Skip to main content

Lo spogliatoio, la società e la pesantezza della maglia: Sergio Conceicao racconta l'esperienza al Milan

Sergio Conceicao
Sergio Conceicao | Claudio Villa/GettyImages

Intervistato da La Repubblica, l'ex allenatore rossonero Sergio Conceicao si è tolto qualche sassolino dalla scarpa sulla sua avventura di sei mesi - nella scorsa stagione - sulla panchina del Milan. Il tecnico portoghese ha sottolineato le difficoltà riscontrate, non solo nella gestione del gruppo ma anche con la società. Problemi che ha ereditato anche Allegri, e che stanno - forse - venendo a galla nelle ultime settimane.

"Ero stato chiamato per portare a termine un lavoro in cui Fonseca aveva trovato difficoltà, pur essendo anche lui un grandissimo allenatore. Ho trovato un gruppo che voleva lavorare. C'era la Supercoppa Italiana in Arabia, abbiamo battuto Juve e Inter, e l'abbiamo vinta".

"L'esultanza con il sigaro è un mio marchio di fabbrica, poi qui in Arabia ora mi sono affezionato ai miei sigari dato che il vino non è concesso".

"Giocavamo ogni tre giorni, ci allenavamo in partita. Tanti video, poco lavoro in campo. Ma non mi lamento. Quando ho firmato conoscevo il calendario. Sono comunque stati sei mesi positivi, abbiamo fatto due finali. Una l'abbiamo persa, è vero, ma sarebbe potuta andare diversamente. Non è facile fare l'allenatore del Milan, è una squadra storicamente abituata a giocare stagioni di altissimo livello, e a vincere le finali di Champions League".

"Al tempo stesso, il momento era complicato. Al Porto era diverso, avevo un presidente che è rimasto in carica per decenni e si è ritirato da più titolato al mondo. La società è ben strutturata e organizzata, il passaggio non è stato facile".

"A Milano ho trovato una situazione difficile. Basti pensare che dopo il primo pareggio con il Cagliari hanno iniziato a girare voci sul mio sostituto e nessuno della dirigenza le ha smentite. Ho frequentato diversi spogliatoi e posso dirvi che l'instabilità dell'ambiente arriva anche da lì. Non era facile giocare con i tifosi che disertavano la curva. Con i social, quello che si diceva di noi arrivava ai calciatori. Ci sarebbe servita grande protezione da parte del club. Se la società non è forte, lo spogliatoio non può essere forte".

"Leader è chi dà l'esempio, anche nel modo di comportarsi fuori dal campo, dal riposo alla nutrizione. Pulisic e Gabbia erano leader per l'esempio che davano, ma non erano gli unici".


Add us as a preferred source on Google