De Paul, ostaggio di nessuna ambizione

Rodrigo De Paul
Rodrigo De Paul / Paolo Rattini/Getty Images
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Sembrano ormai centinaia di sessioni di mercato fa, che si parlava per la prima volta di Rodrigo De Paul pronto per una big. Inter, Juventus, Napoli, Milan, ma anche Real Madrid, Barcellona, PSG; banalmente se cercate su Google il nome De Paul accostato alle più grandi squadre d'Europa, troverete sempre un accenno di trattativa, un sondaggio, un contratto già pronto, ogni anno da almeno tre anni. Eppure, De Paul veste ancora la maglia bianconera di Udine, ed ha fatto in tempo ad abbinarla al blu della fascia da capitano. Paradossalmente, la squadra a cui è stato più vicino è stata la Fiorentina (fonte: una sua storia Instagram dello scorso anno con un cuore viola e la scritta "Pronto per una nuova avventura!" poi cancellata dopo pochi minuti), una squadra che, allo stato attuale, non sembra un grande passo avanti.

Come si spiega? Davvero, nello stesso pianeta in cui giocatori che hanno dimostrato poco e nulla vengono pagati 30-40 milioni di euro (anche nel periodo post-pandemia), nessuna delle grandi squadre può permettersi di comprare un giocatore come De Paul, nel pieno della maturità calcistica, esperto e con capacità di leadership e adeguamento straordinarie? Forse De Paul è sopravvalutato e noi non ce ne accorgiamo neanche, mentre gli addetti ai lavori non si sono fatti fregare dai calzettoni bassi, il 10 sulle spalle e le rabone che ogni tanto infila in partita.

Rodrigo De Paul
Ma questo sta dicendo davvero che sono sopravvalutato? / Alessandro Sabattini/Getty Images

No, De Paul non è sopravvalutato. Anzi, tutto il contrario. Perché oltre all'estetica e alla mimica da enganche argentino, De Paul ha dalla sua parte anche i numeri. Nelle ultime 3 stagioni è l'unico centrocampista "puro" (quindi escludendo gli ibridi come Gomez o Ilicic) ad aver segnato almeno 5 gol e fornito almeno 5 assist, e in più è in top-5 in quasi tutte le statistiche offensive individuali, molto spesso proprio sotto i già citati giocatori dell'Atalanta. Quest'anno, ad esempio, è primo nei dribbling riusciti (122 su 182 tentati), secondo per tiri fuori area, per passaggi chiave e per falli subiti. Considerando gli ultimi tre anni e aggiungendo all'equazione i gol e gli assist, De Paul è in assoluto tra i migliori giocatori in termini di creazione offensiva, a livello di Gomez e Ilicic. È proprio nel paragone con loro due che De Paul ne esce come un giocatore particolarmente sottovalutato. Se nelle ultime stagioni (tranne quella appena terminata) Gomez e Ilicic hanno spaccato la Serie A fino ad essere osannati e considerati tra i migliori giocatori in Italia e in Europa, è merito certamente delle loro qualità, ma anche di un sistema di gioco che di queste qualità ne fa la colonna portante, e proprio per questo cerca di esaltarle. Entrambi, prima di Gasperini, non si avvicinavano neanche a quei numeri, né a quella continuità che ha contraddistinto l'Atalanta fino ad oggi. De Paul, al contrario, si è trovato in contesti tattici estremamente diversi, e nei suoi cinque anni in Italia si è dovuto adattare a ben sette allenatori, che ne hanno sfruttato le capacità in modi molto differenti. Insomma, è impossibile non notare De Paul, in particolare nel gioco dell'Udinese, che è certamente stato stravolto più volte, ma non è mai riuscito a dare al suo diez un quadro tattico adeguato al suo talento, men che meno ad affrancarsene.

Giuseppe Iachini, Rodrigo De Paul
De Paul e il suo primo allenatore in Italia, Giuseppe Iachini. Dopo di lui verranno Delneri, Oddo, Tudor, Velazquez, Nicola, di nuovo Tudor e Gotti. / Gabriele Maltinti/Getty Images

Paradossalmente, potrebbero essere stati proprio questi continui cambi in panchina a renderlo oggi uno dei centrocampisti più completi della Serie A. Arrivato con la fama di ala dribblomane e bisognosa di praterie sconfinate, ha giocato poi in tutti i ruoli di centrocampo e attacco, prima punta a parte. Persino davanti alla difesa, da regista, un ruolo che non sembrava essere nelle sue corde, ha dimostrato una notevole sensibilità nei lanci lunghi, ed è riuscito a prendere la sua abilità nel dribbling e rivoltarla come un calzino in un dribbling difensivo utile a far stabilire la squadra nella metà campo avversaria. Tutto questo, mantenendo inalterate o quasi le sue statistiche offensive, segno di un'indole che rimane comunque fortemente votata alla ricerca del gol, o della giocata che lo permette.

De Paul non è solo tanti dribbling e tanti tiri dalla distanza, ma anche dal punto di vista mentale ha dato grandi sicurezze: non si è mai tirato indietro, ha sempre trainato la sua squadra da solo, senza mai lamentarsi o fermarsi un attimo. In alcune partite dell'Udinese, sembra che i bianconeri rimarrebbero intrappolati nella loro metà campo per sempre, se non ci fosse il capitano ad andare a recuperare palla (o riceverla) e portarla avanti lui, da solo, sperando ogni volta che uno tra Okaka, Nestorovski, Lasagna o Pussetto la metta dentro, speranze perlopiù vane. De Paul trascina la sua squadra in ogni senso.

De Paul è ancora all'Udinese perché la famiglia Pozzo chiede troppo, questo è chiaro. Uno come lui sarebbe perfetto per sistemare il centrocampo sgangherato della Juventus, o come mezzala dell'Inter di Conte (ormai ex Inter di Conte), ma anche come trequartista dietro Ibrahimovic, o ancora potrebbe essere il Nainggolan di (forse) Spalletti a Napoli. Ma i proprietari della squadra bianconera sono un po' esosi, e fino ad ora nessuno è riuscito ad avere abbastanza coraggio da andare a bussare alla loro porta con i soldi che chiedono, circa 40 milioni di euro. Che, ricordiamo, è la stessa spesa fatta per Kulusevski dalla Juve (anche se lo svedese ha sei anni in meno), e simile a quella fatta dal Milan per Paquetà, giocatori che al netto di quello che faranno in futuro erano certamente meno pronti dell'argentino, e fino ad ora si sono dimostrati anche meno utili.

Tuttavia, devo essere sincero, personalmente mi piacerebbe anche come situazione. Un giocatore straordinario che per attaccamento alla maglia continua a rinnovare con la sua piccola squadra di provincia, e la squadra che non vuole venderlo in nessun caso. Il capitano, un giocatore di un'altra categoria, che non sfigurerebbe in nessuna squadra, che rimane stoicamente nella sua piccola Udine. Invece, De Paul a me sembra un ostaggio. Non tanto ostaggio dei Pozzo, ma ostaggio di una mentalità calcistica italiana che dà l'impressione di non volere nulla. Se guardiamo la classifica di Serie A, lasciando perdere le prime sette squadre, tutte le altre hanno come obiettivo iniziale la salvezza. Solo il Sassuolo ogni tanto ha accennato a volere qualcosa di più, ma in ogni caso il primo obiettivo è sempre la Salvezza, importa solo arrivare a 40 punti e poi niente più, ritrovandoci, nell'ultimo quarto di stagione, a vedere partite soporifere, tra squadre che si chiudono e che giocano con poche ambizioni e con poco interesse sia nel vincere, sia nel dare spettacolo.

È proprio l'ambizione, o meglio, la sua mancanza, uno dei problemi del calcio italiano di medio-bassa classifica. Non si tratta di vedere l'Udinese (o la Sampdoria, il Genoa, il Cagliari, il Torino) che da un giorno all'altro dichiarano ufficialmente sul loro sito che il prossimo anno punteranno alla Champions, quella sarebbe solo arroganza, mista a stupidità. L'ambizione non sta nelle dichiarazioni in sé, ma nel progetto tattico. Tutte queste società, quelle dal nono posto in poi, sembrano non voler mai avviare un progetto vero, che si pone come obiettivo quello di migliorare la squadra e non farla stagnare nella parte destra della classifica. De Paul non è mai potuto andare in una big, fino ad ora, ma essere un grande calciatore e giocare in una squadra più piccola non è un problema. Il problema, per un giocatore come lui, è essere circondato da una mediocrità che appare eterna, da una squadra che per direttive e per mentalità deve giocare per salvarsi, e non si può permettere velleità creative o un gioco propositivo, rischioso, anche sul mercato. Un esempio perfetto sarebbe proprio l'Udinese, quello di un bel po' di anni fa, quando sembrava una squadra creata da degli appassionati di Football Manager: in quell'Udinese giocavano Sanchez, Benatia, Handanovic, Asamoah, Muriel, Zielinski, Cuadrado, per dire. Quell'Udinese era una squadra andata in Europa tre anni consecutivi (4°, 3° e 5° posto), dove si intravedeva un progetto che in quel caso era basato sui giovani e sul player trading, ma anche sul gioco di Guidolin e sulla sublimazione dei talenti in rosa. Ora invece l'Udinese è una laguna, ferma, immobile, e anche il suo mercato è legato, in entrata e uscita, quasi soltanto al Watford, l'altro club di proprietà della famiglia Pozzo, come un serpente che si mangia la coda.

Forse quest'estate è la volta buona, forse nella prossima stagione De Paul si ritroverà a giocare in contesti più adeguati alle sue qualità, forse no. Ma qual è il contesto adeguato? Una squadra storicamente riconosciuta come "big"? Una squadra che attualmente gioca la Champions League? Oppure una squadra il cui obiettivo è far esprimere i suoi giocatori al massimo? Di certo, l'Udinese non è nessuna di tutte queste.


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