I 23 centrocampisti più forti nella storia del calcio

Prossima0 / 23

Il vecchio adagio che le partite si vincono a centrocampo sta a metà strada tra il luogo comune e la banalità. È ovvio che il settore nevralgico è quello da cui partono le azioni da gol, e quello deputato a proteggere le difese dagli attacchi avversari. Per questo all’interno del macrocosmo “centrocampista” può essere compresa metà della storia del calcio. 


Così nella seguente classifica è stato necessario effettuare delle scelte, privilegiando coloro che hanno incarnato le caratteristiche degli universali. Insomma, i migliori esponenti di sempre nel ruolo di “tuttocampista”. 


Per ovvie ragioni non fanno parte dell’elenco le ali di una volta, da George Best a Bruno Conti, assimilabili agli attaccanti al pari dei numeri 10 leggendari come Maradona o Di Stefano, o geni indefinibili come Hidegkuti o Cruijff.


Prossima0 / 23
Prossima1 / 23

23. Gianni Rivera

È stato il primo Pallone d’oro italiano, il numero 10 nostrano più forte insieme a Valentino Mazzola, con il quale condivide il fatto di aver svolto l’intera carriera di vertice con una sola squadra. 


Le sue doti tecniche e carismatiche ne hanno fatto un simbolo per tre generazioni del calcio italiano, quelle che hanno attraversato l’epoca del debutto in Serie A, a neppure 16 anni con l’Alessandria nel 1958, fino allo scudetto della stella conquistato con il Milan nel 1979, il terzo della sua carriera, a 36 anni, appena in tempo per varcare la soglia delle 500 presenze in rossonero. 


In poche parole, un mito mondiale, dal ruolo indefinito. Perché capacità tecniche nel fornire assist e nel compiere dribbling e la capacità di leggere il gioco lo rendono forse il trequartista migliore di tutti i tempi, ma con 128 reti in Serie A può vantare anche una media realizzativa da centravanti. 


Re indiscusso al Milan, le alterne fortune in Nazionale ne hanno paradossalmente accresciuto la fama.


Prossima1 / 23
Prossima2 / 23

22. Michel Platini

Tre classifiche marcatori in Serie A, tre Palloni d’oro consecutivi, sette titoli con la Juventus in cinque stagioni, e un Europeo vinto alla guida di una delle Nazionali più forti di tutti i tempi. 


Ma soprattutto carisma a fiumi, lo stesso che gli ha permesso di capire in anticipo il momento giusto per ritirarsi, ad appena 32 anni, ma subito prima che fossero gli altri ad imporglielo, attraverso l’avvento di un calcio fisico che l’avrebbe costretto a correre. 


Perché fare metri sul campo, o almeno più di quelli necessari, è sempre stata l’ultima delle volontà di Le Roi, fin dai tempi del Mondiale ’82, quando l’Europa, in colpevole ritardo, si accorse del suo talento da uomo da squadra dal punto di vista tecnico e motivazionale, capace di impostare l’azione e di andare a concluderla con la media-gol di un attaccante. 


Unico o quasi nei calci piazzati, l’unico avversario che non è riuscito a battere è stata la Germania, che gli ha impedito per due volte di raggiungere la finale mondiale.


Prossima2 / 23
Prossima3 / 23

21. Zico

D’accordo, Maradona, Pelè, Platini e Di Stefano. Ma subito dopo c’è Zico. Quasi una condanna, seppur dolce, quella di Arthur Antunes Coimbra. 


Quella di essere considerato tra i primi cinque-sei calciatori di tutti i tempi, ma con due sfortune: essere stato connazionale di uno dei primi due, ed aver giocato nella stessa era dell’altro. 


Non abbastanza comunque per cancellare le tante imprese compiute sul campo, forte di una tecnica strabiliante, di una visione di gioco unica e di una capacità balistica sui calci piazzati che lo rende forse, almeno qui, il maggior specialista di sempre. in un’epoca in cui erano pochi i calciatori stranieri che lasciavano la propria patria. 


Non a caso Zico fu una bandiera intramontabile del Flamengo, in cui giocò per 18 stagioni complessive, inframmezzate dall’unica parentesi europea, quando, nell’estate 1983, decise di accettare la corte dell’Udinese


Aveva 30 anni, pochi in generale, ma abbastanza per capire che il meglio era andato, vista anche la delusione del Mondiale ’82, e che ci si poteva divertire. 



Prossima3 / 23
Prossima4 / 23

20. Juan-Alberto Schiaffino

Chi immagina un tackle scivolato non può che pensare che a “brevettarlo” sia stato un mediano, magari corretto e leale, ma pur sempre un mediano. 


Invece no: il merito va al più grande regista di tutti i tempi, il primo giocatore a trasformare il ruolo del creatore di gioco in un’arte, non necessariamente inferiore a chi il gioco lo finalizza. 


Questo è stato Pepe Schiaffino, soprannominato inequivocabilmente anche come "El dios del futbol", il più forte calciatore uruguaiano di tutti i tempi, leader indiscusso, e goleador, della Nazionale che violò il Maracanà nel Mondiale ‘50


Scienza calcistica allo stato puro: tecnica, corsa e precisione al tiro gli permettevano di segnare con la media di un attaccante, ma anche di individuare il pertugio dove infilare il pallone laddove gli umani vedevano uno spazio vuoto.


A 29 anni sbarcò in Italia, sua nazione d’origine, in tempo per vincere tre scudetti con il Milan.


Prossima4 / 23
Prossima5 / 23

19. Zinedine Zidane

Forte, anzi fortissimo. In grado di far vincere una partita da solo ai propri compagni: è successo nella finale Mondiale del ’98, quando Zizou collocò la sua Francia sul tetto del mondo grazie a due colpi di testa. 


Un paradosso per chi è passato alla storia grazie a capacità tecniche possedute da pochissimi al mondo, destro e sinistro tra i migliori di sempre. E quei tocchi di suola quasi unici. 


Ma successe anche nel quarto di finale del 2006, contro il Brasile. E tantissime volte con la Juventus. Ma Zidane, sangue algerino ma natali marsigliesi, poteva anche decidere di far perdere la propria squadra. 


Facendosi espellere, ad esempio, non riuscendo a controllare il proprio carattere da ribelle. Materazzi, ma non solo. 


Genio e sregolatezza di colui che sarà destinato a rivaleggiare in eterno con Platini per la palma di miglior francese di sempre. Uno ha vinto il Mondiale, l’altro, però, era più completo.


Prossima5 / 23
Prossima6 / 23

18. Valentino Mazzola

Chi lo ha visto giocare dal vivo assicura che solo Pelè e Di Stefano gli siano stati superiori. Quel che è certo è che Valentino Mazzola è stato un campione formidabile, e non solo perché un destino infame lo ha spostato troppo presto dalla storia per collocarlo nella leggenda


Tra i numeri 10 più forti di sempre, Valentino sapeva impostare e segnare, senza dimenticarsi di lottare a centrocampo con i compagni, forte di un fisico che lo renderebbe adatto anche al calcio d’oggi. 


Forse gli ultimi anni di carriera li avrebbe spesi all’Inter, che lo inseguiva da tempo, all’insegna di un destino che avrebbe poi visto il figlio Sandro entrare nel pantheon dei più grandi della storia nerazzurra. 


Ma è andata diversamente, così Valentino fa rima solo con Torino. Fu lui ad aggiungervi l’aggettivo Grande.


Prossima6 / 23
Prossima7 / 23

17. Gerson

Il più forte regista che il calcio brasiliano abbia mai avuto. 


Probabilmente Gérson De Oliveira Nunes non avrebbe potuto vincere un Mondiale da solo, ma è altrettanto vero che gli scatti in profondità del quadrilatero da sogno del Brasile 1970 sono stati esaltati dai lanci con il goniometro di questo centrocampista completo, dal fisico compatto, ma massiccio e resistente ai contrasti, in possesso di un piede sinistro che gli ha fatto meritare il soprannome eterno di “Canhotinha de ouro”. 


Dopo aver corso e pensato calcio per un decennio in una delle Nazionali più forti di tutti i tempi, la storia gli regalò la soddisfazione di essere nominato migliore in campo nella finale del Mondiale ’70 contro l’Italia: quella del volo di Pelè su Burgnich, o del super-gol di Carlos Alberto. 


Ma il migliore fu lui, a corredo di un’edizione in cui ben 15 dei 18 gol totali dei verdeoro partirono dal suo mancino.


Prossima7 / 23
Prossima8 / 23

16. Luis Suarez

Avete presente Pirlo, o se preferite per ragioni di nazionalità Xavi, e Iniesta? Ecco, mettetene insieme le caratteristiche ed avrete il centrocampista perfetto. La mezz’ala che fa il regista, e viceversa. 


Questo è stato Luis Suarez Bahamontes. Unico spagnolo a vincere il Pallone d’oro, nel 1960: anno non casuale, perché sarebbe dovuto essere quello del primo titolo europeo della Spagna, cancellato solo dal rifiuto imposto da Francisco Franco di far scendere in campo la squadra contro quella del regime sovietico. 


La rivincita arrivò quattro anni dopo, quando il talento di Suarez era già emerso in pieno a Barcellona. L’Inter si accorse subito del suo talento, pagandolo a peso d’oro. 


Fu qui che Helenio Herrera lo reinventò regista, facendolo correre meno. Lui ringraziò, facendo correre il pallone, e di conseguenza i compagni per perfetti contropiede.


Prossima8 / 23
Prossima9 / 23

15. Rivelino

Teoricamente, avendo svolto per gran parte della carriera il ruolo di ala pura, non avremmo dovuto inserirlo in classifica, ma l’eccezione può confermare la regola: in primo luogo perché Rivelino non ha segnato con la continuità di un attaccante, e poi per aver iniziato la carriera da trequartista


Ma al di là di qualunque dibattito sui ruoli, si sta parlando di uno dei più forti calciatori sudamericani di tutti i tempi, componente di quel quadrilatero offensivo con lo stesso Pelè, Tostao e Jairzinho che ha avuto pochi eguali nella storia, e che dominò i Mondiali ‘70


Passaggi decisivi, ma soprattutto dribbling ubriacanti: forte di una tecnica da campionissimo, Rivelino arrivò al punto di “brevettare” un tipo di dribbling, il Flip Flap, una sorta di doppio passo a 100 all’ora. 


E quando tutto era chiuso, c’era pronta la soluzione del tiro dalla distanza: potente e imprevedibile, come quello storico alla Cecoslovacchia nel mondiale messicano.


Prossima9 / 23
Prossima10 / 23

14. Nils Liedholm

Il soprannome Barone lo ha accompagnato per una vita, scandendone anche il passaggio a allenatore, più che mai adeguato per chi ha saputo portare in panchina il fair play, l’intelligenza calcistica e la personalità mostrate sul campo, oltre che il proprio credo calcistico, quello di un possesso palla capace di creare una vera scuola di pensiero. 


A 39 anni Liedholm era già assistente tecnico del Milan, la squadra che lo ha reso grande, ma che lui stesso ha condotto per la prima volta sul tetto d’Europa in tredici stagioni da calciatore. 


In Italia arrivò a 27 anni, nel 1949, un anno dopo l’oro olimpico con la Svezia che ha rivelato al mondo le sue qualità da regista essenziale: testa alta, incedere elegante e un radar nell’individuare il passaggio giusto da effettuare al compagno meglio smarcato. 


Con Nordahl ha formato una coppia affiatata, da oltre 300 gol, tra reti e assist del Barone e sigilli del Pompiere.


Prossima10 / 23
Prossima11 / 23

13. Andrea Pirlo

Vent’anni fa tutti erano pronti a giurare sul fatto che Pirlo sarebbe diventato il nuovo Rivera, il trequartista capace di segnare un’epoca. 


È andata diversamente, così per riscrivere la storia ci volle l’intuizione di un vecchio saggio della panchina come Carlo Mazzone, che ne arretrò il raggio d’azione. 


Dal 2000 Pirlo dispensa genialità dalla mattonella di centrocampo grazie a lanci telecomandati di 40 metri, uniti ad una tecnica nello stretto retaggio proprio del passato da numero 10, ma senza risparmiarsi nella fase di non possesso palla. 


Campione del Mondo di club e con la Nazionale, Milan e Juventus hanno goduto e lo fanno tuttora dei suoi slanci poetici, al pari dell’Italia, con la quale chiuderà dopo il Mondiale brasiliano. Il posto giusto per un congedo da ricordare.


Prossima11 / 23
Prossima12 / 23

12. Paulo Roberto Falcao

Il più classico dei registi bassi. Si tratta però solo di un tentativo di definire il vero ruolo di Falcao, una disciplina che ha impegnato senza successo tanti storici del calcio, alla fine concordi nel parlare di un universale.


Falcao è stato uno dei pochi centrocampisti arretrati della storia dotati di visione di gioco e velocità per impostare e concludere l’azione nell’area avversaria, forte di un’andatura regale e di una tecnica da attaccante. 


Insomma, un elemento che sarebbe andato benissimo nell’Olanda del calcio totale, ma che invece pagò a caro prezzo la vacuità dei Brasile di cui ha fatto parte, quello del 1982


La rivincita arrivò l’anno dopo, con lo storico scudetto a Roma che gli è valso il titolo di ottavo re. Parzialmente offuscato solo da quel rifiuto di calciare il rigore nella finale contro il Liverpool.


Prossima12 / 23
Prossima13 / 23

11. Andrès Iniesta

Il Pallone d’oro non lo vincerà mai, perché se non è bastato neppure segnare il gol decisivo nella finale di un Campionato del mondo, è difficile pensare che la sorte conceda un’altra occasione, che coincida magari con una stagione deludente di Leo Messi


Pazienza, non è da questi particolari che si giudica un giocatore. Soprattutto se il giocatore in questione viene soprannominato Illusionista. 


Fa la mezzala, ma ricopre senza problemi pure il ruolo di esterno di un tridente e, perché no, potrebbe anche fare il falso centravanti. 


Il fisico non è eccezionale, ma tecnica, velocità di pensiero e di gambe lo rendono tra i migliori centrocampisti di tutti i tempi. 


Ha appena rinnovato a vita con il Barcellona. Per vedere se un giorno riuscirà a finire davanti a Messi…


Prossima13 / 23
Prossima14 / 23

10. Pavel Nedved

Il prototipo del calciatore moderno. Non a caso Nedved si è imposto nel campionato italiano, il palcoscenico ideale dove mettere in evidenza i requisiti atletici e tecnici chiesti al pedatore del XXI secolo. 


Esterno offensivo dotato dell’imprevedibilità e del senso del gol di un attaccante, il suo anno d’oro fu il 2003, quello del Pallone d’oro, che coincide paradossalmente con quello del rimpianto più grande. 


Perché Pavel ha ammesso più di una volta che avrebbe rinunciato al riconoscimento personale per poter condividere con i compagni la vittoria in Champions League.


La stessa che la sua Juventus vide svanire ai rigori contro il Milan anche a causa dell’assenza del proprio leader carismatico, bloccato da una squalifica dovuta a un’ammonizione al termine della semifinale contro il Real Madrid, probabilmente la miglior partita della carriera. 


E invece l’alloro continentale rimarrà una chimera, simbolo di una carriera che a livello di titoli europei ha trovato sbocco solo con la Lazio, viste le delusioni assommate anche con la Nazionale ceca.


Prossima14 / 23
Prossima15 / 23

9. José Luis Andrade

Gli archivi del calcio lo inseriscono alla voce “mediano”. 


Ma al pari di Obdulio Varela nell’edizione 1950, i suoi compiti andarono ben oltre quelli del semplice raccordo tra i reparti.


 Andrade è stato il giocatore di colore più forte della sua generazione, al punto da meritarsi il soprannome sempiterno di "Maravilla Negra", nel quale era unita la sottolineatura della sua qualità e lo stupore di fronte al fatto che per la prima volta alla potenza del black power si coniugassero qualità tecniche di primo piano. 


Andrade fu una pedina insostituibile nell’Uruguay che fece incetta di titoli sul finire degli anni ’20: due Olimpiadi e il primo Mondiale della storia. 


Un prodigio di cui purtroppo la storia non conserva immagini, e cui il destino non ha voluto bene, facendolo morire malato e in povertà in giovane età (56 anni). Proprio come Varela.


Prossima15 / 23
Prossima16 / 23

8. Raymond Kopa

Insieme a Just Fontaine ha rappresentato la coppia di giocatori francesi più famosi prima dell’era moderna: non a caso la sua Francia si arrese solo al Brasile nella semifinale del Mondiale ’58, l'anno in cui Raymond fu il primo francese a vincere il Pallone d'oro


La sua squadra del destino è stata il Real Madrid: lo squadrone di Di Stefano e Puskas infatti vinse proprio contro lo Stade De Reims guidato da Kopa la seconda delle cinque Coppe Campioni consecutive a metà anni ’50. 


Ma tanto il presidente Bernabeu che i grandi vecchi dello spogliatoio dei blancos capirono che proprio la tecnica unita al dinamismo di Kopa era quello che mancava alla linea mediana dello squadrone spagnolo. 


L’acquisto fu immediato: Raymond rimase in Spagna solo tre anni, abbastanza per partecipare attivamente agli altri tre trionfi continentali, uniti a due titoli spagnoli, fornendo il proprio contributo prezioso nel raccordo dei reparti.


Prossima16 / 23
Prossima17 / 23

7. Johan Neeskens

L’alter ego di Cruijff. L’Olanda anni ’70 ha cambiato la storia del calcio, ma al netto delle idee rivoluzionarie di Rinus Michels, non tutti i calciatori di quel gruppo, importato in massima parte dall’Ajax che aveva appena finito di dominare la scena europea, presi singolarmente erano dei campioni assoluti. 


Neeskens sì: era lui l’unico giocatore capace di parlare un linguaggio tecnico quantomeno simile a quello del “poeta” Cruijff. 


Da qui il soprannome “Johan II”, e da qui l’inevitabile decisione di seguire l’amico anche nell’avventura a Barcellona. Le caratteristiche erano ovviamente diverse, ma furono più che funzionali alle necessità dell’Arancia Meccanica. 


Perché Neeskens è stato un universale di centrocampo: trequartista dal piede fatato, ma anche faticatore, e picchiatore, dotato di una resistenza che lo renderebbe perfetto anche per il calcio di oggi. 


Il tutto senza trascurare la potenza del suo tiro dalla distanza e le doti acrobatiche nonostante i 175 cm d’altezza.


Prossima17 / 23
Prossima18 / 23

6. Xavi

Meglio lui o Pirlo? In Spagna il vero dibattito è un altro, e pone in ballottaggio la mente del Barcellona attuale con quella dei blaugrana anni ’60, quel Luis Suarez che in verità in Catalogna giocava da interno, alla Iniesta tanto per capire, e che solo all’Inter divenne un play. 


Difficile paragonare ere calcistiche e velocità diverse, ma il paragone regge, perché nessuno dei due calciatori ha fatto della velocità la propria arma migliore, surrogando con la qualità di sapere prima degli altri dove imbucare verso la porta il compagno di squadra meglio piazzato. 


Xavi non ha la bravura di Pirlo nei lanci lunghi, ma pensare al ciclo vincente del Barça senza di lui è come immaginare il Louvre senza la Gioconda.


Prossima18 / 23
Prossima19 / 23

5. Clarence Seedorf

Il cammino è ancora lungo, ma se la fiducia nelle proprie capacità non sfocerà in presunzione, l’allenatore del Milan può sperare di ripercorrere in panchina i passi della propria leggendaria carriera da centrocampista.


Le quattro Champions League vinte con tre squadre diverse sono state la conseguenza della capacità di farsi scegliere al momento giusto dalle squadre più forti del mondo. 


Interno o trequartista, ha cambiato cinque squadre, concludendo in Brasile, evoluzione naturale per il più sudamericano degli interni olandesi di tutti i tempi. Il suo verbo calcistico infatti è lontano da quello del calcio totale.


In campo Seedorf ha regalato giocate di classe e gol spettacolari, alternandoli a qualche pausa di troppo, figlia di un’autostima molto alta, giustificata da un’intelligenza calcistica sopra la media, che lo faceva ritenere autorizzato ad estraniarsi dalla partita per molti minuti. Salvo farsi perdonare con giocate da fuoriclasse.


Prossima19 / 23
Prossima20 / 23

4. Lothar Matthäus

È stato l’anello di congiunzione tra due ere del calcio tedesco, unendo la solidità tattica che rese grande la Germania negli anni ’70, alla fantasia, la tecnica e la potenza. 


Un numero 10 sui generis, non a caso capace di chiudere la carriera da libero, forte di una tecnica ed una visione di gioco con pochi eguali. 


Matthäus vanta due primati difficilmente battibili per il calcio teutonico, quello di presenze in Nazionale e di mondiali disputati, addirittura cinque. 


Non poteva che essere lui allora il primo simbolo della Germania post-muro e il primo giocatore capace di sollevare un trofeo che unisse le due anime della nazione separate per oltre 40 anni. 


Successe l'8 luglio 1990 al cielo di Roma, in quell’Italia che lo ha fatto conoscere al mondo calcistico dopo gli esordi al Bayern Monaco. 


Leader tecnico e carismatico dell’Inter di Trapattoni, ha pagato solo il rapido declino del club nerazzurro.


Prossima20 / 23
Prossima21 / 23

3. Frank Rijkaard

Viene considerato uno dei primi esempi di centrocampista moderno, ma in anticipo di oltre vent’anni rispetto a colui che oggi sembra ricalcarne le orme, quel Paul Pogba, al quale giovane età, maggior resistenza e superiori mezzi tecnici paiono poter assicurare una carriera ancora migliore. 


Ma il contributo dato da Rijkaard all’evoluzione del ruolo non può essere sottovalutato. 


Dotato di lunghe leve eppure veloce tanto nel breve quanto in progressione, la sua carriera è stata nobilitata dai tanti trionfi ottenuti con il Milan, uno dei quali firmato in prima persona, la finale di Coppa Campioni ’90 con quell’inserimento vincente contro il Benfica


Un manifesto del suo calcio, che lo ha visto aprire e chiudere la carriera ad alti livelli nel ruolo di difensore centrale, all’Europeo 1988 e poi all’Ajax, dove tornò riuscendo a vincere la seconda Coppa Campioni della carriera, proprio contro il Milan.


Prossima21 / 23
Prossima22 / 23

2. Kakà

Un po’ trequartista e un po’ numero 5 alla Falcao, ma con in più un cambio di passo che lo ha reso per un certo periodo il più forte trequartista del mondo. 


Solo che quel periodo è stato troppo breve per permettere a Kakà di essere inserito tra i migliori “numeri 10” di sempre. 


Il problema può essere aggirato considerando Ricky, Pallone d’oro 2007, un giocatore più universale, meno punta e più centrocampista, quello che nell’epoca d’oro del Milan ancelottiano sapeva spaccare in due le difese abbinando come pochi al mondo la tecnica alla velocità


Oggi quel giocatore è un ricordo sbiadito, sul quale gravano le colpa, non solo sue, di aver fallito a Madrid, e di non aver davvero mai inciso in Nazionale: troppo giovane per sentire proprio il Mondiale 2002, annegato con i compagni quattro anni dopo.


Prossima22 / 23
23 / 23

1. Teofilo Cubillas

La qualifica di miglior giocatore peruviano non può ovviamente bastare per inserirlo nella top list. Ma Cubillas è stato tra i più forti trequartisti della storia, per senso del gol, ma anche varietà di colpi, potenza e visione di gioco. 


È tra i primi cannonieri della storia del Campionato del Mondo, pur favorito dal'aver disputato solo due edizioni ed aver segnato tanto, in particolare nell'edizione '78, quando però dopo aver imposto il pareggio ad un'Olanda decadente, crollò insieme al resto della squadra al cospetto di Brasile e soprattutto Argentina, partecipando alla partita-farsa che spianò la strada ai padroni di casa. 


Bandiera dell'Alianza Lima, ha sempre mancato l'affermazione a livello europeo: brevi e poco convincenti le parentesi al Basilea e al Porto, dove pagò la lentezza del proprio stile di gioco sudamericano

23 / 23