"A Roma tutto ha un prezzo", diceva Giovenale. Quando il poeta romano scrisse le sue Satire però, non poteva assolutamente immaginare che i romani dopo quasi 2000 anni continuassero a dare un prezzo a tutto, o meglio, quasi tutto. Già, perché se c'è qualcosa che nella Città Eterna davvero non è in vendita, è l'amore della gente per la propria squadra del cuore. Gente passionale, quella della capitale, che si nutre di pane e calcio 24 ore al giorno, tutti i giorni.


A Roma fa caldo quasi tutto l'anno, e quando si è nel traffico con i finestrini abbassati, si può sentire il brusio delle voci delle radio private che nelle altre auto, parlano, pongono obiettivi e criticano la squadra, molto spesso dopo aver affermato con gran convinzione che la stagione in corso sarebbe stata quella giusta per tornare alla vittoria. Affascinante Roma, molti dicono che sia uno dei posti più difficili in cui giocare al calcio, altri, i pochi che sono riusciti a vincere, sostengono senza dubbio che sia il più bello.


Divertenti e complicati i romani, amano prendere la vita alla leggera, mangiare in compagnia ed è molto difficile che siano d'accordo su qualcosa. Se c'è una convinzione con cui tutta Roma si è risvegliata il 10 aprile 2018 però, è che quella sera la Roma, non avrebbe mai e poi mai, potuto rimontare 3 gol al Barcellona di Lionel Messi. Troppa differenza di valori tecnici tra le due squadre, troppa la tradizione del club catalano che non aveva mai subito rimonte simili nel corso di tutta la sua storia, per poter pensare di rimontare. Il 4-1 subito nella gara d'andata disputata al Camp Nou, sembrava dunque una condanna definitiva, accettata dal popolo giallorosso con grande serenità, perché subito da una delle principali candidate alla vittoria.

I quotidiani spagnoli del resto, avevano definito il sorteggio dei quarti di finale di Champions League che accoppiava il Blaugrana alla squadra di Eusebio Di Francesco, un Bombon, una formalità voluta dalla sorte nel cammino verso l'ambito Triplete e il primo round disputato tra le mura amiche non aveva fatto altro che confermare le previsioni.


I giocatori della Roma ed il proprio tecnico però, al contrario dei media e dell'opinione pubblica erano fortemente convinti che il risultato maturato in terra iberica fosse bugiardo e non rispecchiasse i reali valori delle due squadre e guardavano al match di ritorno come l'occasione giusta per dimostrare che la squadra potesse competere con chiunque, specialmente tra le mura amiche. "Dobbiamo credere di poter fare qualcosa di importante, dobbiamo affrontarla con grande amore e passione per onorare i colori che indossiamo, dobbiamo crederci fino alla fine e sperare di fare un miracolo", esclamò con coraggio il tecnico abruzzese in conferenza stampa alla vigilia del match, per suonare la carica. Quello che accadde dopo il fischio d'inizio dell'arbitro Turpin, in un Olimpico vestito a festa per l'occasione è, senza troppi giri di parole, il punto più alto della storia romanista dal 17 giugno 2001, giorno della vittoria terzo Scudetto.

Edin Dzeko

La serata iniziò nel migliore dei modi, Di Francesco a sorpresa scelse di schierare un 3-5-2 inserendo dal primo minuto Patrick Schick al fianco di Edin Dzeko e schierando il brasiliano Juan Jesus come terzo di difesa, con l'arduo compito di seguire a uomo Lionel Messi.


Dopo 6 minuti, al primo episodio favorevole, la Roma passa in vantaggio: De Rossi innesca Dzeko con un lancio dal cerchio di centrocampo e il centravanti bosniaco controlla con il destro e con il sinistro ruba il tempo a Ter Stegen in uscita. 1 a 0. Mancano 84 minuti e 2 gol. L'Olimpico incredulo si surriscalda senza illudersi, con il solito, inguaribile, ottimismo innato di chi incontra la Roma da piccolo, più per vocazione che per scelta.


Alla mezz'ora, altra occasione: Schick, oggetto misterioso fino a quel momento, riceve un cross di Fazio dalla destra, gira di testa e la palla termina a lato di un soffio. Il primo tempo termina 1 a 0, con la soddisfazione per il risultato e per la prestazione e adesso sì, con il rimpianto per il passivo troppo pesante subito appena una settimana prima.

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Inizia il secondo tempo e dopo 10 minuti Nainggolan gira di prima per Dzeko, Edin entra in area e Pique lo stende. Turpin esita, ma dopo la segnalazione dell'arbitro di porta indica il dischetto: è rigore. Dzeko prende la palla, la consegna a De Rossi e lo bacia. I sogni della Roma, sono nei piedi del suo capitano. Daniele lo sa e non tradisce: piatto destro alla sinistra di Ter Stegen ed è 2 a 0. Manca solo un gol e c'è ancora tempo, tanto tempo. La gente di Roma, che quella mattina si era alzata dal letto senza troppe pretese, in quel momento iniziò a credere che quella notte d'aprile potesse essere davvero magica. "Si ce fanno un go, annamo a casa!" ricordavano gli ultimi scettici. "Si ma se je famo er terzo vanno a casa loro", rispondevano gli altri ormai in preda all'entusiasmo.

Kostas Manolas

Alla fine vinsero gli ottimisti e il terzo gol arrivò. Minuto 37 della ripresa, calcio d'angolo del subentrato Under dalla destra per Manolas che sul primo palo anticipa tutti e fa 3 a 0. L'urlo commosso del greco in quel momento, era il ritratto perfetto della Roma giallorossa. Negli ultimi 8 minuti, gioia e paura camminarono a braccetto, accompagnando De Rossi e compagni in semifinale. Quandò il francese Turpin fischiò la fine, la città esplose in festa per tutta la notte. La Roma era in semifinale di Champions League, 34 anni dopo l'ultima volta. Era successo. Davide, aveva battuto Golia. Quella notte a Roma erano tutti amici, persino il presidente Pallotta e i suoi tifosi. Il patron statunitense si lasciò andare buttandosi in una delle fontane di Piazza del Popolo, circondato dal popolo festante. Erano tutti d'accordo quella notte a Roma, perché la vittoria della Roma non ha prezzo. Chissà, cosa avrebbe detto Giovenale...


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