" la risposta sarebbe frammentata, diversa a seconda della prima linea manageriale che la offrirebbe. Probabilmente non sarebbe neanche una risposta di campo, ma articolata su un tema retorico in cui metafore su genetica, psicologica cognitiva e gerarchie sociali si sprecherebbero. Soprattutto, sarebbe una risposta lasciata con sullo sfondo un malinconico tentativo di guardare al domani, interpretato attraverso show luminosi e musica dance suonata a tutta volume che riempiono un'Allianz Stadium sempre più vuoto e silenzioso, ma in cui il calcio sembrerebbe quasi un parametro di valutazione secondario.

E quindi, se l'idea di calcio del futuro è oscura, come può essere scelto un allenatore? Chi si prenderebbe la responsabilità di dire "Lui", senza incorrere in lotte intestine con stampa e tifosi, nel peggiore di case manager e decision maker ancorati ognuno a una visione diversa?


Qualche ora dopo la fine di Monza - Juventus, Roberto De Zerbi ha firmato con il Brighton.

Alcuni tifosi juventini sui social indicavano l'ex tecnico dello Shakhtar Donetsk come possibile primo sostituto di Allegri, assieme all'ex Chelsea Thomas Tuchel: due profili diversi ma affascinanti per motivi diversi. Il primo, ex calciatore fantasioso sul campo e creativo in panchina, il secondo uno dei laptop trainer della nuova scuola tedesca. Inutile a dirsi: due uomini di calcio uniti solo dal filo conduttore della modernità.

Il tifoso potrebbe avere, legittimamente, una preferenza. Ma la Juventus, oggi, come sceglierebbe? Quanto influenzerebbe la scelta il costo dello stipendio rispetto a come collocherebbe la guida tecnica sullo scenario mondiale? Quanto sarebbe invece influenzata dal progetto tecnico? E quanto parametri non di calcio supererebbero l'idea di sport che la società vuole esportare?

Finché la domanda non troverà una risposta credibile, allora non esisteranno allenatori adatti alla Juventus. In un calcio dove la riduzione del margine d'errore è sempre più influenzata dalla programmazione frutto dello staff tecnico, un rischio che potrebbe influenzare pesantemente il futuro del club.

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