Chelsea FC v FC Barcelona - UEFA Youth League Final

Le migliori academy del calcio europeo

Gli studi sui settori giovanili migliori d’Europa si succedono su base annuale. I risultati sono spesso diversi, il ché sta a dimostrare sia quanto sia difficile restare ai vertici nel settore, non tanto per i successi, ma per gli investimenti e il numero dei giocatori lanciati nel grande calcio, sia quanto sia difficile stabilire una base scientifica per giudicare il vivaio di un club di calcio. 


La seguente classifica non ha pretese di essere assoluta, non comparendo settori giovanili certificati come quelli di Atletico Madrid, Dinamo Kiev e Partizan Belgrado, ma punta solo a tracciare qualche esempio di chi in giro per l’Europa con i ragazzi ci sa fare. 


Con metodi differenti, come quello di escludere o meno la tattica nei primi calcio. Obiettivo comune, formare calciatori forti e uomini veri. 

12. Schalke 04

Tutti in piedi di fronte a quello che, super big a parte, è il vivaio più florido del calcio tedesco. Citare campioni del mondo come Neuer, Howedes e Ozil, tutti usciti dalla cantera di Gelsenkirchen, è pure riduttivo, così come riferirsi ai talenti in erba come Felix Platte, Donis Avdijaj e il portiere Timon Wellenreuther. 


Più interessante riferire il segreto del successo, confessato da uno dei responsabili del settore giovanile, Peter Knäbel, che dopo aver fatto cenno all’emigrazione per lavorare nelle miniere di carbone che ha favorito il melting pot dell’attuale vivaio degli Knappen ha ammesso che vige il divieto assoluto fino ai 14 anni di insegnare la tattica, per privilegiare il divertimento. Sembra scontato, ma in gran parte d’Europa non lo è…  

11. Bayern Monaco

4La rivoluzione che ha riportato il calcio tedesco ai vertici mondiali a livello di Nazionale è partita proprio dai settori giovanili, attraverso un lavoro certosino nelle singole academy tra osservatori, addestratori e allenatori. 


Cosa abbastanza nota, ma in casa Bayern si partiva comunque da una buona base essendo il club più vincente di Germania storicamente all’avanguardia se c’è da valorizzare i campioni del proprio vivaio. 


L’elenco di chi già ce l’ha fatta sarebbe lunghissimo, da Lahm a Muller, da Hummels a Schweinsteiger, ma non meno corto è quello di chi sta per farcela. 


Elementi come Niklas Dorsch, Julian Green, and Erdal Ozturk, messisi in evidenza la scorsa estate con i grandi, vedono il grande salto sempre più vicino  

10. Athletic Bilbao

Se si parla di vivai è impossibile non citare il caso più che particolare del club basco. La situazione è nota a tutti, legata all’irredentismo della zona. In prima squadra possono giocare solo elementi nati nei Paesi Baschi, o cresciuti fin da giovanissimi nel vivaio di un’altra squadra basca, o con origini in quella terra, da qui le eccezioni per Lizarazu e in tempi più recenti per Laporte


I cugini della Real Sociedad hanno abbandonato tale filosofia a fine anni ’90, così il Bilbao è rimasto orgogliosamente un unicum a livello europeo. Una scelta che paga a livello di risultati, visto che la squadra naviga sempre in prima divisione e frequenta spesso le Coppe, una scelta che identifica chi ha voluto legare ai colori biancorossi un’intera carriera come Julen Guerrero. 


Ma soprattutto una scelta che richiede gran lavoro di selezione ad osservatori e tecnici del vivaio, volto a proiettare giocatori di buon livello in prima.  

9. Rennes

Quello del club bretone è storicamente uno dei vivai più floridi di Francia, in particolare dalla seconda metà degli anni ’90 in poi. 


La finalità è comune, portare ragazzi in prima squadra, valorizzarli e possibilmente venderli a ottimi prezzi, ma il lavoro che c’è dietro è quanto mai impegnativo. Ogni anno sette ragazzi del settore giovanile vengono promossi in prima squadra, con percentuale bassissima di “rigetti”, ovvero di elementi non all’altezza che tornano indietro per vivere una carriera di profilo più basso. 


Questa la regola base per un club medio-piccolo chiamato a sopravvivere nel calcio moderno e chiamato a far digerire ai tifosi frequenti cambiamenti nell’organico, ma questa anche la mentalità di calciatori che, poco dopo la maggiore età, non sono protagonisti di richieste folli di ingaggio…  

8. Olympique Lione

La società modello capace di dominare il calcio francese con sette titoli consecutivi e un quarto di finale di Champions League prima della nascita del Psg qatariota non è scomparsa. Affatto. Semplicemente ha continuato a fare il passo lungo come la gamba, valorizzando giovani del proprio vivaio oltre a qualche straniero per poi rivenderli. 


La svolta è datata 2011, anno della cessione di Pjanic alla Roma. Da quel momento via all’infornata di talenti, per citare i più famosi Umtiti e Lacazette. Oggi oltre il 70% della rosa della prima squadra dell’Olympique è formato in casa. 


E a questo si unisce lo stadio di proprietà e l’ingresso di nuovi soci, allettati dal contesto, per aiutare lo storico presidente Aulas.  

7. Sporting Lisbona

Dire Sporting in Portogallo significa dire giovani. Talenti. Il pensiero di tutti va ovviamente a Cristiano Ronaldo, cresciuto proprio all’Alvalade, ma non solo, perché la finale di Euro 2016 giocata e vinta dal Portogallo in Francia contro i padroni di casa aveva in campo ben dieci giocatori passati dal vivaio della squadra di Lisbona. 


Come dire: in biancoverde crescono, poi vanno a vincere al Porto o al Benfica, guadando al palmares delle tre squadre. Sono oltre 30 i centri affiliati dallo Sporting sul territorio nazionale. 


L’Academia Sporting si sviluppa su 250.000 metri quadrati, con cinque campi regolamentari e due sintetici, di cui uno al coperto, con palestre e alloggi per altri 11000 metri quadrati. Insomma, una vera e propria piccola città. Che porta a casa, annualmente, una quarantina di trofei giovanili e che continua a sfornare fior di talenti.   

6. Porto

Se lo Sporting è il vivaio per eccellenza del calcio portoghese per numeri ed organizzazione capillare, in casa dei Dragoni si guarda soprattutto alla qualità. 


Decine e decine sono infatti i giocatori allevati nel settore giovanile biancoblu e arrivati a grandi livelli internazionali, ovviamente dopo aver fatto vincere la propria squadra in patria. 


L’elenco è lunghissimo e attraversa varie generazioni, da quella d’oro di Mourinho, comprendente Carvalho, Costinha, Maniche e Deco, fino ai più giovani Danilo e Alex Sandro. 


Preferenza ai prodotti indigeni, ma non solo. Il Porto ha meno centri affiliati dello Sporting, ma può contare sul proprio marchio di origine controllata in grado di attirare tanti ragazzi  

5. Benfica

Il Portogallo è una delle nazioni calcisticamente evolute con il maggior numero di stranieri nelle formazioni di prima divisione. Un peccato se il rischio è quello di togliere spazio ai talenti indigeni, ma così non è, perché da quelle parti valorizzare i giovani è un’arte. 


Ne sa qualcosa il Benfica, che rispetto alle altre due grandi della Primeira Liga pesca molti ragazzi dall’estero, attingendo però in particolare dalle ex colonie come Capo Verde, Mozambico e Sao Tomè. Fatto sta che negli ultimi anni le Aquile sembrano aver messo la freccia sullo Sporting come talenti sfornati e si pensi non solo a Joao Felix, ma ai più maturi Cancelo, Semedo e Bernardo Silva. 


Come dichiarato di recente da Domingos de Oliveira, il Ceo del club, gli investimenti annui sono pari a 5 milioni di euro comprensivi della parte dedicata a dirigenti e tecnici, fondamentali per la crescita dei ragazzi di talento.  

4. Atalanta

A livello giovanile i trofei fanno numero. Ma a contare è ben altro. Ne sa qualcosa l’Atalanta, ora modello sulla bocca di tutti sul piano tecnico e societario, dopo che da anni lo è dal punto di vista dell’organizzazione del settore giovanile. 


Eppure, lo scudetto Primavera manca a Bergamo dal 1998. Se ogni cosa ha una spiegazione ecco che a Zingonia, quartier generale neroblu e per anni casa del compianto Mino Favini, il più grande talent scout che il calcio italiano abbia mai avuto, hanno capito davvero come sfruttare il proprio vivaio. Valorizzare un giovane e poi rivenderlo, conta più che far alzare al 18enne in questione la coppa del campionato. 


I giovani atalantini sono più strutturati fisicamente rispetto a molti colleghi e già più pronti per il salto nel grande calcio, cosa che giustifica i risultati non sempre eccellenti tra coetanei. Certo, è sempre mancato e continua a mancare il fuoriclasse assoluto, ma avere superato i 300 milioni plusvalenze su un fatturato inferiore ai 900 milioni mette a tacere tutti  

3. Chelsea

Collins, Tomori, Ikone, Palmer. Chi non li conosce si faccia qualche domanda, trattandosi dello zoccolo duro del Chelsea campione della Youth League nel 2016, bis del titolo dell’anno precedente. 


Quello dei Blues è oggi il settore giovanile più all’avanguardia d’Inghilterra e pazienza se per farlo tornare a rendere si è dovuto pensare addirittura alla chiusura dell’Academy che non produceva più talenti e pazienza pure se in fondo è stato solo per “merito” della scure del Fair Play Finanziario, che ha spinto Abramovich e il suo braccio destro Granovskaia a puntare tutto sui propri ragazzi, da valorizzare e far giocare in prima squadra, senza più prestarli a club amici. 


La spesa annuale è di 10 milioni: pochi se in cambio se si è ricambiati da elementi come Loftus-Cheek. E nella prossima stagione con il mercato chiuso la tendenza si rafforzerà  

2. Ajax

Più che una scheda il vivaio dei Lancieri meriterebbe un documentario. C’è solo l’imbarazzo della scelta per capire da dove partire, ma può essere un’idea farlo dal nome del centro sportivo, ‘De Toekmost’, che in italiano è tradotto “Il Futuro”. 


Nomen più che mai omen, visto che se ad Amsterdam ci si finanzia attraverso il settore giovanile e negli ultimi dieci anni sono stati introitati 255 milioni dalla vendita dei 24 talenti migliori, è perché le parole chiave sono programmazione e scientificità. 


Nel centro sportivo in questione si allenano 200 ragazzi appartenenti a dodici squadre diverse, su sette campi regolamentari. Ragazzi selezionati con cura dall’età di 8 anni, da un’equipe di 70 osservatori che si basano sul sistema ‘Tips', acronimo di Tecnica, Intelligenza, Personalità e Velocità. Il tutto senza dimenticare il rendimento scolastico, ritenuto fondamentale perché per essere bravi calciatori bisogna prima essere futuri uomini, da qui la collaborazione della società con 80 istituti della zona. 


Vietato stupirsi allora se l’obiettivo di far debuttare ogni anno almeno due Under 19 in prima squadra viene sempre centrato e se dal 1971 c’è almeno un prodotto del vivaio in campo in ogni partita dell’Ajax  

1. Barcellona

La finale di Champions contro l’Ajax avrebbe permesso al Barcellona di chiudere degnamente, almeno dal punto di vista anagrafico per tanti protagonisti del lungo ciclo di trionfi in Spagna e in Europa, un ciclo apertosi di fatto proprio ispirandosi ai Lancieri. La fortuna del settore giovanile dei blaugrana risale infatti proprio ai tempi in cui in Catalogna giocava Johann Cruijff, che non fece mistero all’allora presidente e facente parte della necessità di riformare il settore giovanile sul modello di quello del club di Amsterdam. 


In quegli anni allora nacque la Masia, la mitica foresteria datata 1998 in cui soggiorna giornalmente una sessantina di ragazzi. Ragazzi che poi danno vita all’altrettanto mitica Cantera, la ‘Cava’ da cui il Barça attinge storicamente da 40 anni e che negli ultimi 20 ha prodotto giocatori mitici come Iniesta e Xavi o campioni come Busquets e Piqué, oltre ovviamente ad aver accolto e plasmato un giovane Leo Messi. 


Il lavoro alla base della Cantera è certosino, dalla selezione dei ragazzi alla loro formazione scolastica, e anche costoso, richiedendo un investimento annuo di 25 milioni circa. Fin da giovani i futuri campioni sono indottrinati sul piano tattico: pressing, ricerca dell’ampiezza e della profondità e studio dei movimenti tattici più adeguati. Molti puristi storceranno il naso al grido di “il calcio è divertimento”, ma i risultati ci sono…