Oltre 700 milioni di euro di plusvalenze in un anno (dal 1° luglio 2018 al 30 giugno 2019). Cifra da capogiro. Un calciomercato ormai "drogato" dall'esigenza di mettere a bilancio plusvalenze per far quadrare i conti, soprattutto per chi partecipa alle competizioni europee e deve rispettare le rigide norme sul Fair Play Finanziario. Un modo di operare che rischia di rovinare per sempre le sessione di mercato della Serie A. Se da una parte ci sono società che portano a casa ottime plusvalenze, dall'altra ci sono spesso club "amici" che si ritrovano a bilancio investimenti importanti per calciatori iper-valutati. 


Alberto Cerri

Prima o poi la "bolla plusvalenze" è destinata a scoppiare e saranno dolori soprattutto per le piccole-medie società che si ritroveranno calciatori che garantiranno minusvalenze. Nell'ultimo anno calcistico, quello appena concluso al 30 giugno 2019, Juventus e Roma hanno messo a bilancio in plusvalenze circa 250 milioni di euro. Il Napoli si è fermato poco sotto i 90 milioni di euro.


Se allarghiamo il raggio d'azione troviamo l'Inter che dal 2014 ad oggi, così come riporta calciomercato.com, con la cessione di giocatori del settore giovanile ha potuto mettere a bilancio 121 milioni in plusvalenze. Questo ha permesso al club nerazzurro di rispettare i vincoli imposti dal Fair Play Finanziario, nato in realtà per equilibrare le risorse tra le società europee ed evitare spese pazze da parte dei club.


Anche il CIES, ossia l'osservatorio indipendente che analizza dal punto di vista economico-finanziario le società di calcio, è molto dubbioso sul comportamento dei club di Serie A, mettendo in evidenza l'affare Pinamonti, passato al Genoa per ben 18 milioni di euro. 

Non è da meno la Juventus che nell'ultimo anno per proteggere il grosso investimento fatto per Cristiano Ronaldo ha ceduto a peso d'oro alcune seconde scelte e calciatori fuori dal progetto tecnico bianconero.


Siamo ad un punto di non ritorno? Le spese aumentano mentre gli incassi "fissi" sono stabili e le società si ritrovano costrette ad operare in questo modo per mantenere la propria competitività in competizioni nazionali e internazionali. Ma siamo sicuri che questo sia il metodo giusto per rimanere competitivi?