​Bruno Fernandes ha ripercorso le tappe più importanti della propria carriera calcistica durante una diretta Instagram con Cronache di Spogliatoio. Dagli esordi in Italia al sogno Manchester United, con la cui maglia ha vinto il riconoscimento di miglior calciatore di febbraio della Premier League: "Il Player of the Month lo fanno personalizzato con il nome, ancora non posso appenderlo. Ho vissuto un mese importante, sono stato accolto benissimo. Mi hanno aiutato tanto i miei compagni dandomi fiducia".


Sul calcio italiano: "Ho vissuto 5 anni in Italia: Novara, tre anni a Udine e poi alla Sampdoria. Sono arrivato giovanissimo, ho conosciuto tanta gente con cui sono ancora in contatto. Quando ero a Novara c'era un ragazzino di 12 anni che ho mantenuto come un fratello minore, anche in Portogallo è rimasto due settimane con me a casa. Sono cose belle che ti porti dietro".


Sul Novara: "Mi stava scoutizzando un altro ragazzo del Boavista. Un procuratore venne a vederlo, dopo 20 minuti abbandonò gli spalti: aveva già capito, scelse me e non lui. Un club inglese mi propose un contratto, ma il Novara si comportò ottimamente e non mi fece mancare niente. Videro i miei allenamenti e le mie partite i direttori Borghetti e Giarretta mi visionarono per due settimane. Per il Novara era una cifra importante, ma decisero di prendermi".


Sulla tattica: "Ho sempre lavorato sui movimenti in profondità, sull'ingresso in area. A Udine mi hanno aiutato i preparatori tecnici, mi davano la possibilità di fare allenamenti tecnici personalizzati. Ho avuto la fortuna di lavorare con Di Natale che, a livello di tiro, è stato il più forte che ho incontrato insieme a Quagliarella. Riuscivano e riescono a fare gol difficilissimi. Il giorno che firmai con l'Udinese, Totò segnò una rete incredibile contro il Chievo. Mi ha aiutato tanto, anche a studiare il portiere avversario".

Bruno Fernandes

Sull'Udinese: "Il primo anno c'era una squadra forte, per vari motivi non siamo riusciti a lasciare il segno. L'estate successiva Guidolin lasciò al termine di un lungo ciclo e non andò altrettanto bene. La squadra era abituata alle idee del mister e si era creato un rapporto importante. Anche con me riuscì a tirar fuori il meglio, mi fece capire che dovevo allenarmi meglio e di più. Un giorno mi tolse dai titolari, mi fece allenare meglio dicendomi: 'Tranquillo, la prossima torni'. Con Stramaccioni arrivarono Koné e Thereau e persi spazio".


Sulla Sampdoria: "Ho avuto forse un po' di sfortuna arrivando tardi a causa delle Olimpiadi. Mancavano tre giorni all'esordio contro l'Empoli. Inoltre Giampaolo ha un modo di giocare particolare, i giocatori devono essere sintonizzati al 100% con il suo metodo. In Italia il trequartista viene un po' a mancare: all'estero gioca sempre 90 minuti perché si esprime negli spazi, è difficile che riesca a giocare tutta una gara perfettamente perché deve prendersi dei rischi. Può non toccare la palla per tanto tempo, ma quando la riceve se riesce a girarsi e fare la differenza, e deve farla sia nel controllo orientato che nell'ultimo passaggio, incide".


Sullo Sporting Lisbona: "Un grande club dove aumentano le occasioni per segnare. In Portogallo la differenza tra le big e le piccole è più marcata. Alla Samp, giocando trequartista, era più facile svariare in campo per le idee di Giampaolo. Nello Sporting invece mi hanno dato più libertà vicino all'area di rigore e di creare superiorità numerica sulle fasce. Ho fatto 16 gol e 20 assist, ho acquisito una fiducia diversa. Poi fai 32 gol perché capisci che riesci a rischiare di più e avere più cattiveria".

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Sul tipo di gioco: "Se arrivi a giocare ad alti livelli vuol dire che hai qualità. Se rischi, sai che quel rischio può portare a qualcosa. Il trequartista non è un ruolo semplice: se guardo la Serie A, chiamo trequartista Dybala perché rischia tanto e rischia bene. Ilicic già a Palermo mi piaceva tanto, ma negli ultimi 3 anni con maggiore fiducia sta migliorando le statistiche. Si vede che l'ambiente dell'Atalanta è positivo anche tra i giocatori. Prendete il Papu: non sta segnando tanto, ma quando guardo i gol dell'Atalanta uno degli ultimi passaggi è sempre suo. De Roon, per esempio, dà qualcosa di diverso all'Atalanta perché dona fiducia a quelli davanti: sai che se perdi palla hai lui dietro a proteggerti. Sono una squadra completa e per questo stanno facendo bene".


Sui calci di punizione: "Ci ho lavorato molto con Di Natale. Mi allenavo perché tanto tirava tutto lui. Lui si allenava con due paletti per terra: uno davanti alla palla e uno per i passi. Il piede doveva essere incollato in modo da fare sempre gli stessi passi. Piede d'appoggio vicino al paletto ma senza toccarlo. Dopo un po' ti abitui, togli il paletto e migliori. Dipende sempre dove vuoi calciare il pallone. Per quello che vedo e mi piace fare, le punizioni devono essere sempre tirare sopra la barriera. Lavoro per calciarle lì, non dalla parte del portiere".


Sul Manchester United: "Quando sono arrivato a fare i test medici ho capito di essere in un'altra dimensione. Dentro il centro sportivo puoi fare qualsiasi visita, è impressionante. Dici: 'Questo è davvero uno dei club più importanti al mondo'. E poi c'è l'ingresso a Old Trafford: fai il riscaldamento con nessuno sugli spalti, entri nel tunnel prima della gara e appena metti il piede sull'erba senti un rumore incredibile. Mi sono venuti i brividi, sognavo da bambino di giocare lì. Se tu parli di stadi, ti dico: San Siro e Old Trafford sono i più iconici. Hanno un brio diverso".


Su Cristiano Ronaldo: "Fin da subito mi ha ricevuto benissimo in Nazionale. Noi più giovani lo guardiamo come un idolo, per me lo è sempre stato. È stato importantissimo nel primo giorno in ritiro. Venne lui da me, dicendomi: 'Stai facendo bene allo Sporting. Giocati le tue carte qui. Continua così'. Per me era un sogno: era venuto lui da me, non viceversa. Quelle parole fanno la differenza, anche solo il fatto che sia venuto lui. Quando guardiamo i giocatori più forti gli portiamo rispetto, ma quel gesto mi ha lasciato un segno".

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Sul lavoro in palestra: "La palestra fa sempre più parte del mondo del calcio. Quando sono arrivato a Novara l'avevo fatta due o tre volte. A me piace fare molta prevenzione e credo sia importante farla. L'intensità delle partite è sempre più alta, devi cercare di non avere infortuni e stare bene fisicamente. A livello cardiaco sto bene, in tanti mi hanno detto: 'Eh Bruno ma sei magro, non hai muscoli'. Non sono il giocatore grosso, non ho il focus di fare gli addominali. Non tutti dobbiamo essere Cristiano Ronaldo: è giusto guardare il suo esempio, ma nella professionalità. Non siamo tutti giocatori uguali, ognuno deve lavorare sulle proprie caratteristiche. Chiaramente se vado a fare a spallate la maggior parte delle volte perdo il contrasto, ma non vince chi fa più palestra: conta avere equilibrio. Dybala ha un fisico minuto, però calcia più forte di tanti giocatori. Non potrebbe essere pesante per il suo modo di giocare: regge l'urto ma non è muscoloso. Beh, se arriva Adama Traoré...".


Sul baricentro basso: "Si lavora molto sui glutei, sui posteriori e sugli adduttori per aumentare forza e prevenzione. La maggior parte dei movimenti arriva da questi tre muscoli. Gli adduttori sono fonte elevata di infortuni: si usano per tutto, dal cambio di direzione all'elasticità delle gambe".


Sul calcio: "Per me è sempre stato una priorità fin da piccolo, andavo a scuola col pallone sotto il braccio. Aspettavo la campanella per correre in campo, arrivare prima degli altri e riuscire a giocare. Se non avessi fatto il calciatore sarebbe stata una grande delusione. Non è semplice lasciare la famiglia a 17 anni per inseguire un sogno. Mi sono detto: 'Voglio giocare a calcio, non c'era un altro piano. O andavo a Novara, o restavo al Boavista aspettando un'opportunità'. Era importante anche guadagnare dei soldi per aiutare la famiglia: mio padre era in Svizzera per lavoro, volevo farlo tornare vicino a mia mamma, non volevo vederla soffrire. Non volevo lasciarla sola con mia sorella, mio fratello era già in Germania per lavorare".


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