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Dzeko: "All'Inter dopo una chiamata di Kolarov. È stato lui a dirmi dell'interesse nerazzurro"

Stefano Bertocchi
Edin Dzeko e Nicolò Barella
Edin Dzeko e Nicolò Barella / CPS Images/GettyImages
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Edin Dzeko è protagonista di una lunga intervista sulle pagine de La Gazzetta dello Sport. Si parla ovviamente anche di Inter-Juventus: "È il derby d’Italia, sono in palio punti che pesano. Non c’è tanto da inventare: dobbiamo neutralizzare quello che loro fanno bene, ovvero i contropiede".

Chi perde rischia un distacco dalla vetta tra i 10 e i 13 punti: è già una partita decisiva?
"Il campionato non si vince a ottobre o a novembre, Inter e Juve lo sanno bene. Ma se perdi altri punti adesso, comincia a essere sempre più difficile recuperare".

E pensare che questa partita poteva viverla in maglia bianconera... Perché saltò l’affare?
"Prima cosa: non guardo indietro, sono felice all’Inter e stop. Secondo: fu la Roma a parlare per prima e a mettersi d’accordo con la Juve, io neanche sapevo della trattativa, entrai in scena solo successivamente. Saltò tutto poi perché la Roma non trovò il mio sostituto".

Che cosa le è rimasto dentro, del caso fascia di capitano alla Roma?
"Tante cose non mi sono piaciute, tante persone mi hanno deluso. Ma preferisco pensare ai sei anni bellissimi trascorsi lì".

Senza un trofeo, però.
"Avrei voluto vincere qualcosa, soprattutto il secondo anno avevamo una squadra molto forte, ma poi è difficile riuscirci se ogni volta vendi i giocatori più importanti... Ora sono venuto all’Inter proprio per colmare questa lacuna, voglio dare il mio contributo per vincere. Farlo, però, non è mai facile: se l’Inter avesse mantenuto Conte, Lukaku e gli stessi dell’anno scorso, non sarebbe stata comunque scontata una nuova vittoria dello scudetto".

Racconti, invece, la chiamata dell’Inter.
"Sapete chi è stato a telefonarmi? Kolarov. È stato lui a dirmi che l’Inter era interessata, che c’era la possibilità di un trasferimento: “Qui ti vogliono, vieni”. Ed eccomi qua".

Dipingono Inzaghi come un fratello maggiore per voi: è vero?
"Sì, lo è. Ma è pure molto sincero e diretto: dice sempre la verità, sia quando è piacevole sia quando non lo è. Ed è questo che ci aspettiamo, perché la verità fa sempre bene: se qualcuno non ti dice le cose come stanno non potrai mai migliorare".

Le sarebbe piaciuto un po’ essere allenato da Mourinho?
"Veramente mi ha allenato, per un mese. Dico la verità: mi sono divertito, Mourinho è Mourinho, sempre. È in privato proprio come è in pubblico. Con lui c’è tutto: sa scherzare e arrabbiarsi. Sono stati allenamenti molto belli e la squadra si divertiva".

Come si convive con l’eterno parallelismo con Lukaku?
"Lui qui ha fatto cose importanti, l’Inter deve dirgli grazie, ha portato uno scudetto assieme a Conte. Poi ha fatto la sua scelta. E io onestamente sono abituato a guardare avanti".

Si parla tanto delle differenze tra di voi. Ma c’è una cosa che avete in comune?
"Sì, il numero di maglia...".

Proseguiamo con i paralleli: Inzaghi ha qualcosa di Mou?
"Mou parte dalla solidità e poi sviluppa il suo gioco, Inzaghi ama di più il gioco offensivo".


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