Euro 2020

Sorrentino: "La Nazionale è il sogno di tutti. Donnarumma, Immobile e Belotti possono essere decisivi"

Alessandro Eremiti
Stefano Sorrentino
Stefano Sorrentino / 90min Italia
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Esclusiva - Gli Occhi della Tigre, i guanti colorati e il sorriso di chi sapeva ogni domenica di aver realizzato il proprio sogno di gioventù. Anche se la storia di Stefano Sorrentino poteva sembrare già scritta, visto che ha iniziato a dare i primi calci al Cibali di Catania mentre papà Roberto difendeva la porta dei rossazzurri, l'ex portiere di Chievo, Palermo e Torino, si è conquistato il proprio posto nel calcio che conta a suon di parate e sacrifici:

"Possiamo tranquillamente dire che non è che mi hanno svegliato una mattina e mi hanno portato a giocare a San Siro, per arrivare fin lì ho dovuto fare tantissimi sacrifici" ,
racconta sorridente ripercorrendo assieme a me il viaggio meraviglioso che lo ha portato a giocare ai massimi livelli fino a 40 anni.

Un giro d'Italia - e non solo - partito da Torino, dove dopo la parentesi bianconera nelle giovanili, esordì in Serie A con la maglia del Torino. Un legame importante quello con i granata, che Sorrentino non ha mai dimenticato: "Il Torino, è stata la mia fortuna. Erano anni complicati perché la società fallì, però da quella Primavera uscimmo, io, Balzaretti, Quagliarella, Pinga. Sono stato vicino al ritorno in granata tante volte, mi sarebbe piaciuto chiudere lì la carriera, ma purtroppo non è stato possibile".

Dopo il Toro, arrivò l'AEK Atene che voleva dire Champions League. Per arrivare a sentire l'inno che tutti sognano quando prendono la borsa per andare ad allenarsi, Sorrentino ha dovuto compiere un altro miracolo:

"Ad Atene ebbi un bruttissimo incidente stradale il 20 agosto 2006, mi misero 80 punti di sutura alla spalla. 3 giorni dopo ci furono i sorteggi di Champions League e la prima partita del girone era a San Siro contro il Milan il 12 settembre. Fu una corsa contro il tempo e ancora oggi non so come ho fatto. Il mio obiettivo era quello di giocare e d’accordo con la società feci una settimana d’allenamento e mi tuffavo solamente a destra, quindi dalla parte opposta a quella del braccio operato perché con 80 punti per un portiere il recupero non è proprio semplicissimo. A 3 giorni dalla gara con il Milan, l’allenatore mi disse che avrei dovuto giocare almeno una partita di campionato. Giocai, per fortuna subendo pochissimi tiri in porta, poi mi allenai con la squadra e debuttai a Milano. Molti mi chiedono della musichetta però credimi, quando sei dentro concentrato e con lo stadio pieno fai fatica a sentirla, era comunque lì in sottofondo e per me essere a San Siro a pochi giorni da quell’incidente era già un miracolo, quindi ero già contento di quello".

La Nazionale

L'inno della Nazionale invece lo ha solo sfiorato, senza riuscire mai ad ascoltarlo dal campo. Un sogno, mai un'ossessione, che avrebbe rappresentato la ciliegina sulla torta di una carriera fantastica:

"La Nazionale è il sogno nel cassetto di ogni bambino, tutti noi quando iniziamo a giocare a calcio speriamo di arrivare un giorno in Serie A e vestire la maglia Azzurra. Sono riuscito a coronare il primo sogno e probabilmente per il secondo non ho avuto gli occhi della tigre fino in fondo. Ai miei tempi era più difficile, adesso magari vengono convocati giocatori che non hanno ancora fatto una presenza in Serie A, ma si vocifera che abbiano talento. Quando giocavo io, per poter pensare di essere convocato dovevi aver fatto almeno 150 presenze in Serie A, perché sennò non venivi considerato abbastanza esperto, però questo fa parte dei cambiamenti generazionali che sta avendo il calcio. E poi ho dovuto combattere con l'era Buffon e con l'arrivo di moltissimi portieri stranieri che ha reso più difficile il passaggio a delle grandi squadre che magari ti facilitano la convocazione. Mi ritengo comunque una persona fortunata perché ho fatto per tanti anni lo sport secondo me più bello al mondo, ho avuto la fortuna di giocare in Serie A fino a 40 anni e credo che negli anni d’oro del Chievo almeno una convocazione l’avrei meritata, perché quando tu sei il portiere di una squadra “piccola” come il Chievo e per diverse stagioni di fila chiudi la stagione con la terza o quarta migliore difesa del campionato puoi pensare alla chiamata del CT. Una volta sotto la gestione Prandelli si fece male il terzo portiere e fui vicinissimo alla chiamata, il Chievo mi mise in preallarme ma quella volta stranamente decisero di rimanere con due portieri e la convocazione non arrivò. Mi sarebbe piaciuto perché mi ritengo una persona molto ambiziosa, quindi sarebbe stato bello vedere gli occhi della tigre anche in quella circostanza. Non è andata così, ma va bene lo stesso".

L'amore per l'Azzurro però, non è mai tramontato. Da Toldo a Donnarumma, Sorrentino ha sempre fatto il tifo per tutti coloro che hanno indossato e continuano a indossare la maglia dell'Italia: "Ho sempre seguito la Nazionale e ancora oggi ricordo con piacere Italia-Olanda del 2000. Ha rappresentato qualcosa di incredibile, fu adrenalina pura, poi per un para rigori come me, vedere un portiere arrivare in fondo ed essere così decisivo mi ha fatto impazzire di gioia. Diciamo che dopo un paio d’anni di buio, finalmente siamo tornati ai nostri livelli. Mister Mancini sta facendo un grandissimo lavoro e vedo che anche la gente sta tornando ad appassionarsi alla Nazionale quindi credo che siamo sulla buona strada per poterci togliere delle soddisfazioni. L'Europeo è alle porte e io credo che si debba puntare sull’attaccante e sul portiere: quindi Donnarumma che tutti sappiamo quanto è forte e quanto sia importante per la Nazionale e davanti abbiamo Immobile e Belotti che sono due certezze anche se sappiamo che alla fine potrebbe esserci sempre sorprese, qualcuno come Raspadori che non ci aspettavamo tra i convocati e magari diventa capocannoniere dell’Europeo, come è successo già in passato. Abbiamo tanti giovani bravi".

I rigori

Leader carismatico sia in campo che nello spogliatoio, Sorrentino ha mostrato la propria personalità sia ai compagni che agli avversari, soprattutto quando si presentavano di fronte a lui dagli 11 metri:

"Anche se magari da fuori si può pensare che uno para i rigori solamente perché ha indovinato il lato, dietro il calcio di rigore c’è uno studio molto molto accurato, non è così semplice riuscirne a parare uno. Poi ci sono intuito, fortuna e una forte componente psicologica, perché sono momenti in cui devi cercare di captare le debolezze dell’avversario. Il portiere non ha nulla da perdere, perché se pensi a quanto è grande la porta in teoria non hai grandi chance, però ognuno cerca di utilizzare le armi migliori a disposizione per cercare di punzecchiare chi calcia. Una volta che giochi in Serie A da tanto le voci girano. Io controllavo il minuto e il risultato dei rigori che avevano calciato in precedenza, in che momento era il calciatore e in che momento era la squadra per cercare di capire le possibili reazioni. Se un rigore è sullo 0 a 0 o sull’1 a 0 cambia".

Non a caso è stato lui a parare il primo rigore in Serie A a Cristiano Ronaldo: "Con Ronaldo sono riuscito a fare qualcosa di storico parandogli un rigore. Ci ho provato anche con Messi, quando ero al Recreativo Huelva, ma non ci sono riuscito".

Tra i tanti rigori parati, ricorda con piacere quello ad Adrian Mutu, in una sfida delicatissima per la salvezza in cui riuscì ad entrare perfettamente nella testa del suo avversario: "Una volta capitò un rigore di Mutu e con lo staff avevamo notato che ogni volta che il portiere lo stuzzicava e lo sfidava, lui faceva il cucchiaio. Era una sfida salvezza ed eravamo sullo zero a zero, nel momento in cui l’arbitro fischiò il rigore io avevo già in mente di andare a prendere il pallone. Mi avvicinai per darglielo e invece di consegnarglielo, lo lasciai cadere per terra. Lui mi disse che mi avrebbe fatto il cucchiaio e io gli risposi che lo avrei stoppato di petto. Lì capii che non l’avrebbe più fatto quindi decisi di tuffarmi, altrimenti sarei rimasto fermo, anche perché è sempre stato un mio sogno quello di parare un rigore col cucchiaio rimanendo in piedi. A quel punto sapevo che aveva calciato tutti i rigori decisivi forte alla destra del portiere, quindi mi affidai alle statistiche per scegliere il lato. Dopo continuava a ripetermi che gli avevo detto che sarei rimasto fermo e allora gli risposi che non mi buttai perché lui aveva detto che avrebbe fatto il cucchiaio... Fu un  bel siparietto".

Il futuro

Nonostante l'immensa conoscenza calcistica e la spiccata personalità una volta smesso con il calcio giocato, Sorrentino diversamente da molti dei suoi ex compagni ha deciso di non allenare, rimanendo comunque all'interno del mondo del calcio:

"Allenare non fa assolutamente per me. Un conto è quando sei capitano e leader di una squadra, ma sei comunque un calciatore. Arrivavo al campo anche un’ora e mezza prima perché mi piaceva vivere lo spogliatoio, ma una volta finito l’allenamento andavo a casa. Al giorno d’oggi se vuoi fare l’allenatore per bene, ti devi dedicare al calcio 24 ore su 24. Poi credo che gestire la tua squadra sia completamente differente dal dover gestire i tuoi compagni di squadra. Quando ho smesso non riuscivo più a vedere nei giovani, lo spirito della mia generazione. Quando ho iniziato e mi chiamavano a fare il terzo portiere con la prima squadra, mi cambiavo in uno sgabuzzino con l’acqua fredda. Adesso c’è molta più tutela, i giovani sono molto più coccolati. Quando stavo per smettere magari c’era il ragazzo della primavera che entrava nello spogliatoio e spostava la mia roba mentre con il cellulare guardava Instagram, salutando con un cenno della testa. Cose che mi facevano riflettere. Ho comunque preso sia il patentino di allenatore, sia quello da direttore sportivo, però contemporaneamente
Federico Pastorello che era il mio procuratore storico mi ha chiesto di diventare uno dei suoi collaboratori, quindi ora sto studiando da agente e aspetto la domiciliazione per essere un agente FIFA a tutti gli effetti".

L'ennesimo capitolo di una storia di calcio d'altri tempi. Questa volta i guanti non servono, ma gli occhi della tigre non mancheranno mai, perché Stefano Sorrentino è fatto così...


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