I 25 migliori difensori di tutti i tempi

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La seguente lista dei migliori difensori della storia non presume di sostituirsi alle tante graduatorie stilate dagli istituti di statistica, o dalla Fifa stessa, ma semplicemente di spazzare via i luoghi comuni, quello secondo cui i difensori di una volta si attaccavano alla maglietta dell’attaccante e gli rifilavano qualche calcio. 


Non è mai stato così, neppure quando le telecamere erano molto meno rispetto a oggi. Anzi, oggi i difensori di un tempo non esistono più. Quelli che guardavano l'uomo, e non il pallone


Quelli che inventarono la figura del fluidificante, o quelli che sublimarono la poesia del ruolo del libero. Estinta con i suoi ultimi rappresentanti, salvo tornare di moda "mascherata" nel calcio italiano di oggi.


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25. Paolo Maldini

MILAN, ITALY - FEBRUARY 15: AC Milan Defender Paolo Maldini in action during FC Inter Milan v AC Milan - Serie A match on February 15, 2009 in Milan, Italy.  (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Terzino destro nel settore giovanile del Milan, poi sinistro per vent’anni, infine difensore centrale di qualità ed intelligenza calcistica superiori. 


Tutto questo e molto di più è stato Paolo Maldini, il più forte ed eclettico difensore del calcio moderno, capace di unire fisicità, velocità e duttilità tattica ad una tecnica di ottimo livello, che gli ha permesso di esprimersi indifferentemente con entrambi i piedi. 


Poi, quando il fiato si è fatto più grosso, ecco lo spostamento al centro della difesa, che gli è valso un allungamento di carriera fino ai 41 anni


Sufficiente per diventare il marcatore più anziano in una finale di Champions, nella maledetta notte di Istanbul, ma non per ottenere il sospirato Pallone d’oro e neppure la soddisfazione che avrebbe meritato in Nazionale, di cui è stato per un decennio primatista di presenze. 


Due argenti e un bronzo tra Mondiali e Europei. Arrivare fino al 2006 era troppo anche per lui.


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24. Gaetano Scirea

Un modello, dentro e fuori dal campo, trasformato troppo presto in leggenda da un destino crudele


Pensare che allenatore sarebbe divenuto Gae strugge al pari del ricordo di una carriera piena di titoli, iniziata nel fertile vivaio dell’Atalanta e poi proseguita solo alla Juventus, club di cui ha incarnato forse l’ultimo esempio del famoso "stile-Juve". 


È stato il più forte libero della storia del calcio, interpretandone il ruolo in chiave moderna: sicuro nel guidare da dietro la difesa, i suoi mezzi tecnici fuori dal comune lo portavano spesso a salire palla al piede, per trovare la soddisfazione del gol o per chiedere triangolo ai compagni.


Come successo nella storica azione del terzo gol italiano nella finale del Mundial ’82, apoteosi di una carriera che non l’ha visto mai espulso, né protagonista di falli o proteste sopra le righe. Una leggenda che vive ancora.


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23. Franz Beckenbauer

Considerare Kaiser Franz solo un “difensore” è un insulto alla sua intelligenza calcistica, eppure proprio questo fu il ruolo in cui l’attuale presidente onorario del Bayern Monaco si affermò a partire dal 1967 e fino al 1979, dopo gli esordi da mediano difensivo, ma votato all’impostazione. 


Mezzi tecnici, ma anche personalità e carisma, gli stessi che gli permisero di segnare il gol decisivo all’ultimo minuto della prima delle tre finali di Coppa Campioni consecutive vinte dal club bavarese.


E gli stessi che gli permisero di concludere in campo la storica semifinale del Mondiale ’70 contro l’Italia, con quel braccio al collo che è leggenda. 


Così come la sua carriera di allenatore: due Mondiali da c.t., con un secondo ed un primo posto, primo a vincere il Mondiale da giocatore e commissario tecnico.


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22. Franco Baresi

Il destino in un nome. Franco come Beckenbauer: stesso ruolo, stessa regalità nel proteggere la difesa da dietro e poi trasformarsi nel primo regista della squadra. 


Ma con qualcosa di più, la capacità di essersi adattato al passaggio dalla marcatura a uomo alla zona, che l’ha costretto ad alzare il raggio d’azione trasformandosi con Sacchi in un implacabile elastico della miglior macchina da fuorigioco della storia. 


Senza evitare, quando necessario, interventi provvidenziali da marcatore vecchio stile, gli stessi che gli permisero di entrare tra i 22 del Mundial ’82 a soli 21 anni. 


Baresi è stato l’unico giocatore capace di passare in sette anni dalla Serie B  al Camp Nou di Barcellona, dove alzò al cielo da capitano la terza Coppa dei Campioni milanista, prima dopo 28 anni di digiuno. 


Impresa che non gli riuscì causa squalifica nel ’94, e neppure pochi mesi dopo in Nazionale, dove il sogno del secondo Mondiale si è infranto tra le lacrime del rigore sbagliato a Pasadena.


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21. Djalma Santos

Di professione ha fatto il terzino, e con risultati eccellenti. Ma nel cuore è stato altro. 


Ad esempio, pioniere del ruolo di fluidificante, con quelle discese infinite concluse da cross perfetti. 


Djalma Santos fu nei fatti anche regista arretrato delle tre squadre in cui militò: Portoguesa e Palmeiras, di cui è stato una bandiera con 500 presenze per ciascun club, per una carriera terminata a 40 anni, oltre ovviamente al Brasile, di cui è stato colonna per 13 anni, fermandosi a 99 presenze ma rendendosi protagonista a destra di un’accoppiata irripetibile con Nilton Santos dalla parte opposta. 


Pur senza mai dimenticarsi di essere un difensore, attento ma corretto, nei fatti Djalma è stato un’ala, forte di una tecnica imbarazzante per chi doveva stazionare a 100 metri dall’area avversaria, ma espressa attraverso dribbling mozzafiato, quanto pericolosi. Ma ovviamente sempre riusciti.


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20. Fabio Cannavaro

Tutto quello che la generazione che l’ha preceduto avrebbe voluto essere. Capitano di una Nazionale italiana sul tetto del mondo, e Pallone d’oro


Laddove Maldini e Baresi non sono riusciti ad arrivare: le due bandiere milaniste non erano certo inferiori a Fabio sul piano tecnico, ma più semplicemente Cannavaro è stato il prototipo del difensore moderno: non massiccio, ma muscolare e esplosivo, forse primo al mondo nell’anticipare il centravanti avversario, pur non marcandolo a uomo. 


E che dire di quell’elevazione che, a dispetto di un’altezza normale, lo rendeva insuperabile nel gioco aereo in entrambe le aree? 


Il 2006 come anno di grazia, ma meno lineare è stata la sua carriera nei club: troppo giovane per vivere l’epopea del Napoli di Maradona, eterno piazzato a Parma, fuori ruolo all’Inter, spazzato via da Calciopoli alla Juventus. Chiude al Real Madrid.


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19. Cafu

Ha rinverdito i fasti dei grandi fluidificanti della storia brasiliana, con in più la soddisfazione di riuscire ad alzare al cielo da capitano una delle due Coppe del Mondo vinte col Brasile. 


Tutto questo sempre con il sorriso sulle labbra. Cafu è semplicemente il difensore più vincente della storia, essendo riuscito a mettere in bacheca anche due Mondiali per club più quattro titoli nazionali tra San Paolo, Roma e Milan


Più un primato tutto personale, quello di essere riuscito a disputare tre finali mondiali consecutive tra il ’94 e il 2002. 


Roba che neanche Pelè. Bravo e fortunato, Cafu, a farsi acquistare dalle squadre più forti del momento, ma anche devastante su quella fascia destra arata per migliaia di volte, con, al termine, cross che sembravano essere usciti da un’ala consumata. 


Al punto da meritarsi l’emblematico soprannome di Pendolino.


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18. Bobby Moore

Una statua bronza che lo raffigura compare davanti a Upton Park, da una vita lo stadio del West Ham, al punto che nessun tifoso degli hammers accetterebbe l’idea di trasferirsi al nuovo Olimpico senza che la sua sagoma continui a sovrintendere dall’alto alle imprese dei rosso azzurri. 


Universalmente riconosciuto come il difensore-gentiluomo, seppe unire alla sportività l’eleganza sul campo, che lo rende tuttora tra i migliori di sempre nella specialità dell’anticipo, rigorosamente senza ricorrere al fallo. 


Le soddisfazioni che non gli ha dato il suo club, di cui è stato bandiera per 17 anni vincendo solo una FA Cup, le ha ottenute in Nazionale, risultando decisivo nel titolo mondiale del ’66, ottenuto appena due anni dopo aver sconfitto il cancro. 


Suoi due assist ad Hurst nella finale contro la Germania.


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17. Nilton Santos

Come si fa a considerare un “semplice” difensore colui che è passato alla storia col nome di "Enciclopedia", tra i pochi eletti capaci di vincere, e da protagonista, due Mondiali consecutivi (58-62), e non solo grazie all’”aiuto” di Pelè? 


Ma la sua grandezza risiede proprio nel nomignolo che ha saputo conquistarsi sul campo, e che lo ha reso inteprete di un ruolo sublimato in Italia, sempre sulla sinistra, da Giacinto Facchetti. 


Rispetto alla bandiera dell’Inter, Nilton Santos poteva vantare una tecnica ancora superiore, che non inficiò le spiccate qualità difensive. 


Merito di un fisico possente, di una tecnica da ala, e di un’intelligenza tattica che lo rese re degli anticipi, riuscendo a capire prima degli altri dove gli avversari avrebbero mandato il pallone. 


Giocatore d’altri tempi, legò il proprio nome ad una sola squadra, il Botafogo.


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16. Giacinto Facchetti

La risposta italiana ai grandi terzini brasiliani, che negli anni ’60 inventarono il ruolo del fluidificante, di cui Facchetti è stato un pioniere nel nostro calcio. 


Forte di qualità tecniche da attaccante, che gli permisero di segnare oltre 80 reti in carriera, Facchetti ha legato la propria carriera a due soli colori, il nero e l’azzurro. 


Mescolati tra loro, per divenire simbolo, a dispetto della giovane età, della Grande Inter di Herrera, quella che seppe unire ad una feroce attenzione difensiva la forza dirompente dei contropiede orchestrati dalle sue discese sulla sinistra. 


Solo in azzurro invece è stato capitano della Nazionale più forte del dopoguerra, quella che, esaltata dal talento di Riva e Rivera, si fermò solo davanti a Pelè, dopo aver vinto in casa l’Europeo ’68


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15. Ruud Krol

La sua presenza non avrebbe potuto essere scissa da quella di Wim Suurbier. Perché proprio il rendimento di Wim, tra i migliori terzini destri di sempre, costrinse Krol a cambiare posizione in campo. 


A conti fatti, una fortuna, visto che dopo i primi anni da esterno sinistro, Ruud si impose come uno dei liberi più forti di sempre. 


Non aveva la tecnica di Beckenabauer, eppure seppe forse essere superiore a tutti per la personalità mostrata sul campo, sfoggiata da quella posizione arretrata e privilegiata da cui poté assistere alla rivoluzione attuata da Michels. 


Terzo nel Pallone d’oro 1979, a 31 anni si rimise in discussione a Napoli, dove sfiorò uno storico scudetto nel 1981 e dove è tutt’oggi ricordato come uno degli stranieri più forti visti al San Paolo.


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14. Antonio Cabrini

Con le difese a tre che vanno di moda oggi in Italia, avrebbe potuto continuare a giocare fino a 40 anni. Le sue sgroppate sulla fascia sinistra farebbero comodo a tutti, Juventus e Nazionale, che 25 anni dopo il suo ritiro non sono ancora riuscite a trovare un degno erede


Perché uno forte come Cabrini nel suo ruolo potrebbe anche non nascere più. 


La sua carriera è stata lunga e prodigiosa: entrato in maniera dirompente nel giro azzurro a 20 anni alla vigilia del Mondiale ’78, s’impose subito grazie al mix tra velocità, puntualità nel proporsi in avanti e precisione al cross, forte di un piede sinistro educato come pochi altri nella storia del calcio. 


Un piede che lo tradì solo nella finale mondiale 1982, per un rigore sbagliato ininfluente, che non ha offuscato il prosieguo della carriera, trascorso a conquistare titoli a valanga. 


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13. Carlos Alberto

Definirlo l’erede dei grandi fluidificanti brasiliani degli anni ’50-60 sarebbe eccessivo, eppure nel suo palmares mancano pochi allori.


C’è una lunga sequenza di titoli ottenuti con il Santos, club che lo ha visto per nove stagioni fianco a fianco di Pelè, poi seguito anche al Cosmos, ma c’è soprattutto il Mondiale, vinto nel 1970 da capitano grazie ad una serie di prestazioni memorabili, suggellate dall’ultimo gol della manifestazione in ordine temporale, quello del 4-1 che chiuse definitivamente la finale contro l’Italia. 


Una rete che fu il manifesto del calcio di questo terzino potente e tecnico, capace di finalizzare con freddezza da attaccante una spettacolare azione in velocità della sua squadra. 


All’epoca Carlos Alberto era l’esterno più forte del mondo. Ed è rimasto tra i primi della storia.


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12. Alessandro Nesta

Nesta & Cannavaro. Cannavaro & Nesta. Da qualunque parte la si legga, è questa la coppia di difensori centrali italiani più forte e compatibile di sempre. 


Implacabile in marcatura, Fabio, vero stopper vecchio stampo, regale nel coordinare il reparto, e perfetto nella lettura di ogni situazione, Alessandro. 


Ma a differenziarli è stato il resto della carriera: uno ha potuto contare su un fisico perfetto, l’altro ha dovuto combattere contro la jella di gravi infortuni alle ginocchia, che l’hanno colpito sempre in maglia azzurra. Nel ’98, e nel 2006, quando fu costretto ad arrendersi alla seconda partita della cavalcata. 


Quel titolo mondiale lo sente poco suo, ma la sua classe infinita ha trovato giustizia nei tanti successi ottenuti tra Lazio e Milan, di cui ha saputo essere alfiere nelle ere più vincenti di entrambi i club.


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11. Roberto Carlos

Il manifesto della sua carriera è quella punizione alla Francia in un torneo pre-mondiale del 1997, da molti definita il piazzato più spettacolare della storia del calcio.


Una parabola dotata di una potenza sovrumana, pur scoccata solo con le celebri “tre dita”, capace di assumere una traiettoria impossibile da leggere e prevedere per il “povero” Barthez, e destinata a finire dentro alla rete. 


Al pari degli altri 60 palloni calciati da fermo da Roberto Carlos, capace di incarnare per quasi vent’anni il prototipo del fluidificante 2.0, capace cioè di unire velocità e tecnica nel dribbling ad un’ottima visione di gioco. 


Per collocarlo nell’Empireo gli è mancata solo una fase difensiva all’altezza, quella che gli fu fatale all’Inter, pur in seguito migliorata grazie a Fabio Capello nella lunga militanza al Real.


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10. Daniel Passarella

Il soprannome Caudillo vale per un’intera carriera. Carisma allo stato puro, leadership da libero vecchio stampo e sangue caldo quello del capitano dell’Argentina campione del Mondo nel 1978, in un’edizione da dimenticare per tutti, tranne evidentemente per chi in quel mese ebbe la forza di dimenticare gli orrori accaduti fuori dal campo. 


Lo stesso sangue caldo che lo portò a scontrarsi con Diego Maradona, artefice secondo la leggenda della sua esclusione dalla formazione titolare nel Mondiale ’86, che comunque non impedì a Daniel di fregiarsi del doppio titolo iridato


E, infine, lo stesso sangue caldo che gli italiani hanno imparato a conoscere nelle sei stagioni vissute in Serie A, equamente divise tra Fiorentina e Inter, dopo i sette titoli vinti al River Plate: nessuna vittoria, la brutta storia del calcio al raccattapalle, ma pure 12 gol, sui 178 realizzati in carriera. 


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9. Josè Santamaria

Anche le squadre più forti di tutti i tempi, quelle con il potenziale offensivo più devastante, avevano bisogno delle proprie certezze. 


Forzando un po’ il concetto, si potrebbe sostenere che Di Stefano e Puskas erano più tranquilli sapendo che gli attaccanti avversari, pur non avendo la loro tecnica, erano destinati a sbattere contro il muro umano rappresentato da Santamaria. 


Uruguaiano di nascita, ma spagnolo di adozione, José si mise in luce con la Celeste al Mondiale ’54, e poi divenne colonna insostituibile del Real Madrid del ciclo d’oro, pur arrivando solo all’età di 28 anni, e alla terza delle cinque Coppe Campioni vinte consecutivamente tra il ’56 ed il ’60. 


Classe, eleganza e potenza, è stato uno dei primi stopper del calcio moderno. Ha disputato l’Europeo 1960 con la Spagna, allenandola al Mondiale 1982.


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8. Lilian Thuram

Difensore centrale insuperabile nella Francia campione di tutto, terzino destro nelle squadre di club. 


Questa la strana dicotomia, quasi unica nella storia del calcio ad alti livelli, cui si è dovuto sottoporre Thuram, universalmente riconosciuto tra i difensori più forti ed intelligenti di sempre. 


Non solo per il suo impegno sociale nel post-carriera, ma proprio grazie alla sua capacità di adattarsi a contesti tattici molto diversi: in patria, nella storica accoppiata Mondiale-Europeo 98-00, formò una coppia centrale perfetta con Blanc, chiamata a dare solidità ad una squadra di stampo offensivo, ma con licenza di segnare. 


Due i gol di Thuram in Nazionale, entrambe nella semifinale mondiale '98 contro la Croazia. Gli sportivi italiani, dove ha sviluppato quasi tutta l’intera carriera tra Parma e Juventus, lo hanno invece apprezzato come esterno basso dedito quasi solo alla fase difensiva, ma molto difficile da superare in dribbling e soprattutto in velocità.  


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7. Ronald Koeman

Duttilità, tecnica e potenza. D’altronde il soprannome Rambo non è da tutti, come ben ricorda Gianluca Pagliuca, trafitto al 120’ dal missile di destro con cui il numero 4 del Barcellona consegnò ai blaugrana la prima Coppa Campioni della loro storia, nel 1992, apice del Dream Team di Cruijff. 


Fu uno dei 207 gol realizzati in carriera da Koeman, record assoluto per un difensore. 


Ma ricordare le sue gesta sportiva solo per la media realizzativa, dovuta per la quasi totalità ai calci da fermo, sarebbe riduttivo vista l’intelligenza tattica che in 17 anni di carriera gli hanno permesso di giocare da terzino, libero ed anche mediano davanti alla difesa. 


Oltre che quella del Barcellona, ha indossato le maglie di tutte le grandi d’Olanda, Ajax, Psv e Feyenoord, e partecipato alla marcia trionfale dell’Olanda ad Euro ’88.


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6. Laurent Blanc

Di lui si è sempre detto che era un allenatore in campo, forte del suo ruolo, quello di libero staccato poi evolutosi in difensore centrale moderno in anticipo sui tempi, implacabile in marcatura e fondamentale nella costruzione del gioco. 


Ma in attesa di ottenere sulla panchina le soddisfazioni che finora sono arrivate ad intermittenza, Blanc potrà mostrare ai giocatori più giovani del suo Paris Saint Germain con quale sicurezza abbia saputo comandare i compagni di squadroni come Barcellona (storico tris di Coppe nel ’97) e Manchester United


Con in mezzo esperienze al Napoli, all’Inter ed all’Auxerre. 


Ha vinto dappertutto, tranne che in nerazzurro, segnando parecchio. Ma la gloria è arrivata in Nazionale, in quell’estate 1998 in cui si consacrò personaggio: dal bacio apotropaico sulla testa di Barthez al golden gol al Paraguay, per un ottavo decisivo come una finale.


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5. Paul Breitner

Tra i cardini del Bayern Monaco che dominò il mondo all’inizio degli anni ’70, la sua è stata una carriera costantemente sulla cresta dell’onda. 


Difensore dotato di intelligenza tattica superiore, unita ad una ferrea attenzione in marcatura con la quale supplì ai limiti fisici, a fine carriera Breitner si spostò a centrocampo, senza sfigurare. 


In questo ruolo segnò l’inutile gol del 3-1 nella finale Mondiale del 1982, bis mancato del trionfo del 1974. Ma Breitner fu personaggio anche fuori dal campo: come quando, nel pieno della carriera, scelse di trasferirsi all'Eintracht Braunschweig.


O come quando, politicamente schierato a sinistra, tra look e scomode prese di posizione, contraddisse il proprio personaggio con il passaggio al “poco democratico” Real Madrid, dimenticato dai fans del Bayern solo dopo il ritorno all’ovile al termine di una carriera che lo ha visto indossare solo tre maglie.


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4. Claudio Gentile

Il luogo comune che lo definisce tra i difensori più violenti di tutti i tempi è stato smascherato dai tanti fuoriclasse che ha dovuto marcatore, da Zico fino a Maradona, protagonista dello storico “strappo” della maglia al Mundial ’82. 


Determinato, a tratti rude, ma mai violento. Non a caso in carriera “Gheddafi”, nomignolo originato dalle origini libiche, ha subito una sola espulsione per doppia ammonizione. 


E se in Italia si può usare l’alibi degli arbitri permissivi, nelle Coppe e in Nazionale il ritornello non funziona. 


La verità è che Gentile è stato un classico esempio del difensore anni ’70, implacabile sull’uomo e concentrato per 90’. Come oggi non ne esistono quasi più. 


Al suo palmares invidiabile nelle 11 stagioni vissute alla Juve è mancata solo la Coppa Campioni, vinta quando Claudio era volato a Firenze.


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3. Marius Tresor

Bandiera dell’Olympique Marsiglia, è stato, con Wim Anderson, tra i primi difensori di colore di livello mondiale. Insieme allo sfortunato Jean-Pierre Adams, in stato vegetativo da 32 anni dopo un’operazione al ginocchio, Tresor ha invece rappresentato la cerniera centrale insuperabile della prima grande Francia del dopoguerra, quella di cui ha indossato anche la fascia di capitano


Eppure nonostante tanta solidità ed il talento di Michel Platini, al Mundial ’82 i galletti si fermarono al terzo posto, al termine di un’epica semifinale contro la Germania, condizionata dal grave infortunio a Battiston, ma nella quale Tresor disputò una delle migliori partite della carriera. 


Solo l’età gli impedì di raccogliere la meritata soddisfazione del titolo europeo del 1984, in casa, parzialmente lenita nello stesso anno dall’unico titolo della carriera, la Ligue 1 con il Bordeaux.


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2. Phil Neal

Chiedendo preventivamente scusa a Paolo Maldini e a tutti i suoi ammiratori, Neal potrebbe essere definito un anticipatore del fortissimo terzino rossonero, pur essendo nato ben 17 anni prima. 


Al contrario di Paolo, infatti, Phil iniziò la carriera su una fascia, a sinistra, salvo poi affermarsi dall'altra parte tra le principali bandiere della storia del Liverpool.


L’interpretazione del ruolo non fu troppo diversa, visto che Neal svolse sì le funzioni di difensore, ma anche quelle di fluidificante nel calcio moderno che tanto piaceva al suo allenatore Bob Paisley, che individuò proprio Neal tra i primi rinforzi del suo squadrone, che giocò cinque finali di Coppa Campioni tra il ’77 e l’84.


Neal fu l’unico dei sempre presenti, segnando in due occasioni, entrambe a Roma, tra cui il punto del pareggio del 1983 dopo il gol di Pruzzo. Non a caso, fu tra i difensori più prolifici del calcio inglese, con 41 reti.


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1. Wim Suurbier

Nella geniale e rivoluzionaria Olanda anni ’70 in cui tutti facevano tutto, Suurbier era il padrone assoluto della zona di destra


Partendo dalla difesa, il suo primo compito era quello di spingere, facendo leva sulla propria corsa e velocità, le stesse che spinsero l’amico Krol a cambiare fascia, prima di reinventarsi libero. 


Ma non solo, perché le esigenze dell’Arancia Meccanica portarono Suurbier ad improvvisarsi anche mediano e interno di centrocampo, pur in fase difensiva.


Perché in un gruppo di talenti puri, Wim non eccelleva nella tecnica, soprattutto al cross. Un neo che non gli ha comunque impedito di essere un punto fermo indiscusso per l’intera durata dell’Ajax padrone dell’Europa ad inizio anni ’70 ma pure del ciclo della Nazionale, costretta anche a causa di molta sfortuna ad accontentarsi di due secondi posti al Mondiale ’74 e ’78.


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