Nella storia del calcio europeo e mondiale c’è una data spartiacque, il 2008. In quell’anno una nazione da sempre capace di produrre giocatori di talento, ma incapace di creare un gruppo solido e coeso a livello di Nazionale, ha stravolto tutto avviando quello che sarebbe diventato il ciclo più lungo per una rappresentativa nazionale in tutta la storia del calcio, con due titoli europei consecutivi inframmezzati dal trionfo al Mondiale 2010.


Ebbene il padre della patria calcistica spagnola in questa fase cruciale della storia è stato proprio Luis Aragones, il cui calcio palleggiato ha stupito il mondo ad Euro 2004, gettando i semi per la trionfale era Del Bosque che sarebbe iniziata subito dopo. Aragones è stato un genio della panchina e un bravo calciatore, di ruolo attaccante. Magari non simpaticissimo a livello umano, burbero a volte oltre il consentito e pure protagonista di qualche scivolone mediatico, ma nessun giocatore che ha allenato ha mai parlato male di lui e questa è una discriminante particolare nella valutazione della carriera di un tecnico.


Da giocatore, dopo aver iniziato nel Real Madrid ed avere cambiato diverse formazioni (Huelva, Oviedo), la consacrazione avvenne nella seconda parte della carriera con la maglia dell’Atletico Madrid, che sarebbe diventata una vera e propria seconda pelle. Dieci stagioni tra il 1974 e il 1984, le più fulgide della storia del club prima dell’era Simeone con tre campionati nazionali e due Coppe di Spagna e la storica finale di Coppa Campioni ’74 contro il Bayern Monaco persa nella ripetizione dopo che la prima partita era finita in parità con gol dell’illusione di Aragones nel finale.


Al termine di quella stagione il futuro ct della Spagna fece il grande passo, diventando allenatore dei Colchoneros senza soluzione di continuità e mettendo subito in bacheca la Coppa Intercontinentale, che l’Atletico disputò per la rinuncia del Bayern e che vinse battendo il. Sulla panchina della squadra più amata Aragones rimase per dodici stagioni, anche se non consecutive, anzi spezzate in più riprese, fino al 1993. L’intero palmares dell’Aragones allenatore è stato ottenuto alla guida dell’Atletico, eccezion fatta per la Coppa di Spagna vinta nel 1988 alla guida del Barcellona, squadra con cui Aragones completò il trittico delle grandi di Spagna allenate. Il lungo percorso di avvicinamento al ruolo di ct della Spagna fu caratterizzato da molte squadre allenate, ma con poche soddisfazioni, dalla borghesia spagnola con Siviglia e Valencia alla lotta per la sopravvivenza con Maiorca e Oviedo. Nel 2002 ecco l’ultimo ritorno all’Atletico, raccolto in Seconda Divisione e subito riportato nel grande calcio, passaggio chiave in vista dell’era Simeone seppur di là da venire. E proprio come con i Colchoneros, anche per il caso della Spagna Aragones fu chiamato, nel 2004, a ricostruire dopo gestioni fallimentari e a avviare un nuovo percorso a livello di gioco.


Spain's national football team coach Lui

Il lavoro fu lungo e condizionato in avvio da molta diffidenza: in tanti predissero un esonero certo e immediato, ma in generale il carattere di Aragones non piacque mai a tifosi e opinione pubblica. Lavoro che passò inevitabilmente anche da qualche delusione, ma in tanti videro nell’eliminazione ai quarti del Mondiale 2006 contro la Francia il primo segnale della rinascita. Nel successivo Europeo in Austria e Svizzera Aragones completò l’opera presentando un centrocampo con il solo Marcos Senna nel ruolo di interditore e completato da Xavi, Iniesta, Fabregas e Alonso, con Silva e Cazorla esterni offensivi.


Un 4-4-2 tendente al 4-2-4 che si fece apprezzare per un possesso palla prolungato e quasi ipnotico che chiedeva tanto movimento a Fernando Torres, unica punta di ruolo di una squadra che negli anni sarebbe passata al falso nove. Proprio l’attaccante allora in forza all’Atletico Madrid segnò il gol decisivo nella finale contro la Germania, dopo che la Spagna aveva eliminato Russia ed Italia, quest’ultima ai rigori nei quarti. Un nuovo calcio si impose all’attenzione del mondo e pazienza se il suo profeta era poco mediatico, al punto da lasciare subito la panchina della Nazionale. 


Luis Aragones


"Adesso che, per la prima volta in quattro anni, Aragones ha dalla propria parte i tifosi, decide di lasciare la Spagna. E lo fa come ct più vincente della storia" (Sid Lowe on Aragones after Euro 2008, The Guardian)


Dopo una breve parentesi al Fenerbahce, Aragones chiuse la carriera e fu colpito dalla leucemia che lo spense nel 2014 a 75 anni.

FBL-EUR-C1-ATLETICO-BAYERN-MUNICH