Bremer sogna di vincere un trofeo con la Juve e svela cosa gli chiede Spalletti

Gleison Bremer
Gleison Bremer / DeFodi Images/GettyImages
facebooktwitterreddit

Il sogno di vincere un trofeo con la Juventus, il suo modello di riferimento e la lunga ma costruttiva convalescenza dopo l'infortunio al ginocchio: Gleison Bremer si racconta a trecentosessanta gradi nell'intervista concessa al Corriere della Sera. Il brasiliano si è anche soffermato sul lavoro svolto da Luciano Spalletti e ha commentato l'inaspettata sconfitta con il Cagliari nell'ultimo turno. Ecco le sue parole riprese da ilbianconero.com.

Gli obiettivi a breve e lungo termine con la Juve:
"Non posso immaginare la Juve senza la Champions. Sogno di vincere qui e di scrivere il mio nome nella storia del club. La fascia di capitano? Bellissimo, non si può spiegare. Come il J-Museum ti ricorda cosa è questa squadra e dove vogliamo tornare".

Sulla sconfitta con il Cagliari:
"La sconfitta di Cagliari con il 78% di possesso palla, 18 corner e 21 tiri? Se non vinci ti arrabbi sempre, e magari dobbiamo essere più bravi sui cross, anche noi a saltare. Ma pensi anche che un certo lavoro è stato fatto e che, se giochi così, in futuro girerà bene".

Giochisti e risultatisti:
"Il bel gioco esiste, anche se poi devi vincere. Però, se giochi bene solitamente funziona: negli ultimi anni, parlo in generale, hanno vinto le squadre che dominano il gioco".

Il lavoro con Spalletti:
"Spalletti dice che palla al piede posso affettare le squadre avversarie? Quando giocavo in Brasile era così, in Italia è stato un po' diverso e ho avuto pochi allenatori che me lo chiedevano: ho ricominciato con Thiago Motta, poi mi feci male. Spalletti dice che devo essere più incisivo e che devo prendermi più rischi, e ha ragione. Dice che viaggio un po’ con il dosatore? Ho capito. Diciamo che, dopo due infortuni, pensi che non puoi sempre giocare sulla forza e sulla velocità, ma devi sfruttare anche le letture difensive: una cosa sulla quale sto migliorando, studiando l'avversario, grazie allo staff della Juve che lavora sui video e a un match-analyst che mi segue. Il gioco di Spalletti mi piace molto, perché abbiamo spesso il pallone noi e allora faccio meno fatica. Ogni tanto mi dico: cavolo, così non sento neppure il peso dell'infortunio".

I suoi modelli:
"Il mio modello è il brasiliano Lucio. Mazzarri mi disse che avevo qualche caratteristica di Chiellini e che dovevo guardarlo, ci sentimmo e ora è un mentore. Il primo anno qui mi disse che devo guardare anche l'uomo, non solo la palla. Ha ragione, l'ho sempre pensato anche se sono brasiliano: il pallone non è mai entrato in porta da solo".

Sulla riabilitazione:
"Durante lo stop per infortunio ho imparato a suonare la chitarra, mia vecchia passione, e tempo per la famiglia. Ogni tanto, mia figlia Agata, 5 anni, mi diceva: “Papà, non farti più male”. E poi, i libri. Letture preferite? “L’arte della guerra” e i saggi di filosofia, Aristotele soprattutto: autori avanti di testa, che hanno visioni e pensieri profondi. E poi, durante la riabilitazione, le storie di Baggio e di Del Piero: volevo capire come si fa a ritornare dopo un grave infortunio. Ho imparato ad avere pazienza. Una volta incrociai Alex al J-medical: “Calma, non avere fretta, e migliora la tua mobilità”, mi disse".

Su Openda:
"Dopo l'infortunio mi mandò un bellissimo messaggio e dopo meno di un anno era mio compagno di squadra".


feed