ESCLUSIVA | Amoroso: "Udine mi ha fatto sentire a casa. A Parma arrivai infortunato. Milan? Un sogno"

Marcio Amoroso
Intervista esclusiva a Marcio Amoroso | Alessandro Sabattini/Getty Images

Chi ha vissuto l'epoca del dominio della Serie A non può non ricordarsi del brasiliano con le maglie di Udinese e Parma. I più giovani forse lo ricordano invece a Milano, vestito di rossonero. Era il 2006, la stagione che poi portò l'Italia a vincere il Mondiale in terra tedesca. Stiamo parlando di Marcio Amoroso, l'ultimo brasiliano ad aver vinto la classifica cannonieri del campionato italiano (nella stagione 1998-99).

Arrivato in Italia nella seconda metà degli anni '90, quando la Serie A era il campionato più importante e competitivo del mondo. Arriva a Udine nell'estate '96 dal Flamengo, Amoroso si esalta nel 3-4-3 di Zaccheroni e vive uno dei periodi più belli della storia calcistica dell'Udinese. Nel tridente con Poggi e Bierhoff porta il club friulano nelle zone alte della classifica, vincendo - come detto poco sopra - la classifica cannonieri (l'anno prima toccò al suo compagno di reparto Bierhoff). Dopo tre anni e oltre 40 gol in Friuli arriva la chiamata del Parma: operazione da 70 miliardi di vecchie lire, l'affare più costo - in quel momento - di tutta Europa. In Emilia fatica al primo anno, a causa di un infortunio che si costringe il brasiliano ad un'operazione prima ancora di vestire la maglia gialloblù. Nella seconda stagione riconquista la scena. Nell'estate 2001 lascia l'Italia per vestire le maglie di Borussia Dortmund, Malaga e San Paolo. A gennaio 2006 il richiamo dell'Italia è troppo forte. Ancelotti lo vuole nel Milan ma lo utilizza con il contagocce. Lascia Milano (e l'Italia) dopo appena sei mesi e appenderà gli scarpini al chiodo due anni più tardi.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marcio Amoroso. Il brasiliano ha ripercorso la sua carriera in Italia, dall'arrivo all'Udinese al passaggio al Parma fino al ritorno con la maglia del Milan. Si è parlato anche delle differenze tra la Serie A di fine anni '90 e quella attuale.

"O Amoroso", il soprannome Amoroso, lo hai ereditato da tuo zio vero? Lui ha giocato nel Botafogo e nel Fluminense negli anni '50 e '60. Ma è il cognome, non il soprannome.

"Grazie per avermi dato la possibilità di fare quattro chiacchiere con voi di 90min. Sì sì, è il cognome. Un cognome che andava onorato perché siamo una famiglia di calciatori. Mio zio fu un grande centravanti negli anni '60. Giocò e fece parte di quell'attacco storico del Botafogo con Garrincha, Didì, Amoroso, Amarildo, Zagallo e Nilton Santos che era il terzino sinistro".

Sei nato a Brasilia il 5 luglio, quindi ha festeggiato il compleanno lo scorso fine settimana.

"Sì, sono 46. Mica male eh?! Il segreto è bere vino. Buon vino, buona acqua... non c'è altro rimedio".

La tua parentesi all'Udinese è stata fantastica. Quando vedo i tuoi post trovo molto interessante il fatto che tu ti identifichi moltissimo con i club in cui hai giocato. Quindi ogni volta che posti qualcosa sull'Udinese si sente che è un club rimasto nel tuo cuore. Come è nato il tuo legame con il club e come giudichi la tua esperienza in Friuli? Che poi è il posto in cui vivi ancora oggi.

"La città ha abbracciato sia me che la mia famiglia e mi ha fatto sentire subito a casa e al sicuro, ogni volta che vado in un post ricevo il rispetto e l'ammirazione della gente che ancora si prende cura di me per tutto quello che ho fatto per il club in cui ho giocato".

Dopo l'Udinese sei andato al Parma e c'è stato un infortunio che ha un pochino compromesso la tua avventura in gialloblù... Come hai vissuto il trasferimento? Fu un grande trasferimento, giusto?

"All'epoca, nel 1999, fu il trasferimento più caro della storia del calcio europeo. Stiamo parlando dell'equivalente di 40 milioni di euro nel '99. Arrivai dopo aver vinto la Copa America da imbattuto ed ebbi un infortunio al menisco. Sono arrivato a Parma dopo l'intervento e praticamente ci vollero quattro mesi per entrare in forma dopo l'operazione. Quando sono rientrato ho avuto un problema al tendine d'achille. Un'infiammazione che mi tenne fermo altri due mesi, quindi... In un anno, praticamente, ho giocato solamente sei mesi. Il secondo anno andò molto meglio. Iniziai la stagione facendo dei gol e poco a poco mi sono nuovamente adattato ai ritmi del campionato italiano e sono tornato ad aver fiducia dopo il grave infortunio... alla fine, grazie a Dio, è andato tutto bene. Sfortunatamente perdemmo in finale di Coppa Italia contro la Fiorentina. Però fu una stagione positiva in cui segnai e feci bene. Alla fine fui venduto al Borussia Dortmund. La stagione successiva, il passaggio al Borussia, fu un cambio importante per me, significò passare dal campionato italiano a quello tedesco che all'epoca stava iniziando il processo che lo ha portato ad essere un campionato importantissimo".

Possiamo dire che la Serie A in cui hai giocato tu era il miglior campionato del mondo e il più competitivo? Secondo te perché non è più così? Perché ha perso appeal nel corso degli anni?

"Direi che il calcio è rimasto un pochino indietro. Non si è andati al passo con i tempi. Altri Paesi, approfittando di una migliore situazione economica, hanno iniziato a costruire nuovi stadi, migliorando le proprie condizioni finanziarie e investendo nei settori giovanili. Poi hanno acquisito prestigio il campionato inglese, quello tedesco e quello spagnolo e la Serie A ha dovuto cedere lo scettro. Il calcio italiano invece non ha investito nei propri settori giovanili. io sono e sarò sempre un estimatore dei settori giovanili".

Come giudichi il tuo passaggio al Milan? Quali sono le sensazioni?

"Beh, credo che indossare quella maglia sia un sogno per qualsiasi calciatore. Arrivai al Milan nel momento sbagliato. Sarei potuto arrivare a Milano ad inizio stagione e invece arrivai a gennaio. Chiaramente se arrivi a gennaio, la stagione è già iniziata e ne risenti, ci sono già delle gerarchie, una formazione titolare e delle certezze tattiche. Sapevo che andare al Milan significava giocarsi il posto con attaccanti che volevano un posto in Nazionale per la Coppa del Mondo, come Inzaghi e Gilardino che volevano la convocazione con gli azzurri nel 2006. Alla fine vengono convocati entrambi e vincono il Mondiale. E quindi mi sono detto che... sarebbe stato difficile trovare spazio. Però c'era Ancelotti che mi conosceva e apprezzava le mie qualità e già quando era allenatore della Juventus mi voleva portare a Torino. Sfortunatamente non mi diede tanto spazio perché anche io potessi giocarmi le mie chance di giocare la Coppa del Mondo con la mia Nazionale. Credo che se nel 2006 fossi rimasto al San Paolo, anche io sarei andato ai Mondiali. O se al Milan avessi avuto lo spazio per mettere in mostra quel che avevo fatto vedere al San Paolo, avrei ottenuto la convocazione. Sfortunatamente in quei quattro mesi in Serie A non trovai la continuità necessaria per giocare il Mondiale e rimasi fuori dalla lista dei convocati".

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