I dieci migliori numeri 2 nella storia del calcio

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​I loro nomi se li ricordano quasi tutti. 


Nelle formazioni di una volta, quelle di quando il turnover non esisteva, gli 11 tipo se li ricordavano tutti a memoria, e gli schieramenti venivano letti in ordine numerico progressivo, era impossibile dimenticarli. 


Perché venivano subito dopo il portiere. Ma non solo. 


La storia del calcio è piena di numeri 2 leggendari, a prescindere dalle proprie mansioni in campo. 


C’era chi stava già avanti, come i brasiliani che hanno inventato il ruolo del fluidificante 30 anni prima dell’Europa, ma c’era anche la scuola italiana e tedesca, secondo cui il terzino era solo un marcatore, meglio se arcigno e impietoso. 


Ecco allora la top list dei migliori di sempre. 


Le caratteristiche sono spesso diverse e imparagonabili. 


Ma il bello dei confronti è proprio questo.

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10. Claudio Gentile

Al Mondiale ’82 riuscì a cancellare dal campo i miti Zico e Maradona, senza disdegnare le maniere forti, lo hanno bollato per l’eternità come un picchiatore. 


Nulla di più falso, come testimoniato dal fatto che il suo nome non figura nella top ten dei più espulsi della storia del calcio. 


Nel football all’italiana il numero 2 è stato appannaggio del marcatore di centrodestra della difesa a tre. 


Ruolo svolto alla perfezione, in azzurro come nelle 11 stagioni alla Juventus


A spingere pensava Cabrini, il suo compito era sbarrare la strada agli avversari. 


Ma non sono mancati i rimpianti: dall’addio alla Juventus nel 1984, alla vigilia della vittoria in Coppa Campioni, al brusco stop della carriera da tecnico dopo i trionfi con l’Under 21. 


La Nazionale A sembrava nel suo destino. Non sarebbe mai stato così. 


Ancora oggi non se lo spiega.

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9. Wim Suurbier

​Tutti alti e biondi, tutti fenomeni dal punto di vista tecnico. 


Di primo acchito, Wim avrebbe potuto fare la figura del brutto anatroccolo in una squadra piena di campioni e di personaggi, compreso un portiere con il numero 8. 


E invece anche Wilhelmus è stato in grado di ritagliarsi un posto di riguardo nella storia dell’Arancia Meccanica, e dell’Ajax. 


Anzi, lui, destro naturale, si tolse pure la soddisfazione di spedire dalla parte opposta un altro destro come Krol, chiamato a riciclarsi prima come fluidificante mancino, e poi come libero. 


Con risultati eccellenti. 


Certo, la classe e la qualità dei cross di Suurbier non era all’altezza di quelli del collega, ma per fare il terzino destro nella squadra del calcio totale ci volevano comunque buona tecnica e polmoni


Ha vinto tutto in 11 stagioni con l’Ajax, prima di un lento declino tra Schalke e nascente campionato americano.

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8. Gary Neville

Una carriera, due colori. 


Il rosso del Manchester United, e il bianco della Nazionale inglese. 


Di cui è stato alfiere per 13 stagioni consecutive, con tanto di primato in fatto di presenze nelle fasi finali del Campionato d’Europa, ben 11, pur senza mai aggiungere una finale. 


Tra gli esponenti dei Fergie's Fledglings, il gruppo di giocatori nati e cresciuti nel settore giovanile dello United, ma unico insieme a Giggs e Scholes a svolgere l’intera carriera con una sola maglia, a differenza dell'amicone Beckham


Non troppo dotato sul piano tecnico, ma affidabile anche come centrale, Neville è stato titolare per 18 anni consecutivi della squadra del cuore, riuscendo anche a riprendersi dal grave infortunio alla caviglia subito nel marzo 2007, che lo costrinse a un anno di stop, dopo le quali arrivarono altre 60 presenze, tanto basta per sfondare la quota di 600 gettoni. 


Red Devil nel cuore.

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7. Giuseppe Bergomi

La precocità ha accompagnato l’intera parabola calcistica del popolarissimo “Zio”, entrato nel mito azzurro già a 19 anni quando, con alle spalle appena un campionato da titolare con la sua Inter, fu gettato nella mischia dal c.t. Bearzot nella decisiva partita contro il Brasile del Mundial ’82


Non uscirà più, giocando anche le decisive partite contro Polonia e Germania. 


Bandiera dell'Inter per 17 stagioni, il club del cuore gli ha inspiegabilmente chiuso le porte nel 1999. 


Non passerà alla storia come il più tecnico dei difensori italiani, ma come uno dei più duttili. 


A lungo terzino destro, ma più marcatore all’italiana che fluidificante, la tecnica non era comunque disprezzabile, e lo si è visto giocare anche a sinistra, o come libero. 


Macchie? Una bacheca troppo misera con la sua Inter, e il secondo Mondiale, mancato da capitano, ovviamente con il 2 sulle spalle, in casa nel 1990.

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6. Berti Vogts

​Sta all’Europeo come Beckenbauer sta al Campionato del Mondo. 


Se Kaiser Franz è, insieme a Zagalo, l’unico ad aver vinto il titolo iridato come giocatore e allenatore, il buon Berti vanta il medesimo primato, ma a livello continentale, con la gioia di Italia ’80 a fare il paio con quella dalla panchina 16 anni dopo in Inghilterra. 


Non male per chi prima di diventare c.t., è stato uno dei migliori difensori di Germania di tutti i tempi. 


Non aveva la classe e l'eleganza dell'amico, ma i suoi compiti erano altri. 


Difendere, e basta, attaccandosi alle caviglie dell’ala sinistra davanti a sé, da buon terzino destro di meno di 170 centimetri. 


Concentrazione e esplosività le doti migliori, messe al servizio della patria calcistica per 15 anni, tra Nazionale e Borussia Mönchengladbach, club con cui vinse 5 Bundes e 2 Coppa Uefa. 


Heynckes a segnare, e Berti ad azzannare. Semplice, no?

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5. Tarcisio Burgnich

​Il fotogramma che lo vede sovrastato da Pelè nel famoso gol di testa di ‘O Rey nella finale Mondiale ’70 non gli rende giustizia. 


Anzi, rappresenta un paradosso, per uno che ha fatto della forza fisica la propria arma migliore per un’intera carriera, fino ai 38 anni. 


E comunque, il suo pezzo di gloria in quel Mondiale l’aveva già ottenuto, addirittura segnando il gol del 2-2 nella mitica semifinale contro la Germania. 


Lui che giocoforza non aveva un gran feeling con la porta avversaria, avendo dedicato 20 anni ad impedire con successo agli avversari di avvicinarsi alla propria. 


Debuttò con la Juventus, ma ha legato il proprio nome all’Inter, come pedina insostituibile sulla fascia destra difensiva del catenaccio di Helenio Herrera, che non poté fare a meno del senso dell’anticipo e della tenacia di uno dei più forti difensori italiani di tutti i tempi.

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4. Carlos Alberto

​Più simile a Maicon che a Cafu, per la potenza che ha saputo sviluppare in anticipo sui tempi che richiedevano ancora più qualità tecniche che atletiche anche a chi doveva spingere sulla fascia. 


Come il mitico Pendolino, però, Carlos Alberto ha avuto la possibilità di alzare al cielo da capitano una Coppa del Mondo. 


Non una qualsiasi, ma la Rimet, assegnata in via definitiva al Brasile nel 1970 in occasione del terzo titolo vinto. 


Alberto fu infatti tra i protagonisti assoluti di una squadra leggendaria, fondata sul talento dei 4 numeri 10, ma anche sulla solidità della fase difensiva. 


Eccezionale il rendimento in quel Mondiale, condito dal gol in finale all’Italia, summa di tecnica e potenza, oltre che di gioco di squadra. 


Tra i club, ha vissuto in simbiosi con l’amico Pelé: tanto Santos e poi Cosmos, in mezzo parentesi con Botafogo e Flamengo.

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3. Maicon

​A pochi metri dall’ultimo capitolo, non è facile collocarlo nel Pantheon dei “2” brasiliani. 


Di sicuro che tra il 2007 e il 2010 non ha avuto rivali in Europa.


La crescita insieme alll’Inter, che nel 2006 lo acquistò dal Monaco a prezzi di saldo, è stata costante. 


Con i nerazzurri al top in Italia e per pochi mesi anche in Europa, Maicon ha segnato un’era rispettando i canoni dell’esterno moderno: velocità e potenza, e un’ottima tecnica, oltre che uno spiccato senso del gol. 


Qualità quest’ultima sconosciuta a Cafu, che però, forse proprio perché meno “dotato” dal punto di vista atletico, ha saputo far durare più a lungo una carriera troppo presto in picchiata invece per Maicon, vittima di infortuni e delle conseguenze di una vita burrascosa fuori dal campo. 


La delusione nel Mondiale casalingo sembra aver scritto la parola fine.

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2. Cafu

​Insieme a Roberto Carlos, ha fatto rivivere la tradizione dei terzini di spinta brasiliani. 


Rispetto all'amico, Cafu ha avuto meno potenza, ma più tecnica, ricordando in questo davvero gli illustri “antenati”, sfidabili anche sotto l’aspetto della velocità. 


Il soprannome Pendolino la dice lunga sulle sue qualità, non disprezzabili neppure in fase difensiva. 


Un posto nella storia gli è dovuto per quelle tre finali Mondiali consecutive giocate tra il 1994 e il 2002, record sfuggito anche a Pelè. 


Due le vittorie, la seconda delle quali da capitano. 


E una bacheca stracolma anche con i club: ben 8 titoli nazionali, 6 con il San Paolo, e due in Italia, tra Roma e Milano, per 11 stagioni complessive. 


Dove ancora lo idolatrano. E oggi sarebbe titolare fisso.

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1. Djalma Santos

In tanti hanno provato a imitarlo, soprattutto tra i connazionali, ma leggende si nasce. 


E soprattutto precursori, visto che tutti i fluidificanti sudamericani che popolano il calcio moderno sono nati nel mito di Djalma, bi-Campione del Mondo (’58-62), bandiera di Portoguesa e Palmeiras, nonché capace di inventarsi un ruolo. 


Merito anche del c.t. del Brasile ’58 Vicente Feola che non si accontentò del talento offensivo di Pelè e Vavà, chiedendo ai propri difensori di restare alti. 


E agli esterni di spingere. 


Con il "gemello" Nilton Santos, Djalma ha assolto il compito alla perfezione. 


Velocità, e una tecnica sopraffina le qualità principali, insieme a una resistenza fisica non comune, che gli permetteva recuperi sensazionali e rapidissimi in fase difensiva, dove pure eccelleva, senza mai ricorrere a falli gravi, come testimoniato dalle zero espulsioni in carriera. 


Un vero mito: se fosse esistito il Pallone d’oro ne avrebbe fatto incetta.

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