Serie A

È una Serie A sempre meno italiana

Andrea Gigante
Italia
Italia / Gabriele Maltinti/GettyImages
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La seconda mancata qualificazione consecutiva a un campionato del mondo ha inevitabilmente gettato dubbi sul sistema calcistico italiano. Tra Russia 2018 e Qatar 2022 c'è stata la vittoria meritata di un Europeo - questo è vero - ma è evidente che qualcosa non vada nella Penisola, che il pallone non rotoli nella maniera corretta.

Durante mitica notte di Wembley dell'11 luglio scorso ci eravamo illusi che l'Italia fosse ancora una potenza del calcio, ma un'altra notte, quella di giovedì scorso, ci ha fatti tornare alla cruda realtà: in tutti questi anni ci siamo crogiolati nella nostra manifesta superiorità e siamo rimasti fermi, mentre gli altri paesi si sono evoluti e adesso sono decisamente avanti rispetto a noi.

Rimettersi in pari non sarà facile: servono tempo, impegno e soprattutto pazienza. C'è bisogno di una serie di cambiamenti sostanziali che possono dare i loro frutti solo a lungo termine. Non basta infatti licenziare questo o quel dirigente, oppure chiedere le dimissioni del commissario tecnico per colmare il gap che ci divide dalle nazionali veramente in ascesa, bensì lavorare sulle fondamenta profonde del calcio nostrano che da tempi immemori non cambia più ed è di conseguenza senza prospettive.

Alessandro Bastoni, Giorgio Chiellini
Fa ancora male / Claudio Villa/GettyImages

Un problema che parte dalla base

Crescita e futuro sono le parole chiave che guidano Paolo Nicolato nel suo lavoro. Durante una conferenza stampa, il CT dell'Under 21 azzurra ha dichiarato che l'eliminazione per mano della Macedonia del Nord è solo la punta dell'iceberg e che i veri problemi sono più a fondo, molto più a fondo. Nicolato ha preso in esame il suo caso: sempre più spesso deve andare a pescare giocatori dalla Serie C per completare l'elenco dei convocati, perché in A e B di under 21 italiani non ce ne sono.

Il tema dei "giovani che giocano poco nel nostro campionato" l'abbiamo sciorinato così tanto e da così tanto tempo che ormai è diventato un cliché o un luogo comune. Eppure, dati alla mano, adesso il fenomeno ha raggiunto dimensioni preoccupanti. Basti pensare che dei 27 convocati da Nicolato per le due partite di questa sosta, solo 11 giocatori militano in società di Serie A, dei quali però solo 6/7 giocano con continuità.

Facciamo una precisazione: con le sue dichiarazioni il CT degli azzurrini non ha voluto insinuare che gli Under 21 di oggi non abbiano qualità, ma che non hanno a che fare con un livello probante, con un campionato che possa spingerli a migliorare e che di conseguenza li porta a soffrire la mancanza d'esperienza quando vanno a giocare con la Nazionale.

L'utilizzo dei giovani è un tema sul quale gli organi federali dovrebbero concentrarsi particolarmente. L'ultimo rapporto redatto dal CIES ci mette davanti a una situazione impietosa: l'Italia è il 52° paese a livello mondiale per impiego degli Under 21, che in Serie A sono solo il 3.9%. Il dato va poi letto al ribasso perché all'interno di esso ci sono anche terzi portieri e primavera aggregati alla prima squadra solo per fare numero.

Crescono gli stranieri in Serie A

Come si può notare nella grafica di Sky Sport, la forbice tra stranieri e italiani in Serie A si sta allargando sempre di più. Purtroppo a influenzare questa tendenza è stato il Decreto Crescita che, ormai da maggio 2019, favorisce il rimpatrio dei professionisti che hanno lavorato all'estero per almeno due anni. Marco Bellinazzo Sole24Ore ha spiegato come un provvedimento simile permetta ai club di risparmiare il 50% dell'ingaggio di un giocatore che torna in A dopo due stagioni all'estero.

In un periodo storico economicamente complicato come questo, si comprende come le società abbiano fatto di necessità virtù e pur di non spendere cifre significative si sono rivolti ad altri campionati, riportando in Italia vecchie conoscenze.

Stando al database di Transfermarkt, sui 533 giocatori tesserati con le 20 squadre di Serie A, solo 190 sono italiani. Questo significa che il massimo campionato italiano parla tantissime lingue, ma quelli nati nella Penisola sono soltanto il 38%.

Se le squadre hanno sempre più stranieri in rosa, ovviamente cresce la possibilità di vederli in campo con più frequenza. Ecco infatti la percentuale dei minuti giocati da calciatori italiani e non dal 2017/18 ad oggi.

Naturalmente bisogna tener conto che la stagione 2021/22 è ancora in corso.

  • 2017-18: 45% italiani (336.127') e 55% stranieri (413.808')
  • 2018-19: 41% italiani (307.078') e 59% stranieri (443.705')
  • 2019-20: 38% italiani (288.555') e 62% stranieri (461.691')
  • 2020-21: 36% italiani (270.364') e 64% stranieri (480.533')
  • 2021-22: 36% italiani (208.311') e 64% stranieri (374.253')

A rendere più disomogeneo il rapporto sono società come Udinese e Torino che non solo hanno rispettivamente 5 e 11 italiani in rosa, ma li usano perfino col contagocce. Nelle 30 partite di campionato fin qui disputate, i friulani hanno schierato giocatori potenzialmente convocabili in Nazionale per il 15,31% del tempo a disposizione. Più alta ma comunque minima la percentuale dei granata che hanno puntato sul "made in Italy" per il 19,29%.

Il numero di stranieri in Serie A è davvero un problema per la Nazionale?

Personalmente sono abituato a considerare la diversità una risorsa, non una minaccia. Se l'Italia non si qualifica ai Mondiali per due edizioni consecutive la colpa non è sicuramente di giocatori come Milinkovic-Savic, Dybala o Abraham che, anzi, alzano il livello della nostra Serie A.

Parlare di un campionato senza stranieri (o con massimo 3/4 per rosa) significherebbe fare un salto indietro di almeno 50 anni. In molti parlano di "tetto", ma io preferisco definire le cose per ciò che sono e in questo caso sarebbe un vero e proprio muro eretto per tener fuori atleti di altri Paesi.

Bisognerebbe imparare a convivere con chi è diverso da noi perché non sono loro la colpa dei nostri mali. Per risolvere i problemi del calcio italiano bisognerebbe dare fiducia ai giovani. Perché i giovani italiani ci sono e sono anche forti.


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