I 10 migliori portieri brasiliani della storia

​In Brasile nascono attaccanti e trequartisti, in Italia portieri e difensori. C’era una volta il calcio dei luoghi comuni, ma non troppo. 


Perché a Rio e dintorni i bambini nascono quasi con il pallone addosso e cominciano a palleggiare per strada o sulla spiaggia fin dalla tenerissima età: quelli che mostrano da subito capacità tecniche spiccate vanno avanti, gli altri vengono retrocessi a fare i difensori. E la tattica viene molto dopo. 


Alle nostre latitudini invece si pensa già in grande scuole calcio (sono finiti i tempi degli oratori…), così invece di curare i fondamentali, o il puro divertimento, ci si interessa di diagonali e dintorni.


Il risultato è che siamo rimasti indietro, perché i fenomeni nascono quasi tutti altrove, laddove si sono messi a sfornare anche portieri. 


Ok, forse nessuno dei seguenti magnifici 10 entrerà nella top 5 di tutti i tempi, dove invece ci sono almeno un paio di italiani, ma viste le premesse è gia molto aver dimenticato i tempi di Moacyr Barbosa o di Valdir Peres

10. Marcos

​Eccolo il Buffon do Brasil. Calmi con i paragoni, perché Super Gigi potrebbe anche arrabbiarsi. Almeno sul piano tecnico, non c’è stata storia, ma per il resto il parallelo ci sta. 


A partire dalla fedeltà ai colori del cuore: bianconero per Gigi, gialloverde per Marcos, legato per sempre ai colori del Palmeiras.


Quelli che difese dai 19 ai 32 anni, anche in Serie B, categoria dove la "Palestra Italia" scese incredibllmente proprio nel 2002, poco dopo il trionfo in Corea e Giappone con Ronaldo.


Ma, come avrebbe fatto Buffon 4 anni dopo, Marcos scelse la fedeltà, dicendo no alle ricchissime offerte provenienti dall’Europa, Arsenal in testa.


La sua bacheca resterà quindi piuttosto povera, dopo il picco toccato con la Libertadores 2000. Lascerà a soli 32 anni per irrisolti problemi a un ginocchio

9. Zetti

​Campione del Mondo da vice ad Usa ’94, Armelino Donizetti Quagliato, nome intero di questo portiere dai notevoli mezzi fisici, ma tutt’altro che impeccabile sul piano della continuità, “tradisce” nel proprio nome evidenti origini italiane, e proprio incrociando formazioni nostrane visse i momenti più alti di una carriera molto lunga, ma trascorsa in parte come riserva. 


Come a Usa ’94, quando riuscì ad alzare la Coppa del Mondo da 12° al termine della drammatica (e noiosa) finale contro l’Italia di Baresi e Maldini, gli stessi avversari della Coppa Intercontinentale dell’anno precedente, vinta questa volta da titolare difendendo i pali del San Paolo. 


Fu quello il punto più alto di una carriera cui è mancata l’occasione per il decollo nel calcio europeo, complice anche una mai chiarita storia di doping proprio prima del Mondiale, da cui finì comunque scagionato. 


Così il declino cominciò nel ’96, in coincidenza con l’ascesa di Rogerio Ceni. Meno soddisfacente la parentesi finale al Santos, in una delle fasi più buie della storia del Peixe.

8. Alexander Doni

​Una carriera contraddittoria, finita in anticipo per i postumi dei tanti infortuni al ginocchio, ma anche per una fortunatamente meno grave aritmia cardiaca. 


Ma anche una carriera non del tutto decifrabile, essendosi concentrata nei 6 anni trascorsi alla Roma, durante i quali, pur arrivato non da giovanissimo (26 anni), ma da semisconosciuto anche per i media brasiliani avendo alle spalle solo poche partite con Cruzeiro e Juventude, Doni ha saputo scalare le gerarchie dei pali giallorossi, passando da terzo a primo portiere fino a entrare nella top five dei più presenti nel ruolo nella storia giallorossa, con 149 presenze


Doti fisiche imponenti non si è però affiancata la necessaria continuità di rendimento e quell’atteggiamento a tratti vagamente superficiale, con uscite insicure e prese con una mano, gli sono costati la consacrazione in Nazionale e anche il posto alla Roma, dove fu accantonato a favore del connazionale Julio Sergio.

7. Emerson Leao

​Il Paperino dei pali verdeoro. Dal punto di vista tecnico, e del carattere, ha avuto pochi eguali almeno nel calcio brasiliano, ma definire la sua carriera poco fortunata almeno con la Nazionale è fin un eufemismo.


Perché a dispetto delle ben 82 presenze con la Seleçao, Emerson non è mai riuscito a disputare un Mondiale da protagonista, difendendo da titolare i pali del Brasile solo nelle infauste edizioni del 1974 e del ’78. 


Le prime del dopo-Pelè, mentre l’ultima volta con O’Rey in campo, la maglia numero 1 gli fu sfilata in extremis da strani giochi di potere anche politici, successivi all’avvento di Mario Zagallo come tutor del c.t. Saldanha. 


D’incanto, la prima scelta tornò il vecchio Felix, rimasto intoccabile pur non essendo certo impeccabile. Un vulnus non rimarginabile, così ecco il no a Telè Santana per Spagna ’82, e le uniche, vere soddisfazioni gli sono quindi arrivate dalla lunga militanza con il Palmeiras. 

6. Felix

Campione del Mondo. E da qui bisogna partire, perché in fondo sono solo 5 i portieri capaci di alzare da titolari la Coppa del Mondo con il Brasile. Forse il meno forte del pokerissimo? 


Sicuramente no, perché al netto di qualche papera disseminata qua e là, e del brutto epilogo nel Mondiale '74, le qualità sono emerse nitide nell'edizione messicana di 4 anni prima quando, imposto titolare a sorpresa dal "consulente" Zagallo, sfoderò interventi decisivi nella gara contro l'Inghilterra, proprio quella della famosa parata di su Pelè.


Forse, con i famosi 5 numeri 10, la vittoria sarebbe arrivata comunque, ma un posto tra i grandi lo merita, per essere stato grande nonostante una carriera nei club non esaltante, spesa in massima parte con la Fluminense, e per aver sfidato le "leggi della natura". 


Con quel fisichetto magro magro e piccolo piccolo, oggi non troverebbe spazio neppure sulle panchina delle big

5. Claudio Taffarel

​Il pioniere. Un posto nella storia del calcio brasiliano gli spetta di diritto, per aver difeso i pali della Nazionale al Mondiale ’94, che segnò il ritorno in cima della Seleçao dopo 24 anni di amarezze, ma anche per essere stato il primo guardiano dei pali verdeoro a sbarcare in Italia. 


Evidentemente il Belpalese era nel destino di Claudio, per le origini venete e perché si rivelò proprio da noi, al Mondiale di 4 anni prima. 


Qui si mise in luce agli occhi degli osservatori del Parma, che gli affidarono un ruolo tanto importante per la prima, storica avventura in Serie A. Scelta ben ripagata, visto che dal punto di vista tecnico Taffarel è stato una delle eccellenze brasiliane di sempre. 


Poco spettacolare, ma reattivo e sicuro tra i pali, oltre che temerario il giusto nelle uscite. In Italia anche con la Reggiana, ha chiuso la carriera al Galatasaray, dove riveste da 8 anni un ruolo nello staff tecnico, anche nell’era Mancini e in quella Prandelli. E adesso è anche allenatore ad interim

4. Rogerio Ceni

Il Pelè dei pali: ha scelto di vivere tutta la propria carriera in patria, legandosi per sempre all’amato San Paolo, del quale ha difeso la porta fino allo scorso ottobre, prima di dire basta dopo quasi 1200 partite e 25 anni di militanza, in verità quasi tutti avvolti nel mistero delle poche immagini a disposizione degli appassionati europei.


Non tutti da titolare, va detto, come da comprimario visse anche la più grande soddisfazione della carriera, il Mondiale 2002 vinto da terzo alle spalle di Marcos e Dida.


Un dato in controtendenza rispetto ad una bacheca straordinaria, comprendente anche 2 Mondiali per club, e all’idolatria che lo circonda in patria, anche grazie alle sue proverbiali qualità tecniche, che gli hanno permesso di segnare oltre 100 gol in carriera tra punizioni e rigori, tutte calciate rigorosamente con il proprio fatatissimo piede destro.


Non male per chi da ragazzo sfiorò di diventare ricco e famoso come pallavolista. Le mani nel destino…

3. Dida

​Una carriera divisa in due, e per questo di difficile lettura. Sul piano dei numeri, non c’è storia: suo infatti il primato di presenze in Nazionale per un portiere, anche se rispetto a diversi connazionali magari anche meno forti di lui, non ha mai avuto la soddisfazione di vincere un Mondiale, o almeno di farlo da protagonista, visto che nel 2002 fu alle spalle di Marcos. 


Misteri, come quello che, dalla primavera 2005, stabilì una cesura nel rendimento dell’ex bandiera del Milan, tra i pali rossoneri per 299 volte.


Il riferimento è al petardo che lo colpì sulla spalla durante il derby di Champions. Nessun danno fisico permanente, ma un’inspiegabile crollo psicologico, che lo fece tornare ai primi, impacciati anni di carriera, causando una chiusura in sordina. 


Un peccato, visto che nel biennio 2001-2004 è stato tra i primissimi del mondo, e non solo per i tre rigori parati nella finale di Champions 2003. 


Con quel suo stile demodè, essenziale e anti-spettacolare, e un fisico statuario, quasi sprecato non avendolo quasi mai visto volare da un palo all’altro, neppure quando necessario.

2. Julio Cesar

​Il duello con Dida ha segnato un’epoca nel calcio brasiliano, pur non essendosi mai consumato a livello di Nazionale per motivi anagrafici.


Più concreto e freddo il milanista, esplosivo e elastico Cesar, sbarcato in Italia nel 2006 quando l’Inter lo parcheggiò al Chievo prima di tesserarlo ufficialmente a fine stagione. 


Vinta subito la concorrenza con Toldo, si affermò per 7 stagioni all’insegna di un rendimento continuo. Potente e sicuro nelle uscite, eccellente anche come para-rigori, anche se la sua dote principale, ideale per il calcio d’oggi, si rivelò l’abilità nel gioco con i piedi. 


La storia con l’Inter finì però male, due anni dopo aver vinto tutto e aver tagliato il traguardo delle 300 presenze.


DI fatto licenziato (ufficialmente il contratto fu rescisso per motivi economici), si sarebbe poi riciclato al Benfica, coronando il sogno di giocare da titolare il Mondiale casalingo, poi rivelatosi infausto.

1. Gilmar

​Sostenere che senza di lui il Brasile di Pelè non sarebbe salito due volte in cima al globo sa di forzatura, ma se Gigi Buffon insegue il 5° mondiale della carriera, record assoluto, ecco la mitica vetta raggiunta dal mitico brasiliano, unico portiere della storia ad aver vinto due Mondiali, pure consecutivi. 


Cui aggiungere cinque campionati brasiliani, due Libertadores e altrettante Intercontinentali. 


Fin qui i numeri, ma nello specifico Gilmar, che nell’immaginario collettivo ha sostituito Moacyr Barbosa, “eroe al contrario” nel 1950, non può certo essere considerato “solo” come il compagno più famoso e l’amico storico di Pelè, con cui condivise il percorso al Santos e con la Seleçao. 


Perché oltre a indiscutibili doti tecniche e di reattività e senso della posizione, Gilmar di quel Brasile era il leader carismatico, come testimoniato dalla celebre foto che lo vede impassibile spalla delle lacrime di un emozionatissimo Pelè dopo il Mondiale ’58. Insomma, il vero precursore di Buffon.